Amministrative 2016, Milano. Intervista sulla cultura a Stefano Parisi

È un vero testa a testa, quello che si gioca a Milano. Da una parte un centrodestra che ha governato per moltissimi anni, dall’altra un centrosinistra che ha guidato nell’ultimo periodo con Giuliano Pisapia. Al ballottaggio del 19 giugno si sfidano Stefano Parisi e Beppe Sala. Li abbiamo intervistati sui temi della cultura, e qui trovate le risposte dello sfidante.

Stefano Parisi
Stefano Parisi

Cinquantanove anni, nato a Roma ma milanese d’adozione dal 1997, Stefano Parisi è il candidato sindaco di Milano per il centrodestra. Ha lavorato sia nella pubblica amministrazione che nell’impresa privata, ha fatto parte dello staff del presidente del consiglio con Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi. A Palazzo Marino è stato city manager nella giunta di Gabriele Albertini. È stato direttore generale di Confindustria, amministratore delegato di Fastweb e ha creato la startup Chili.tv, spin-off  di Fastweb nel giugno 2012, società di streaming online di film e serie TV.
A ridosso del ballottaggio, lo abbiamo intervistato per farci raccontare i suoi progetti per la cultura a Milano. E naturalmente abbiamo rivolto le stesse domande anche al suo sfidante, Giuseppe Sala.

In ambito culturale, cosa tenere e cosa rifondare della giunta uscente?
In linea di massima i progetti interessanti e di qualità verranno mantenuti, verranno eventualmente invece rivisti quelli meno convincenti e meno di qualità. A decidere non sarò solo io, ma un pool di eccellenti professionisti in ogni ambito culturale unitamente al futuro assessore alla Cultura. Quello a cui stiamo assistendo in questo periodo è l’impacchettamento di proposte deboli e di scarsa qualità che non aiutano la città a crescere nel futuro. Dobbiamo uscire dalla logica dell’evento ed entrare nella logica di percorsi più ampi che guardino al futuro.
La mia idea non è quella di distruggere quanto fino ad oggi fatto, ma di migliorarne la qualità e aumentare l’offerta. Questo è quello che m’interessa per una città come Milano.

Che cosa manca o cosa si dovrebbe migliorare per rendere Milano una città competitiva rispetto a Londra o Parigi, che hanno una vastissima offerta culturale di livello internazionale?
Mancano molte cose a Milano, come la messa in rete di tutto il patrimonio culturale dei milanesi che oggi giace chiuso nei depositi. È importante aprire i depositi d’arte al pubblico attraverso visite organizzate e luoghi espositivi temporanei a cui poter accedere per guardare questi capolavori. È importante fare un grande lavoro anche per rendere online la raccolta, rendendola visibile anche virtualmente: il digitale è un’opportunità di valorizzazione fuori dalle mura cittadine più che un’alternativa all’esperienza tradizionale.
Un’altra cosa da fare è la valorizzazione delle collezioni private di Milano e poi va rivista l’organizzazione dei musei civici. È impensabile che il PAC, padiglione dedito alle mostre di arte contemporanea, sia chiuso durante la settimana del miart, fiera di arte moderna e contemporanea, come è impensabile che non venga nominato un direttore del Museo del Novecento in sostituzione della dottoressa Marina Pugliese, in aspettativa non retribuita da molti mesi. Vorrei poi portare l’attenzione anche sul Cimitero Monumentale, interamente gestito dal Settore Funebre e Cimiteriale, che ovviamente lo tratta come gli altri cimiteri milanesi, senza porre alcuna attenzione alla sua specificità di museo a cielo aperto e senza avere mai organizzato un gruppo di lavoro di conservazione e tutela delle opere presenti, come quelle di Wildt e Fontana. Anche qui il dialogo con l’associazione Amici del Monumentale ci aiuterà a sviluppare progetti che renderanno questo luogo unico e di grande interesse artistico. Ma se non iniziamo un dialogo con la cittadinanza che quotidianamente si occupa del nostro patrimonio, non diventeremo mai competitivi e non raggiungeremo mai un livello come quello della Triennale, di Fondazione Prada o HangarBicocca.

Museo del Novecento, Milano
Museo del Novecento, Milano

Qual è la via che propone?
Quello che ho in mente io per la nostra città è farla diventare un luogo di produzione. Più spazi per gli artisti, riqualificazione degli spazi esistenti, recupero del patrimonio artistico, qualità delle istituzioni teatrali, qualificazione e sponsorizzazione di musei storici, potenziamento di rassegne musicali, valorizzazione delle vocazioni cinematografica e fotografica. Nuovi luoghi da destinare alle attività culturali e creative in ogni quartiere, politiche di prezzi sostenibili per consentire a tutti di accedere alla cultura, valorizzazione dei piccoli poli museali (Museo Messina, Museo Boschi di Stefano), delle biblioteche, degli archivi, dei teatri, dei centri di sperimentazione artistica e musicale e infine la valorizzazione delle collezioni private.
Tutto questo, credo, porterebbe allo sviluppo di nuove professionalità nel campo dei beni culturali e consentirebbe di sensibilizzare il turismo e favorire nuove attività economiche tanto da farci diventare competitivi con le grandi città che fanno cultura a livello globale come New York, Londra, Parigi, Berlino, São Paulo.

