Mid-career alla riscossa. Giuseppe Spagnulo

Lo scorso 15 giugno è scomparso un altro padre nobile dell’arte italiana. Giuseppe Spagnulo ha personificato il ruolo primigenio e ancestrale dello scultore. Il rapporto dialettico con la materia e il fuoco gli hanno consentito di creare un dialogo sinergico tra forma e spazio, all’insegna di una relazione intensa e costante con le radici intrinseche del fare scultura, ma nella contemporaneità. Presente in mostre e fiere, merita però una più idonea collocazione nelle esperienze della scultura europea.

Giuseppe Spagnulo, 1975, photo Antonia Mulas
Giuseppe Spagnulo, 1975, photo Antonia Mulas

RADICI ANTROPOLOGICHE
Il legame antropologico con la materia, per Giuseppe (Pino) Spagnulo (Grottaglie, 1936 – Milano, 2016) è intenso e sincero. Passa per una riflessione concettuale, ma si avvia per esperienza diretta. Non è una riflessione a posteriori di recupero di una manualità e di un rapporto dialettico con la materia e il fuoco, ma una possibilità di meditazione su ciò che gli apparteneva per radici famigliari e culturali, da sempre. Era nato a Grottaglie, in Puglia, Spagnulo. Lì, nella piccola fornace del padre – che faceva il vasaio –, era entrato per la prima volta in relazione con il doppio sguardo che ha poi contrassegnato buona parte della sua indagine d’artista. La materia era un campo d’azione a maglie larghe, un territorio da esplorare, fendere, solcare, analizzare, distruggere e ricostruire. In una parola: vivere.

GLI ANNI SESSANTA
E le Terre degli Anni Sessanta, oltre a dimostrare un netto distacco dalle esperienze figurative, rivelano la volontà di affiancare forme, di elaborare piani di pensiero sovrapposti in cui la materia – in particolare il gres – ha concesso a Spagnulo di sperimentare nuove vie. Quando – pensiamo a Testa del 1964, una terracotta – il titolo rammenta ancora esperienze legate all’immagine, anche in quel caso la struttura è un presagio per compiere ulteriori azioni di analisi, di sezionare la materia e di utilizzarla come un’architettura da comporre e scomporre irrimediabilmente, senza una soluzione di continuità. Il risultato è estremo, gioca su un equilibrio legato a una forza solida, misteriosa, sfuggente, eppure, contestualmente, tangibile.

Giuseppe Spagnulo, Le armi di Achille, 1980
Giuseppe Spagnulo, Le armi di Achille, 1980

FAENZA, LA CERAMICA
Ma il giovane Pino è curioso, vuole confrontarsi, imparare, forsanche sfuggire alla monotonia dell’artigianato del suo paese, alla pedissequa ripetizione dei motivi tradizionali. Il trasferimento a Faenza, dove studia all’istituto per la ceramica, gli consente un dialogo serrato con una panoramica più ampia, soprattutto sotto il profilo della conoscenza delle tecniche di lavorazione della materia. Qui affina il suo sguardo, e l’incontro con il ceramista francese Albert Diato, l’amicizia con Nanni Valentini e Carlo Zauli fanno il resto.

MILANO
Ma è Milano che gli cambia la vita: così come ha sottolineato Carlo Arturo Quintavalle all’indomani della sua morte sulle colonne del Corriere, è lì che Spagnulo vive un intenso confronto con due maestri, con cui collabora a stretto contatto, Lucio Fontana e Arnaldo Pomodoro. A prescindere dall’esperienza fondamentale dei Tagli, è probabilmente il Fontana scultore a incentivare l’avventura plastica del giovane di Grottaglie. D’altronde, anche la scultura di Pomodoro è un’arte da osservare e indagare sin nelle sue pieghe più intrinseche, perché è una scultura che si fa custode di materia, di forme remote che pretendono di essere setacciate dallo sguardo e dal tatto.
Spagnulo è però uomo del Sud, il rapporto atavico con la storia e la terra gli richiede lo sforzo di operare un corpo a corpo serrato con l’opera, e il fuoco diviene il punto di connessione tra la sua mente e il blocco di materia da plasmare. Le opere della fine degli Anni Sessanta iniziano a riguardare il fare intrinseco della scultura stessa, recuperando la geometria e la logica costruttiva della materia con cui sono forgiate. Gli studi dell’artista sono gli altiforni, le officine, le acciaierie. Il ferro, al pari della ceramica della sua terra, non è però un elemento immobile, ma una struttura mentale e fisica da modificare e alterare. È il caso dei tre imponenti lavori in corten in mostra alla Biennale di Venezia del 1972.

