Critica come fraternità (XI): Zanbagh Lotfi

Si allunga l’elenco degli artisti che fanno parte della serie “Critica come fraternità”. L’undicesimo artista arriva dall’Iran con una serie pittorica da urlo. Che vi raccontiamo qui.

Zanbagh Lotfi - photo Claire Adams
Zanbagh Lotfi - photo Claire Adams

Allora non sapevo nulla del mio estetismo,
né che l’arte più pura e perfetta che esista sulla terra
è quella living, cioè della vita, dell’apparizione fisica
in un determinato momento e mai più.
Goffredo Parise, Lontano

Zanbagh Lotfi (Teheran, 1976) è una gazzella [qui trovate la recensione della sua recente mostra da Marcorossi Artecontemporanea, N.d.R.].
Ha composto una serie pittorica che è un gioiello di comprensione, di immersione, di compenetrazione di piani, di tempo ritrovato, di memoria ricreata, di gusto riattivato e di frammenti che si fondono e si ricompongono in vita nuova.
Gli Anni Ottanta iraniani – l’infanzia – i compleanni – le torte – la guerra – il trauma lontano, silenziato, distanziato, ovattato, percepito a ritardo e a distanza come un fantasma opprimente – le figure che appaiono e scompaiono – la mamma – un gigantesco F16 – pezzi di alluminio accartocciato – carta da parati d’antan – volti dolcemente slabbrati – cumuli di neve e giochi invernali sul limitare del bosco – la mamma.
Una levità che riesce ad affondare senza farsi male, un percorso seducente e immersivo nella vita di una bambina-ragazza-donna e di una nazione millenaria, e queste tele che squillano…
Visti tutti insieme, i sei dipinti di Zambi rivelano di essere un’unica opera, una sequenza narrativa: qualcosa, tra l’altro, che difficilmente un pittore o una pittrice italiana, in questo momento, si azzarderebbero a realizzare. E invece a lei viene piuttosto naturale; questo costruire un racconto che fonde autobiografia e Storia collettiva, memoria individuale e comune, che interseca continuamente livelli e dimensioni, dà vita a un lavoro potente, che riesce a brillare all’interno di questo studio, di questo spazio che sembra una grotta sottomarina. I quadri sono come scaglie favolose e sfuggenti che provengono dritte dritte dai ricordi personali più preziosi, frammenti connessi da filamenti luminosi e vitali.

Zanbagh Lotfi, Memory Vague, 2015-16
Zanbagh Lotfi, Memory Vague, 2015-16

Ricchezza & Profondità. Forza. Salute, finalmente.
Sovrimpressioni.
Riverberi lucenti. Fiammeggianti. Rutilanti. Scoppiettanti. (Come fuochi di artificio quando si alzano in volo e la gente sta a guardare col naso all’insù e poi scoppia e si apre un fiore giallo o rosso o blu e al suo interno un altro ancora e tutti fanno oooooohhhhh.)
Il lavoro di questa serie, più che uno “scavo”, è una continua carezza fatta ai ricordi personali, e le carezze poi riescono magicamente a sovrapporre i piani, a creare zone di intersezione morbida tra contesti identitari una volta contesi.
In un panorama un pochino immiserito come quello dell’arte italiana attuale, questa libertà fiera è quasi sconcertante: e infatti, non a caso, è risultata finora pressoché invisibile. Non si conforma per nulla al sistema di convenzioni vigente, non rientra facilmente nel recinto…

Zanbagh Lotfi, Memory Vague, 2015-16
Zanbagh Lotfi, Memory Vague, 2015-16

L’idea è stata quella di partire con il pretesto dei miei compleanni – le fotografie della mia infanzia – che coincide con una serie di eventi molto complessi in Iran – quando avevo tre anni c’è stata la rivoluzione – poi subito dopo la guerra, con tutte le conseguenze del vivere sotto la guerra, come spostamenti (1982) bombardamenti – e il periodo della scuola – ricordi di bambina – la nostra casa era in una cittadina, quasi in campagna – io vivevo tutto come una bambina, mi divertivo anche, tutto era come un gioco – anche quando c’era da scappare sulla montagna, quando bisognava nascondersi – poi, quando sono cresciuta, riflettevo su quegli anni e li rievocavo – a vent’anni ho capito – (ho visto le zone oscure) – i prigionieri politici uccisi subito dopo la rivoluzione per esempio, stiamo parlando di dodici-quindicimila esecuzioni – e ogni volta pensavo: quanti anni avevo allora? – questo è diventato un aspetto interessante per la mia ricerca, il tentativo di creare un’immagine che ti rimanda sempre ad altri elementi, o l’idea di mettere oggetti davanti al quadro come una chiave di lettura che crea un ambiente – se tu entri e vedi tante cose che non c’entrano con l’arte, alla fine cercando una storia capisci.
Questo esperimento del colore, dopo aver lavorato molto con il bianco e nero e con il monocolore, mi ha permesso di arrivare qui – (e l’‘eeeeeeeeehhhi… ehi, Madonna!’ di Claire, immediato, mentre Zambi gira il secondo dipinto è ciò che rende meglio di tutto questo momento, cattura ed esprime il senso di questa meraviglia che ci prende) – Non vorrei raccontare quel giorno, ma mettere insieme tutti questi pezzi di colore, e fare in modo che la persona davanti al mio quadro cominciasse a cercare e ricostruire la sua storia a partire da questi frammenti (nessuno spazio per il didascalico dunque) – davanti al quadro, un gruppo di bombe a mano in ceramica: replicano esattamente i salvadanai che venivano regalati ai bambini delle elementari iraniane in cui mettere gli spiccioli destinati ai soldati del fronte – e i due livelli della memoria personale e di quella collettiva si intrecciano e si separano costantemente – partendo dalla tela bianca ho cominciato con un gioco liberissimo di colore, e poi ho cominciato a lavorare sopra questo sfondo – in questa città, mi ricordo, mia madre aveva messo tanti cuscini di gommapiuma sotto il tavolo del soggiorno, e quando c’erano gli attacchi aerei (F16) io mia mamma e mio fratello andavamo sotto al tavolo, una cosa forse stupidissima, però ho questa immagine di lei… – un gioco, un altro gioco – prezioso.

Zanbagh Lotfi, Memory Vague, 2015-16
Zanbagh Lotfi, Memory Vague, 2015-16

Il dittico finale, invernale: un montaggio di elementi diversi, nonfinito – io e mio fratello giochiamo mentre mia madre sta spalando la neve – i fiocchi sospesi come gemme scintillanti nel buio – l’intreccio di rami e di foglie – strati e strati – lo spettro bianchiccio della torta sul tavolo.
Quattro candeline.

Christian Caliandro

Questo pezzo è stato pubblicato all’interno del “Taccuino di viaggio” MyHomeGallery

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).