Centro e periferia. Come ampliare l’offerta culturale nella periferia della città? Il suo programma prevede la riqualificazione degli spazi esistenti, anche e soprattutto di quelli lontani dal centro storico. Ne ha già individuati? Ci può fare qualche esempio?
Stiamo facendo una mappatura completa di tutti gli spazi esistenti da riqualificare, non solo quelli centrali ma anche quelli lontani dal centro storico. Uno dei progetti che ho in mente è quello della valorizzazione dell’arte pubblica e street art con un comitato scientifico che proponga idee da realizzare in varie zone della città. Ci sono muri grigi che forse potrebbero diventare tele per street artist (non imbrattatori dell’ultima ora) italiani (Agostino Iacurci, Den, Sten e Lex, Eron) e internazionali (Os Gemeos, Banksy, JR…).
Inoltre c’è la questione dei luoghi poco usati con i quali creare un dialogo come la rete dei teatri parrocchiali o le biblioteche rionali e poi vorrei rigenerare la periferia portando a Milano un progetto sviluppato a Liverpool grazie ad un collettivo di giovani architetti, designer e artisti, vincitore del Turner Prize con Granby Four Streets CLT. Mi piacerebbe che i residenti di un dato luogo adottassero una piazza o un sottopassaggio per farlo diventare qualcosa di veramente unico, lavorando attivamente per sostenere l’attività sociale nelle loro strade, facendo conoscere i loro talenti: musicali, teatrali…
Credo che non basti commissionare a un artista famoso una scultura per una piazza. Quell’artista magari tutti lo conoscono, il genio della danza o della pittura o il futuro Mozart magari no. Mi creda, tutto questo ci aiuterà anche a diminuire la micro e la macro criminalità. Insegnare ai giovani ad avere rispetto degli spazi comuni, a dar loro un’opportunità, li renderà meno schiavi della noia.

Su che tipo di figura punterà per il suo assessorato alla Cultura? Un profilo accademico, un tecnico, uno specialista di una disciplina in particolare… Perché non anticipa ad Artribune il nome del suo assessore alla Cultura?
Mi spiace ma il nome non lo faccio, ma non dovrà aspettare ancora molto, se diventerò sindaco le nomine saranno immediate, le ho già tutte in testa. Quello che le posso dire è che sarà una persona che lavorerà con passione e attivamente ogni giorno per il futuro di Milano. Una persona che formerà una squadra di ottimi professionisti che per ogni settore della cultura aiuteranno, attraverso le loro specifiche competenze, a fare scelte responsabili e di grande qualità per organizzare un sistema che guardi al futuro e che si confronti con altri gli operatori del settore in Italia e all’estero.

Il progetto per CityLife
Il progetto per CityLife

La giunta attuale ha intrapreso un programma di sculture da collocare all’aperto nell’area City Life per i prossimi due anni. Pensa di proseguire quel programma? Prevede altre attività culturali in quell’area per lo più residenziale e commerciale?
Il progetto Artline Milano, ideato da Roberto Pinto e Sara Dolfi Agostini, mi sembra un progetto interessante e tutti gli artisti chiamati a realizzare un’opera sono importanti non solo per il nostro Paese, ma anche a livello internazionale. Se avessi scelto io forse avrei chiesto di sostenere maggiormente gli artisti italiani, che al momento rappresentano solo un terzo degli artisti presenti, ma in ogni caso non vedo perché cancellare progetti di qualità come questo. Ovunque vorrei si sviluppassero attività culturali ed è per questo che mi confronterò con i professionisti culturali per capire quali siano le necessità della zona e nel caso per intervenire.

