Artisti da copertina. Parola a Davide Allieri

Intervista all’autore della copertina del nuovo numero di Artribune Magazine. L’artista bergamasco gioca sui concetti di vuoto, mancanza e sottrazione, dando vita a opere non costrette nei limiti dei media scelti.

Davide Allieri, Solo, 2016, fotografia, colore, 25 x 25 cm. Courtesy dell’artista - copertina di (c) Artribune Magazine #33, 2016
Davide Allieri, Solo, 2016, fotografia, colore, 25 x 25 cm. Courtesy dell’artista - copertina di (c) Artribune Magazine #33, 2016

Davide Allieri nasce a Bergamo nel 1982 e durante l’Accademia inizia la sua ricerca in cui tenta, tramite gesti ritualizzati, disegni e impronte, di “produrre” oggetti con la polvere di grafite, materiale che ancora oggi lo accompagna. Rimane poi affascinato dalla scultura e dal calco. È fortemente influenzato dalla cultura classica con la quale indaga – con una pulizia formale quasi maniacale – il vuoto, la mancanza, la negazione, l’anti-narrazione, il frammento, attraverso lo sviluppo di “supporti mancanti”, “mancati” e immagini negate. Perché, ci racconta, “avevo bisogno di sottrarre, decostruire piuttosto che costruire, una sorta di processo inverso, in negativo”.

Che libri hai letto di recente?
Sto leggendo Lettere a Theo di Vincent van Gogh, L’intervallo perduto di Gillo Dorfles, L’insieme vuoto di Federico Ferrari e L’arte non evolve di Gabriele Guercio.

Che musica ascolti?
Ho sempre ascoltato rap dell’East Coast: MOP, Mobb Deep, Wu Tang Clan, Onix. Ora apprezzo molto il Grime UK.

I luoghi che ti affascinano.
Le metropoli. Soprattutto quei luoghi dove sono presenti, a livello architettonico e culturale, grandi incongruenze. M’interessano anche le rovine e gli spazi abbandonati.

Davide Allieri, Weronika, 2014, fotografia, colore, stampa inkjet, 40 x 30 cm
Davide Allieri, Weronika, 2014, fotografia, colore, stampa inkjet, 40 x 30 cm

Le pellicole più amate.
Sicuramente 8 ½, l’Arca Russa, Videodrome, Velluto Blu, La doppia vita di Veronica e Melancholia.

Artisti (nel senso più ampio del termine) guida.
Artisti con forti visioni: Matthew Barney, Pierre Huyghe, Carol Bove, Rachel Whiteread, Danh Vo, Robert Overby. Poi David Lynch e Stanley Kubrick. Citerei anche Carmelo Bene e Gino De Dominicis.

Hai iniziato indagando l’identità attraverso il tuo corpo, lasciandone testimonianza con il video, la fotografia e l’installazione.
Durante l’Accademia sperimentavo molto con il mio corpo, tentando, tramite gesti ritualizzati, di produrre oggetti con la polvere di grafite. Stavo molto attento a documentare tramite il video e la fotografia. Ricordo ancora il primo lavoro: mordendo un portaimpronta odontoiatrico con del grasso di grafite ghiacciato, lasciavo un segno nella mia bocca e un’impronta dei miei denti sull’oggetto.

Poi sono arrivati la scultura e il calco…
Col tempo non ho più ritenuto necessaria una congruenza narrativa di eventi. Iniziava a stimolarmi sempre di più la questione del “negativo” come opera e non più come residuo di un processo fisico. Ricordo che fui molto influenzato dal libro La somiglianza per contatto di Georges Didi-Huberman. Da qui il mio interesse per la forma in negativo, l’impronta, l’immagine negata e il vuoto.

Davide Allieri, Attraction, 2013, installazione, legno, vernice, ottone, 200 cm
Davide Allieri, Attraction, 2013, installazione, legno, vernice, ottone, 200 cm

La tua ricerca è stata sempre accompagnata da un materiale, la polvere di grafite, che usi ancora oggi.
La polvere di grafite è un elemento classico nella storia dell’arte. M’interessa la simbologia associata alla polvere, da quella cristiano-cattolica a quella alchemica.

La cultura classica sembra essere nel tuo Dna artistico. Mi vuoi raccontare da cosa nasce l’interesse per i codici classici e lo studio della storia dell’arte?
Sono interessato ad attingere dalla storia. Partendo dal presupposto che la storia non esiste, ma ne esistono infinite. Mi piace l’idea di tracciare connessioni temporali senza un’apparente arbitrarietà. Rimescolare le epoche, manipolare gli eventi vissuti, distorcere la storia sono azioni che caratterizzano la mia visione.

Scultura, disegno, fotografia, installazione, performance. Cosa li accomuna?
Tendenzialmente non faccio differenza tra i media che utilizzo. Mi piace non avere limiti creativi e poter decidere di utilizzare il medium espressivo che meglio esprime la natura di ogni progetto. Tutti sono accomunati da un unico filo rosso che seguo. Poter lavorare con strumenti diversi consente una maggiore libertà d’azione e duttilità, e permette di presentare lavori che dialogano con lo spazio nel modo migliore.

Davide Allieri, Solo, 2016, fotografia, colore, 25 x 25 cm. Courtesy dell’artista - copertina di (c) Artribune Magazine #33, 2016
Davide Allieri, Solo, 2016, fotografia, colore, 25 x 25 cm. Courtesy dell’artista – copertina di (c) Artribune Magazine #33, 2016

Stai lavorando a un progetto performativo “itinerante”. E anche questa volta ci sono chiari riferimenti alla classicità. Di che cosa si tratta?
Le azioni si svolgeranno in luoghi come collezioni, pinacoteche e gipsoteche. Sto lavorando con un performer che sarà il protagonista di un progetto legato a un “ballo della morte”. L’esaltazione del gesto, la creazione, il rito e il tempo sono elementi che caratterizzano il progetto che ha l’obiettivo di mettere a confronto epoche differenti.

A ottobre inauguri una mostra nella storica Fonderia Battaglia di Milano. Ci puoi anticipare cosa troveremo?
Il vuoto sarà al centro delle opere che presenterò. Lavorerò su diversi livelli, dove la “leggerezza” e la “pesantezza” dialogheranno. Ci saranno una serie di installazioni e alcune opere grafiche.

Com’è nata l’immagine inedita che hai creato per la copertina di questo numero?
La fotografia che ho creato è ispirata al progetto itinerante che sto realizzando. L’immagine è poco chiara ed evocativa per certi versi. Può ricordare una figura legata al terrorismo islamico, al KKK o alle gang dei sobborghi metropolitani, oppure a un black bloc. Mi piaceva l’idea di una figura simbolo del nostro contemporaneo e di un’umanità negata.

Daniele Perra

www.davideallieri.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #33

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.