Reportage. Dresda & Lipsia saranno le nuove Berlino?

Dresda e Lipsia, le due principali città della Sassonia, distano solo un centinaio di chilometri ma sono divise da un passato molto diverso, che ha lasciato importanti tracce nel tessuto urbano e sociale. Le abbiamo percorse una dopo l’altra e questo è ciò che abbiamo visto. Aggiungendo – dopo il reportage da Berlino – altre due tessere al mosaico tedesco.

Westwerk, Lipsia
Westwerk, Lipsia

È chiamata “la Firenze sull’Elba” per il suo fastoso passato. Grazie a una dinastia illuminata, infatti, nel Settecento a Dresda furono chiamati architetti e artisti, principalmente italiani, per realizzare splendidi edifici e dipinti. Molti monumenti ne indicano la raffinatezza: la Semperoper, il teatro d’opera; lo Zwinger, il parco barocco; la Gemäldegalerie, la pinacoteca con opere di Raffaello, Giorgione, Antonello da Messina, Tiziano, Bellotto, El Greco e Velázquez; la Brühlsche Terrasse, da cui si gode un pittoresco panorama sull’Elba; un numero considerevole di chiese, le cui cupole caratterizzano lo skyline cittadino.
La Seconda guerra mondiale ha severamente danneggiato questo prezioso scrigno. La ricostruzione dalle macerie lasciate dai bombardamenti alleati è stata molto lenta e Dresda sembra non essersi mai ripresa dagli attacchi, complice la mancata rielaborazione storica ai tempi della DDR. E così ogni anno, da quando la Germania è tornata unita, il 13 febbraio, anniversario del bombardamento, i movimenti neonazisti sfilano per le strade della città.

CHIESE, MUSEI E MACERIE
Tra i monumenti fortemente colpiti dagli attacchi segnaliamo la settecentesca Frauenkirche, l’edificio protestante più grande della Germania. Durante i bombardamenti è completamente distrutta, ma i suoi resti vengono conservati. Caduto il Muro, nasce l’idea di ricostruirla grazie ai fondi di diversi donatori. La chiesa viene riconsacrata nel 2005 e oggi è il simbolo della riconciliazione e della riunificazione tedesca. Particolarmente suggestivo è l’altare monumentale in pietra, realizzato da Anish Kapoor nella chiesa inferiore.
Poco distante, di fronte all’Accademia di Belle Arti, troviamo l’Albertinum. La prestigiosa sede museale allestisce ogni anno importanti mostre di arte moderna e contemporanea, ma soprattutto custodisce una delle più vaste collezioni del movimento Die Brücke, che ha avuto i suoi esordi agli inizi del Novecento proprio qui a Dresda. Un triste episodio nella storia del museo è stata la campagna nazionalsocialista contro l’“arte degenerata”, durante la quale la raccolta ha perso 56 dipinti, tra cui lavori di Edvard Munch, Max Beckmann ed Emil Nolde.
Con la restituzione delle opere trasferite in Unione Sovietica dopo la guerra, la Galerie Neue Meister ha trovato un nuovo domicilio come entità separata dall’Albertinum. Qui è presente anche il più ricco archivio dell’opera di Gerhard Richter, tra i maggiori artisti tedeschi viventi. Nato a Dresda, Richter ha frequentato l’Accademia nel dopoguerra, in una città di macerie; ricorda quel periodo come un’esperienza molto formativa, nonostante la scuola avesse ancora un’impronta tradizionalista.