Giuseppe Spagnulo, Panorama scheletrico del mondo, 2014
Giuseppe Spagnulo, Panorama scheletrico del mondo, 2014

LA DOPPIA POLARITA’
Alla modularità concettuale e fredda degli Anni Sessanta e Settanta – quasi scientifica nell’impostazione di molti artisti della sua generazione –, Spagnulo contrappone quindi un doppia polarità, in cui recupera il concetto di spazio, anch’esso modulare, ma in una chiave dialettica più estrema, di radice informale. E all’informale ha sempre guardato nella meno nota produzione su carta, grandi registri di materia in cui i neri bituminosi e una forza espressiva dirompente hanno dominato la sua indagine parallela e certamente autonoma rispetto alla scultura, com’è emerso undici anni fa in occasione della bella mostra che gli ha dedicato la Guggenheim Collection di Venezia, a cura di Luca Massimo Barbero.
I Ferri spezzati degli Anni Settanta, l’archeologia orizzontale e le Terre negli Anni Ottanta e, ancora, la monumentalità recuperata in età matura. E poi c’è la Germania e l’insegnamento, all’inizio degli Anni Novanta, all’Accademia di Belle Arti di Stoccarda, dove naturalmente gli venne affidata la cattedra di scultura. Tra le altre, merita attenzione anche la sua personale, curata da Bruno Corà alla Galleria dello Scudo di Verona oltre un anno fa, quando Spagnulo ha proposto una selezione di opere recenti, un ritorno alla riflessione attorno alla terracotta, in cui ha ribadito il suo interesse per le argille, rivelando – anche nei titoli scelti per definire i propri lavori – un altro aspetto peculiare e imperituro della sua indagine: il legame con la natura e l’esistenza, due poli d’attrazione attorno ai quali ha scandito per mezzo secolo il suo modo di fare scultura.

Lorenzo Madaro

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è curatore d’arte contemporanea e docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di belle arti di Catania. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È critico d’arte dell’edizione romana de “La Repubblica” e di “Robinson”, settimanale culturale del quotidiano Repubblica; collabora anche con Arte Mondadori, Artribune, Espoarte, Atp Diary e altre riviste ed è consulente del Polo biblio-museale di Lecce per attività curatoriali e di comunicazione. Nel 2021 è stato membro della commissione di selezione del Premio Termoli, insieme a Giacinto Di Pietrantonio, Alberto Garutti e Paola Ugolini, a cura di Laura Cherubini; e nello stesso anno Advisor del Premio Oliviero curato da Stefano Raimondi. Nel 2020 è stato tra gli autori ospiti del Festival della letteratura di Mantova, con un intervento incentrato su alcune lettere inedite di Germano Celant dedicate a due artisti italiani degli anni Sessanta, Umberto Bignardi e Concetto Pozzati. Tra le mostre recenti curate o coordinate, Gianni Berengo Gardin. Vera fotografia (Castello, Otranto 2020); Umberto Bignardi. Sperimentazioni visuali a Roma (1963-1967) (Galleria Bianconi, Milano 2020); Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro (Galleria Fabbri, Milano, 2019); ‘900 in Italia. Da De Chirico a Fontana (Castello di Otranto, 2018); To Keep At Bay (Galleria Bianconi, Milano 2018); Spazi igroscopici (Galleria Bianconi, Milano 2017); Mario Schifano e la Pop Art italiana (Castello Carlo V, Lecce, 2017); Edoardo De Candia Amo Odio Oro (Complesso monumentale di San Francesco della Scarpa, Lecce, 2017); Natalino Tondo Spazio N Dimensionale (Galleria Davide Gallo, Milano, 2017); Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Leandro unico primitivo (promossa dal Mibact in diversi musei pugliesi, 2016); Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità e insegnato Storia dell’arte contemporanea, Fenomenologia delle arti contemporanee e Storia e metodologia della critica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Lecce.