Arte & versi. La nostalgia del poeta

Il poeta e critico d’arte Gabriele Tinti dà voce ad alcuni capolavori di de Chirico e riflette sull’autentico significato della poesia. Intanto il suo progetto “La nostalgia del poeta”, dopo la tappa al Metropolitan Museum di New York, arriva al Macro di Roma.

Giorgio de Chirico, La nostalgia del poeta, 1914 – Collezione Peggy Guggenheim, Venezia
Giorgio de Chirico, La nostalgia del poeta, 1914 – Collezione Peggy Guggenheim, Venezia

La poesia in Italia agonizza, soffre per il proliferare dei piccoli editori a pagamento, per la chiusura e il ridimensionamento delle maggiori collane dedicate (anche se da sempre ostaggio degli amici degli amici) e la malinconica sopravvivenza delle poche altre rimaste. Il tutto a interesse dei soli poeti che si includono ed escludono a vicenda, che acquistano da sé il proprio lavoro e, talvolta, solo se serve, i libri degli altri.
La crisi non stupisce se si pensa che sono in pochi a rendersi conto che l’unico evento piuttosto recente sulla poesia che abbia avuto un senso è stato curato da un critico d’arte: Hans-Ulrich Obrist. Che questo evento ha avuto luogo in una galleria: la Serpentine Gallery di Londra, nel 2007. Che il miglior libro “antologico” è uscito in quell’occas ione per un editore d’arte: Walther König. Che lì come “poeti” erano stati riuniti artisti, musicisti, scrittori, registi. Che tutto ciò si è sempre fatto e che, in definitiva, se suona ancora “blasfemo” alle orecchie dei più, è perché esiste un problema che è innanzitutto etimologico e poi, certamente, anche storico e culturale. Si è difatti, progressivamente, e a vari livelli, rimosso il significato primario di creazione, composizione, della parola poiesis (ποίησις) e la coscienza che il suo senso va inequivocabilmente al di là del radicato pregiudizio linguistico che l’ha confinata in un genere letterario.

Giorgio de Chirico, La nostalgia del poeta, 1914 – Collezione Peggy Guggenheim, Venezia
Giorgio de Chirico, La nostalgia del poeta, 1914 – Collezione Peggy Guggenheim, Venezia

È per tale ragione che dovrebbe risultare imbarazzante – altro che virtuoso! – il “poeta” quando rivendica la propria specializzazione, ogni qual volta afferma, ad esempio, che un musicista fa un mestiere diverso, che non sarebbe mai in grado di comporre un verso. Non posso difatti pensare che qualcuno creda davvero ci sia possibilità di confronto tra il canto, e la scrittura, di Fabrizio De André, di Luigi Tenco, di Paolo Conte o di chi preferite, limitandoci all’Italia, e quello di Vivian Lamarque, di Valerio Magrelli, di Patrizia Cavalli o di qualsiasi altro poeta “storicizzato” pubblicato da Mondadori e da Einaudi negli ultimi quarant’anni.
La verità è che nel nostro Paese il “genere” poesia non sta affatto bene e gli aggettivi che mi vengono in mente al riguardo sono difficilmente contestabili: stantio, tecnicistico, “professionale”. Chiunque procede per lo più senza mostrare di capire l’unica cosa che ci sarebbe poi da capire: che siamo tutti “troppo feriti e troppo decaduti, troppo stanchi e troppo barbari nella nostra stanchezza per apprezzare ancora il mestiere” (Emil Cioran). Ecco perché dovrebbe interessarci Giorgio de Chirico. Perché, identificando Nietzsche nel poeta più profondo, ha sgombrato la strada, e lo ha fatto con i suoi scritti e la sua opera più di un secolo fa, dal riduzionismo storico che ha portato a considerare la poesia appunto un mestiere, una ricerca linguistica soddisfatta, un gioco con le parole frutto di guizzi fantasiosi. La poesia non si scrive (o almeno non è detto che lo si debba fare e che lo si debba poi fare in versi) e il vero poeta, certamente rarissimo, opera al di fuori d’ogni “genere”. Rimane, oggi com’è d’altronde sempre stato, colui che predice, che scaccia ogni male, che ha il coraggio di instaurare un corpo a corpo coi morti divinizzando gli antenati, glorificando il fallimento sublimando e trasfigurando l’orrore ultimo. Ce ne sono ancora in giro? Nessun dubbio che de Chirico sia stato uno di questi.