DISTRETTO NEUSTADT
All’Accademia di Dresda si sono formati molti degli artisti che oggi vengono rappresentati da altrettante gallerie cittadine, molte delle quali hanno sede a Neustadt, al di là dell’Elba. Si tratta del quartiere alternativo della città, con locali, spazi espositivi e l’originale Kunsthofpassage, che consiste in un porticato di cinque cortili progettati secondo temi specifici da designer, artisti e architetti.
La storia della Galerie Gebr. Lehmann nasce in un appartamento di Dresda negli Anni Ottanta dove vivevano i fratelli Frank e Ralf Lehmann. Nel 1992 trasferiscono la galleria in un classico spazio contemporaneo a Neustadt e puntano i riflettori su una serie di artisti tedeschi e stranieri come Georg Baselitz, Eberhard Havekost, Tatjana Doll e Olaf Holzapfel. Dopo un esordio centrato sulla pittura, oggi espone anche altri media, dalla fotografia all’installazione, e una seconda sede è stata aperta a Berlino. Uno degli obiettivi dei galleristi è mostrare opere che riflettano la fiorente cultura urbana di Dresda, rappresentata da giovani artisti che hanno esordito nella Street Art come Martin Mannig.
Abbiamo chiesto ai fratelli Lehmann di raccontarci la storia e il futuro della loro galleria nel particolare milieu artistico di Dresda: “Quando abbiamo iniziato il nostro progetto, la scena dell’arte era molto vivace. Gli Anni Ottanta sono stati caotici e rumorosi. Erano i tempi della DDR e agivamo in una sfera parzialmente illegale. Nel nostro spazio si tenevano spettacoli, concerti e lecture. Le mostre, in realtà, all’inizio non erano il tema principale del nostro progetto, anche se già negli Ottanta mostravamo opere di Hirschvogel, artista basato a Dresda e che oggi ha una reputazione leggendaria. Successivamente, nella galleria di Neustadt, abbiamo rappresentano artisti come Eberhard Havekost, Olaf Holzapfel, Frank Nitsche o il maestro giapponese della Pop Art Keiichi Tanaami. Tra gli artisti di Dresda che rappresentano la scena urbana locale possiamo citare Martin Mannig e Tilman Hornig. Mentre Mannig mostra ancora chiaramente i riferimenti di composizione della Street Art, Hornig si è staccato dai suoi esordi, che si basavano sulla graphic art, attraverso gruppi di opere che sono molto diverse l’una dall’altra. Nella sua serie ‘txt on devices’, ad esempio, mostra come oggetti d’uso quotidiano quale un router WLAN possano diventare portatori di messaggi poetici. La scena di Dresda è in un continuo divenire: attraverso i nuovi spazi progettuali emergenti, è sempre vivace”.

Ostrale 2016 - Thomas Dumke e Detlef Schweiger insieme ad alcuni degli artisti – photo blaurock markenkommunikation
Ostrale 2016 – Thomas Dumke e Detlef Schweiger insieme ad alcuni degli artisti – photo blaurock markenkommunikation

MATTATOIO N. 5
Poco distante troviamo il Rockefeller Center for the Contemporary Arts, un piccolo spazio nascosto che però vanta dalla sua apertura nel 2010 una ricca selezione di mostre e progetti realizzati da giovani artisti.
Ma la meta estiva indiscussa per gli appassionati d’arte contemporanea è il festival Ostrale, che si tiene all’Ostragehege fino al 25 settembre. Il complesso di capannoni ha raggiunto la fama internazionale quando Kurt Vonnegut ha pubblicato Mattatoio n. 5 o La crociata dei Bambini. In questi luoghi erano rinchiusi i prigionieri della Seconda guerra mondiale, tra cui lo scrittore americano, il quale ha descritto quel momento storico nel romanzo diventato un simbolo del pacifismo mondiale: “La colonna di uomini malconci e vacillanti raggiunse il cancello del mattatoio di Dresda, poi entrò. Il mattatoio non era più un posto affollato. Quasi tutto il bestiame tedesco era stato ucciso, mangiato ed espulso da esseri umani, soldati per lo più. Così va la vita. Gli americani vennero condotti al quinto edificio oltre il cancello. Era un cubo di cemento a un piano con porte scorrevoli davanti e di dietro. Era stato costruito come porcilaia per i maiali prima della macellazione. Ora sarebbe stato la casa lontano da casa di cento prigionieri di guerra americani. Il numero era ‘cinque’. Prima che gli americani potessero entrare, la guardia che faceva da interprete disse loro di ricordare quel semplice indirizzo, nel caso si fossero persi nella grande città. Il loro indirizzo era questo: Schlachthofunf. Schlachthof significava mattatoio; funf era il vecchio buon numero ‘cinque’”.
Uscito dalla prigionia, Vonnegut avrebbe riscoperto una Dresda completamente distrutta.