Molte gallerie d’arte si trovano in via Ventura (Lambrate) che sarebbe dovuta diventare la Chelsea milanese. Qualcosa non ha funzionato. Al di là delle serate di inaugurazione e del Fuori Salone, il quartiere è desolante. Pensa di riattivare quel quartiere e in che modo?
Conosco quel quartiere e lo trovo davvero molto interessante. Ci sono gallerie tra le più importanti a livello nazionale e internazionale come Massimo De Carlo e Francesca Minini o ancora la Prometeo Gallery di Ida Pisani, con artisti giovani ma molto promettenti, solo per citarne alcune.
Per sostenere la vita del quartiere, la prima cosa da fare è parlare con chi ci vive e a tal proposito penso che per me sarà interessante confrontarmi con madeinlambrate, un’associazione nata un paio di anni fa che “mira a favorire lo sviluppo sociale, culturale ed economico dell’area di Milano Lambrate” e che sta sviluppando progetti interessanti che ho visto sul loro sito. M’interessa poi capire se ci sono spazi che sia possibile riqualificare per permettere a giovani artisti, associazioni o gallerie emergenti di avere un luogo ad affitti calmierati e infine cercherò di ampliare il servizio di mezzi pubblici che collegano il centro a via Ventura, che oggi mi sembra un po’ scomoda da raggiungere.

È stato city manager nella giunta Albertini. Come ha contribuito con quel ruolo alla cultura in città?
Il mio contributo in quegli anni è stato quello di permettere delle grandi opere di ristrutturazione di sedi museali o culturali milanesi. Gli interventi più interessanti sia sul piano economico che culturale sono state certamente le ristrutturazioni del Castello Sforzesco e di Palazzo Reale. Oggi vorrei riprendere da lì e trasformare questi siti in luoghi di sviluppo contemporaneo del sapere, percorso che la giunta passata non ha saputo intraprendere lasciando che il Museo del Novecento, inaugurato dalla giunta Moratti, finisse con il non avere un direttore di museo, e Palazzo Reale, che non convince i cittadini e i turisti con mostre troppo spesso legate a un nome famoso ma non alla qualità della mostra stessa.

Fondazione Prada, sede di Milano, foto Bas Princen, courtesy Fondazione Prada
Fondazione Prada, sede di Milano, foto Bas Princen, courtesy Fondazione Prada

Ha dichiarato: “La Milano pubblica deve tornare a fare cultura di avanguardia”. Ci può spiegare meglio?
In un’intervista che ho rilasciato qualche giorno fa, ho dichiarato che la Milano pubblica deve tornare a fare cultura di avanguardia, cioè dobbiamo imparare a dialogare con le bellissime realtà private che già esistono. Ad esempio, nel campo delle arti visive il dialogo dovrebbe avvenire con la Fondazione Prada, la Fondazione Trussardi o HangarBicocca, con le gallerie private come quelle di Giò Marconi, Francesca Kaufmann, Raffaella Cortese e le molte presenti sul territorio, deve dialogare con il direttore della fiera di miart per rinnovarsi e sperimentare anche con i più giovani, deve dialogare anche con i collezionisti privati che sono una parte vitale di Milano. Insomma, in ogni settore culturale è fondamentale iniziare un percorso partendo dal dialogo con il privato, che oggi ha un grande ruolo a Milano.
La città sotto questo punto di vista ha perso l’orientamento. Se parliamo di contemporaneità pubblica a Milano, oggi purtroppo dobbiamo prendere atto di essere terribilmente indietro rispetto alle più grandi e importanti metropoli internazionali. L’attuale assessore alla cultura Del Corno in un suo post su Facebook si è tanto vantato di un bell’articolo della stampa estera su Milano in cui si parlava delle eccellenze milanesi in merito all’arte contemporanea, ma se avesse letto meglio si sarebbe accorto che sono stati citati solo luoghi o istituzioni private e non una, dico una istituzione pubblica comunale, non Palazzo Reale, non il PAC, non il Mudec e neppure il Museo del Novecento, e questo perché? Perché la qualità proposta non è all’altezza delle istituzioni private, perché non ci sono dialogo e condivisione. Ci vengono proposte collezioni d’arte, come quella di Dario Fo, e ce le lasciamo scappare, oppure nonostante un grande gallerista come Giò Marconi [in realtà il padre Giorgio, N.d.R.] ci voglia donare un’opera storica, noi non abbiamo la volontà di prenderla per mostrarla a tutti. L’opera La morte dell’Anarchico Pinelli realizzata nel 1972 da Enrico Baj è attualmente in deposito presso la Fondazione Marconi. Grazie all’assessore Stefano Boeri, due anni orsono il quadro ebbe una breve esposizione a Palazzo Reale, poi il silenzio. Nonostante reiterati inviti e la raccolta di migliaia di firme, il Comune di Milano non ha fatto una piega rispetto al fatto che la Fondazione Marconi abbia ripetuto mille volte che la vuol regalare ai milanesi. Non possiamo continuare a ignorare queste donazioni, quando sono di qualità dobbiamo sostenerle, trovargli uno spazio ed esserne orgogliosi.