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Sa lei come si chiama il poeta più profondo? Probabilmente lei mi parlerà subito di Dante, di Goethe e di altra gente. Sono tutti malintesi. Il poeta più profondo si chiama Friedrich Nietzsche” (Giorgio de Chirico).
Il poeta cieco, veggente, custode di pietra assiso davanti ai templi, quell’Apollo che ha in sé Dioniso, che Dioniso presuppone, trasfigura in Orfeo, quel poeta, il poeta di de Chirico, di Nietzsche, mi ha sempre fatto provare una profonda nostalgia per un’età mitica dell’arte e della poesia in cui questa riusciva a cantare davvero. Un’età in cui efèbi, bardi – presto destinati a scadere in rapsodi e infine negli scribacchini quali noi siamo divenuti – utilizzavano la parola viva con voce divina. Nessun canto successivo, nessuna poesia, alcuna arte d’oggi, potranno davvero risplendere non appena messe a confronto con la prima grande stagione della poesia così come noi ce la figuriamo. Non potranno farlo perché l’immaginazione è morta per eccesso di parole e per overdose d’immagini che si svuotano di senso. Le icone d’oggi, le parole, la scrittura del nostro tempo hanno perso la loro intensità religiosa, la loro “aura”, e non possono essere altro che una rincorsa a quella magica “traccia di ciò che è scomparso” (Jean Baudrillard), di quel tempo in cui “gli Dei camminarono tra gli uomini” (Friedrich Hölderlin). Probabilmente davvero, sempre con Baudrillard, “l’arte in quanto tale sarà forse stata solo una parentesi nella storia dell’umanità”. E il poeta potrà essere oramai nient’altro che un giullare perché “ad un soffio, un guizzo di fantasia” si riduce oramai “tutto il [nostro, N.d.A.] arpeggio” (Nieztsche). Certamente sopravviviamo. Altri ne verranno “poiché la terra ne crea ancora come ne ha sempre creati” (Johann Wolfgang von Goethe). Ma non possiamo più dire di essere gli stessi.

Gabriele Tinti

Roma // 25 settembre 2016 ore 17.30
Gabriele Tinti – La nostalgia del poeta: omaggio a Giorgio de Chirico
MACRO
Via Nizza 138
06 0608
[email protected]
www.museomacro.org

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #33

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Gabriele Tinti
Gabriele Tinti è un poeta e scrittore italiano. I suoi libri di poesia sono conservati nei maggiori centri di ricerca della poesia internazionale come la Poets House di NYC, il Poetry Center di Tucson, la Poetry Foundation di Chicago, la Poetry Collection di Buffalo e la Poetry Library del South Bank Centre a Londra. Ha scritto poesie ispirandosi ad alcuni capolavori dell’arte antica come Il pugile a riposo, Il Galata suicida, l'Atleta vittorioso , il Fauno Barberini, Il Discobolo, I marmi del Partenone, l’Ercole Farnese e molti altri ancora collaborando con Musei come Il Museo Nazionale Romano, il Getty Museum di Los Angeles, il British Museum di Londra, il Metropolitan di New York, il LACMA di Los Angeles e la Glyptothek di Monaco. Le sue poesie sono state lette da attori come Robert Davi, Vincent Piazza, Michael Imperioli, Franco Nero, Burt Young, Alessandro Haber, Silvia Calderoni e Joe Mantegna. Nel 2014 è stato invitato a partecipare alla Special Edition Series del SouthBank Centre di Londra.

1 COMMENT

  1. Oggi parlare di poesia non solo in senso di genere letterario, ma appunto, come creazione e composizione che, aggiungerei, dovrebbe essere il fondamento irrinunciabile dell’arte, è quasi fuori luogo. L’arte contemporanea è scaduta a sola comunicazione, si è ridotta a rincorrere il proprio tempo affannandosi per essere il più possibile visibile, per essere il più possibile protagonista e presente dentro i confini angusti del proprio tempo fino a “materializzare” il proprio linguaggio perdendo quel minimo riverbero aureo, quella minima traccia di mistero, magia e sacralità che in passato l’ha sempre identificata, contraddistinta, accompagnata lungo il corso dei secoli . Come se l’arte oggi fosse solo una questione di comunicazione, di solo consenso, di numeri di pubblico esattamente come lo sono tutte le attività di comunicazione di massa come i social media, tv, ecc.., e un esempio a conferma di questo lo abbiamo avuto nei mesi scorsi con il successo di Floating Piers sul lago d’Iseo .

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