L’ESTATE DI OSTRALE
Scegliendo l’ex Mattatoio come il sito principale per il festival, Ostrale crea un contrasto entusiasmante tra le opere in mostra e i fatiscenti edifici che le ospitano. L’impressionante location comprende 18 capannoni, ciascuno con un fienile, le stalle che si estendono per 15mila mq e un parco di altri 25mila mq.
Nel 2007 abbiamo iniziato con 120 artisti provenienti da 12 Paesi e 4mila visitatori. L’anno scorso, 224 artisti provenienti da 41 nazioni hanno presentato il loro lavoro e abbiamo raggiunto i 20mila visitatori”, ci racconta Andrea Hilger, direttrice di Ostrale. “Molti di questi artisti lavorano insieme durante la loro residenza a Dresda. Ostrale è anche partner principale della piattaforma OpenHUB Europa, che crea connessioni e opportunità di networking tra giovani artisti della scena culturale di Dresda e istituzioni internazionali d’arte contemporanea, cooperando con quattro partner europei. In questo modo si crea un dialogo tra diverse realtà culturali, generando nuove sinergie, e sottolinea quanto sia forte l’Europa grazie alla sua diversità”.
Il tema della decima edizione di Ostrale è Error: X. “Curatori e artisti partecipano alla discussione su presente e futuro”, ci spiega la direttrice, “e ci sono molte tematiche su cui sviluppare la ricerca: le tensioni tra i Paesi islamici da un lato e l’Europa e Nordamerica dall’altro, il ritorno alla Guerra fredda tra la Russia e la Nato, situazioni che producono una massiccia migrazione e richiedono una revisione dei valori e degli atteggiamenti nei confronti delle diverse culture ed emergenze internazionali. L’economia capitalistica si basa su una permanente crescita e consumo. L’ideologia porta alcuni ad arricchirsi mentre altri diventano vittime. Noi tutti chiediamo un’alternativa a questa discriminazione ma, finché siamo felici, ci dimentichiamo delle conseguenze del consumismo. Sappiamo bene che ci sono errori nel sistema. Quali sono i valori fondamentali dell’essere umano? L’urbanizzazione copre il nostro pianeta ma, in un senso poetico, anche la nostra mente. Inconsapevolmente perdiamo la nostra identità e diventiamo cloni od ostaggi delle strategie globali”.
Su tutto questo riflette l’edizione 2016 del festival, ma anche su se stesso, “sui dieci anni di opportunità ed errori prodotti da Ostrale, e si discuterà sul futuro di questo progetto, che non è ancora sicuro a causa del degrado degli edifici storici nei quali si svolge la manifestazione. Il futuro di Dresda”, conclude Andrea Hilger, “da un lato è luminoso, ma dall’altro sembra oscuro, se si riflette sull’inerzia storica e politica che contraddistingue la città”.

Westwerk, Lipsia
Westwerk, Lipsia

PASSAGGIO A HYPEZIG
Spostandoci a Lipsia, troviamo una realtà molto diversa. Una città commerciale per vocazione geografica, il polo fieristico tedesco prima che il Paese venisse diviso tra Est e Ovest, facendo emergere a Occidente la concorrenza di Francoforte. La linfa vitale è sempre arrivata da fuori, anche ai tempi della DDR, quando tra i padiglioni delle fiere circolavano gli operatori venuti dai Paesi capitalisti. La sua ansia di libertà spinse la popolazione a incamminarsi per le strade nell’autunno del 1989 per abbattere muri e barriere. È una città che non affascina per i suoi monumenti, ma per un’atmosfera creativa e vivace che le è valsa l’appellativo di Nuova Berlino. E infatti negli ultimi anni si va imponendo un ambiente di creativi e alternativi in fuga dalla capitale diventata troppo costosa: vecchi quartieri industriali si trasformano in laboratori di imprese innovative e le start-up si diffondono a macchia d’olio.
Fuori dal centro, Südvorstadt è uno dei quartieri del momento. La vivace vita artistica e culturale si concentra su Karl-Liebknecht-Strasse, zeppa di club di musica alternativa, negozi e gallerie. In molti hanno soprannominato Leipzig “Hypezig” e spostandoci a ovest scopriamo il perché. Ci addentriamo nel quartiere Plagwitz, il più hype di Lipsia, con la maggiore concentrazione di creativi che hanno colonizzato ex stabilimenti industriali quali Westwerk, un’ex fabbrica che ospita atelier di artisti, spazi per mostre, un teatro e molto altro. E poi c’è la celebre Spinnerei, ex cotonificio e oggi sede, fra l’altro, della galleria EIGEN+ART fondata da Gerd Harry Lybke, che ha lanciato la Scuola di Lipsia.

