Diamo a Cesare… Sulle ottime scelte della Fondazione Prada

La Fondazione Prada di Milano sta facendo mostre intelligenti e indigeste. E la risposta del pubblico non si è fatta attendere. È solo una questione di risorse economiche, investimenti e promozione? No. Questo è il nostro parere.

Fondazione Prada, sede di Milano, foto Bas Princen, courtesy Fondazione Prada
Fondazione Prada, sede di Milano, foto Bas Princen, courtesy Fondazione Prada

UN’AFROAMERICANA CHEZ PRADA
Vedere la fila alla biglietteria di uno spazio espositivo italiano è rassicurante. Una fila composta di un pubblico eterogeneo: mamma con bambino al seguito, coppie sorridenti di adolescenti, signore attempate vestite a festa, fashionisti vari… Lo è ancor di più se la mostra in questione è la retrospettiva di Betye Saar alla Fondazione Prada di Milano, con opere che ripercorrono cinquant’anni di carriera dell’artista novantenne afroamericana. Una mostra difficile, densa, intensa, che “puzza” di morte, peccato e dolore. Una mostra di memorabilia personali e immagini per lo più dispregiative che rappresentano una critica sociale feroce che mette in discussione gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana.

LE MOSTRE IN CORSO
Contemporaneamente sono ancora in corso, sempre alla Fondazione Prada, una mostra dedicata a Edward & Nancy Kienholz che ha il suo apice in Five Car Stud, opera creata tra la fine degli Anni Sessanta e l’inizio dei Settanta e che riproduce, in un’oscurità raggelante, una scena di violenza razziale; True Value di Theaster Gates, che riflette sulla cultura black e sull’attivismo sociale; T.T.T. – Template Temples of Tenacity dell’artista angolano Nástio Mosquito che, attraverso le sue performance, ruota intorno al tema dell’identità culturale, dello sviluppo urbano e del coinvolgimento delle comunità locali.Mostre complesse, lievemente indigeste, che rischiano vertiginosamente di allontanarsi da progetti più popolari e con molta probabilità più largamente condivisi e forse visitati. Eppure i visitatori sono numerosi. Questo ci porta a fare una riflessione e a porci alcune domande fondamentali.

Theaster Gates, True Value, installation view at Fondazione Prada, Milano 2016, photo Delfino Sisto Legnani Studio, courtesy Fondazione Prada
Theaster Gates, True Value, installation view at Fondazione Prada, Milano 2016, photo Delfino Sisto Legnani Studio, courtesy Fondazione Prada

DENARI BEN SPESI
La Fondazione Prada ha la forza economica e promozionale per divulgare al meglio le sue iniziative culturali, ed eventi ricorrenti come le settimane della moda fanno da amplificatore. Ma è solo una questione di risorse economiche, investimenti e promozione? No. Semplicemente non sottovalutano l’interesse sempre più crescente del pubblico verso l’arte contemporanea e soprattutto verso artisti che indagano temi politici, sociali, sempre tragicamente attuali.
La seconda questione è legata al contenitore. Mi domando come sia possibile che molti spazi espositivi pubblici, piuttosto che continuare a fare mostre blockbuster – spesso meri specchietti per le allodole –, non sentano l’esigenza di presentare progetti che evidenzino, attraverso l’arte, questioni rilevanti per tutti come il razzismo, la discriminazione sociale, gli stereotipi, i cambiamenti della società, i nuovi linguaggi… Un po’ come dovrebbe fare il servizio pubblico televisivo, che invece ricorre e rincorre le strategie della tv privata perché a fine giornata a parlare sono i numeri, l’audience e quindi i relativi e proporzionali introiti pubblicitari.

QUANDO LA MODA DETTAVA LE TENDENZE
La Fondazione Prada dimostra coraggio perché corre un grande rischio: creare un cortocircuito tra il suo brand e i suoi consumatori e le indipendenti iniziative culturali ardite. Saremmo felici se gli spazi pubblici cominciassero a correre gli stessi rischi… Purtroppo la profetica tendenza del critico francese Jean Clair per cui “la deriva mercantile trasforma l’arte in spettacolo e i musei in luna-park” al momento sembra irreversibile. E a pensare che un tempo era la moda a dettare le tendenze!

Daniele Perra

Milano // fino all’8 gennaio 2017
Betye Saar – Uneasy Dancer
a cura di Elvira Dyangani Ose
FONDAZIONE PRADA
Largo Isarco 2
0256662611
[email protected]
www.fondazioneprada.org

MORE INFO:
https://www.artribune.com/dettaglio/evento/55695/betye-saar-uneasy-dancer/

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.