Gerd Harry Lybke, fondatore della galleria EIGEN+ART - photo Uwe Walter, Berlino
Gerd Harry Lybke, fondatore della galleria EIGEN+ART – photo Uwe Walter, Berlino

COME TE NESSUNO MAI
La Neue Leipziger Schule deve il suo successo alla riscoperta della pittura in un periodo dominato dalle nuove tecnologie e rappresenta il superamento definitivo del Realismo socialista promosso dal governo nell’ex Germania Est; una pittura intesa come espressione libera e onirica, per certi aspetti erede del Surrealismo, e oggi molto apprezzata dai collezionisti americani.
Gerd Harry Lybke aveva iniziato nel 1983 a esporre opere di artisti nel suo loft a Körnerplatz. Erano artisti attivi contro il governo e quindi si trattava di mostre di denuncia del sistema politico della DDR. Nel corso degli anni il progetto si è costituito in una vera e propria galleria, che ha continuato a promuovere la Scuola di Lipsia negli spazi di un ex studio di Fritz-Austel-Strasse, dove si è trasferita a metà degli Anni Ottanta. La galleria è riuscita a ottenere l’attenzione internazionale anche grazie alla tradizionale fiera cittadina, che permetteva a collezionisti e appassionati d’arte occidentali un ingresso nella DDR due volte l’anno.
La storia della galleria è in continua evoluzione”, sottolinea Lybke. “Abbiamo iniziato con un progetto non ufficiale nel sottosuolo nel mio appartamento a Lipsia. Da allora sono passati trentatré anni e ora abbiamo tre sedi: la galleria a Berlino, quella di Lipsia e EIGEN+ART Lab, anch’essa a Berlino. Inoltre partecipiamo alle più importanti fiere internazionali. Siamo molto fortunati a poter collaborare con artisti che ci accompagnano fin dall’inizio come Carsten Nicolai, Olaf Nicolai, Uwe Kowski, Jörg Herold e Neo Rauch. E naturalmente, allo stesso tempo, ci sono molti artisti della giovane generazione che si stanno unendo, ad esempio David Schnell, Tim Eitel, Martin Eder, Stella Hamberg o Ricarda Roggan, Kai Schiemenz, Mirjam Völker, Lada Nakonechna, Ryan Mosley e Marc Desgrandchamps. Al momento stiamo sviluppando anche il progetto EIGEN+ART Lab in collaborazione con artisti quali Tom Anholt, Katie Armstrong e Alex Lebus. Lo sviluppo della galleria va di pari passo con lo sviluppo degli artisti e del loro lavoro”.
Al fondatore della galleria chiediamo una valutazione sulla città, che in molti definiscono “la nuova Berlino”. “A Lipsia il centro culturale e di formazione è ancora l’HGB – Hochschule für Grafik und Buchkunst. Ma la città è in continuo cambiamento e negli ultimi anni sono nati diversi spazi off e programmi di residenza, anche per artisti internazionali. Lipsia è diventata più attraente a livello internazionale”. Quanto al confronto con la capitale, Lybke puntualizza: “Lipsia non è Berlino e Berlino non è Lipsia. Lipsia ha un fascino tutto suo. È tuttora più economico vivere a Lipsia, anche se non è più a buon mercato come in passato. Lipsia è una piccola città rispetto a Berlino, quindi gli artisti possono muoversi ed entrare in contatto molto più facilmente. Berlino è molto veloce, forte e vivace. Le persone vanno e vengono e non vi è uno scambio attivo. A Lipsia c’è tutto: una giovane e vivace scena artistica alternativa, artisti di fama internazionale e importanti eventi musicali. È la gente di Lipsia che la rende così speciale: sono aperti, cordiali, orgogliosi della loro città, e partecipano ai principali eventi. Si identificano con la loro città e con quello che vi sta avvenendo. La tradizione della pittura, del graphic design e dell’editoria continuerà, e allo stesso tempo Lipsia rimarrà aperta alle nuove tendenze e idee. Insomma, Lipsia è la città con il maggior potenziale per il futuro: è una città commerciale, con una storica tradizione musicale e artistica. Conta un’altissima affluenza di giovani e di questo ha bisogno la gente che vive qui. La scena dell’arte diventa sempre più internazionale e il processo di produzione è in primo piano. Chi non riesce a realizzare qualcosa a Lipsia, non può realizzarla da nessun’altra parte”.

Lo Spinnerei a Lipsia
Lo Spinnerei a Lipsia

SPINNEREI: IL PUNTO FERMO
La Spinnerei, l’ex impianto per la filatura del cotone più grande d’Europa, non ospita solo EIGEN+ART, ma è una vera è propria cittadella creativa. Oggi è un quartiere culturale di rilevanza globale, le cui inaugurazioni attraggono più di 10mila collezionisti e operatori del settore da tutto il mondo. Lo spazio d’archeologia industriale, gli eventi artistici e culturali, i negozi specializzati creano un’attrattiva che si configura come un asset strategico per la trasformazione della città. Nel centro lavorano cento artisti professionisti, tredici gallerie e la Halle 14, dotata di vasti spazi espositivi, una biblioteca, studi per artisti e attiva nella formazione con workshop e corsi di formazione.
L’innovazione del progetto Spinnerei riguarda principalmente tre aspetti: il primo consiste nella politica di sviluppo messa in atto dalla società che gestisce lo spazio, che ha previsto un lavoro complesso di attivazione di risorse, ricerca e gestione; il secondo nel meccanismo economico utilizzato, che ha consentito l’attivazione di un polo internazionale d’arte contemporanea senza l’utilizzo di denaro pubblico, grazie a un programma speciale per l’impiego; il terzo nella commistione di usi e funzioni destinate agli spazi, che hanno garantito un uso continuativo e una diversificazione di risorse per la realizzazione del progetto.
Abbiamo chiesto al CEO di Spinnerei, Bertram Schultze, di descriverci lo sviluppo di questo progetto, che in breve tempo ha reso l’antico cotonificio un importantissimo distretto artistico: “I primi artisti venuti qui nel 1994 alla ricerca di studi hanno trovato spazi che si adattavano totalmente alle loro esigenze: enormi stanze ben conservate, grandi finestre che danno luce e una situazione piacevole. Per il proprietario e prima di tutto per l’amministratore, affittare studi ad artisti a un prezzo molto basso era una buona soluzione per riempire questi spazi vuoti e rivitalizzare questa ex cittadella industriale, arginando così anche gli atti di vandalismo. Nel 2005, sulla scia del successo della Nuova Scuola di Lipsia, sono state aperte le prime sei gallerie. Non è stato facile realizzare un progetto così grandioso, che contava molteplici interlocutori. Tuttavia, non è mai stato noioso, poiché Spinnerei è uno spazio molto dinamico. Eravamo molto interessati a trovare inquilini con nuove idee creative”.
Anche a Schultze abbiamo chiesto lumi in merito alla migrazione da Berlino. E lui ci ha risposto in questo modo: “Molti dei nostri artisti sono internazionali, provengono ad esempio da Francia, Corea del Sud o Messico. E naturalmente gli affitti qui sono molto più economici rispetto a Berlino. Tuttavia non posso fornire il numero esatto degli artisti che si sono trasferiti da Berlino. Certamente può essere più bello lavorare a Lipsia, ma può essere più facile vendere le proprie opere a Berlino. La scena artistica di Lipsia è e rimarrà una scena artistica esaltante, grazie a numerose gallerie, spazi per progetti artistici, l’Accademia, i laboratori, le start-up e le residenze ancora a prezzi accessibili per i giovani artisti”.
La conclusione: Dresda e Lipsia sono due città molto diverse, unite però da una scena artistica interessante, capace di superare ostacoli ideologici e sociali e sviluppare nuove sinergie, come dimostrano le molteplici istituzioni che partecipano attivamente alla diffusione e soprattutto alla produzione degli artisti basati nelle due città sassoni.

Giorgia Losio

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #32

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Giorgia Losio
Giorgia Losio, nata a Milano, è storica dell’arte e appassionata di design. Ha studiato storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Milano e si è specializzata in storia e critica dell’arte contemporanea all’Université Sorbonne Paris-IV e in museologia e museografia all’École du Louvre. Ha collaborato alla realizzazione di progetti espositivi con istituzioni internazionali quali MACBA, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto Biella, MAMAC Nizza, Pinacothèque de Paris, Palais de Tokyo Parigi, Le Fresnoy-Studio national des arts contemporains Tourcoing. Ha pubblicato articoli su Artribune, Exibart, Tema Celeste e Corriere della Sera.