Ciò che ci piace meno del suo programma è una certa attenzione al trasporto privato. Non pensa che, specie in centro, il territorio di Milano sia di un valore culturale così elevato da rendere incompatibile la presenza di un eccessivo traffico automobilistico?
Io sono un uomo che gira in metropolitana, che usa la bicicletta e che cammina molto a piedi. Credo anche che non è facendo finta che non esistano molte auto circolanti a Milano che il problema si risolva. Io vorrei realizzare un piano strategico a lungo periodo che vada nella direzione dei veicoli a minore impatto ambientale ed elettrici, prevedendo la dotazione di infrastrutture e aumentando la qualità dei servizi pubblici.
Il traffico a Milano va gestito e riorganizzato ad esempio riaprendo la zona pedonale dietro al Castello, che oggi rende invivibile il resto della circolazione in zone ancora più centrali, e poi non ho mai detto di chiudere l’Area C, ho solo detto che vorrei non far pagare ai residenti la suddetta tassa.

Milano è cara e la “classe creativa” e gli artisti in particolare spesso fanno fatica a viverci. Molte città, come Londra, sta cercando di ovviare a questo problema realizzando residenze. Ha proposte in questo senso?
Il mio sostegno per i giovani è totale, vorrei prendere ad esempio Berlino e, oltre a sostenere progetti di residenza già in essere, come quelli gestiti dall’Associazione FARE, la mia idea è quella di affittare a prezzi calmierati spazi inutilizzati per aiutare l’arte, la musica, il cinema e il teatro, la danza…

Milano
Milano

Secondo lei la politica “deve snellire la burocrazia per aiutare la cultura, ma non deve mai condizionarla, diversamente non andremo mai verso il futuro”. In che modo pensa di allontanare la politica dalla cultura?
Innanzitutto mettendo a capo dell’assessorato non un politico ma una figura professionale per nulla autoreferenziale. Farò poi in modo che gli interessi politici non interferiscano in alcun modo con gli eventi culturali della città, farò in modo che la burocrazia non sia più un ostacolo, velocizzando le tempistiche e le carte da compilare per l’organizzazione degli eventi e per la presentazione di progetti, e infine trasformerò i musei comunali in fondazioni di diritto privato.

Tra i suoi obiettivi c’è quello di “portare Milano tra le prime 20 città al mondo come produzione culturale e di intrattenimento, sviluppando un’offerta composta di attrattive culturali di livello mondiale, a partire dalla tradizione storico-culturale milanese”. E tra le prime delibere vuole mettere in campo una “mappatura completa delle realtà, private e pubbliche, di produzione e offerta culturale a tutti i livelli, riscoprendo specificità e peculiarità della nostra città”. Se non ricordo male è quanto fatto da Stefano Boeri quando era assessore alla Cultura di Milano: fare rete.
È stato iniziato un dialogo, che però poi non è più proseguito per i motivi che sappiamo. In ogni caso le cose, anche in così poco tempo, sono cambiate: basti solo pensare ai numerosi spazi d’arte indipendenti di alto livello, nati fuori dal sistema artistico, come FANTA in zona stazione centrale. È fondamentale mappare tutte le realtà presenti, dialogare con loro per aiutarli e fare rete. Questo è il punto di partenza per fare in modo che la nostra città diventi tra le più attrattive per cultura di qualità e non disperda le proprie energie. Il pubblico non deve allontanare il privato ma deve coinvolgerlo!

Ha affermato: “Una delle prime cose che vorrei fare non è tagliare i fondi alla cultura, ma crederci e costituire una società di fundraising per la cultura per attrarre sponsorizzazioni, donazioni e partnership, per trasformare in un lavoro strutturato, permanente e professionale ciò che oggi si fa solo occasionalmente”. Su quali istituzioni pensa di riversare gli eventuali investimenti? Ha delle priorità? I teatri, le associazioni culturali, gli spazi espositivi…
Nessuna priorità, non ci sono figli e figliastri, ma solo l’idea di costruire una città con un’offerta culturale unica che tutto il mondo ci possa invidiare. Tutte le istituzioni che presenteranno progetti di qualità di ampio respiro e che guarderanno al futuro saranno sostenute.

Ha detto di voler trasformare i musei comunali in fondazioni private “alle quali verrà affidata la gestione di collezioni e immobili attraverso contratti di concessione di durata pluriennale”. Come conciliare la gestione privata con la direzione e lo staff delle istituzioni?
Seguendo il modello dei musei nel mondo e il modello in Italia della Triennale. Non mi sto inventando nulla di nuovo, vorrei solo fare in modo che un museo venga gestito da personale altamente professionale e competente e che sulla stampa estera conoscessero Milano non solo perché ci sono la Fondazione Prada, Fondazione Trussardi o HangarBicocca, ma magari perché c’è un Museo come quello del Novecento che ha pezzi unici nella sua collezione o perché il PAC ha presentato la nostra migliore giovane arte italiana durante miart, gli artisti sono piaciuti ad un curatore di respiro internazionale e questo ha portato i nostri artisti ad avere visibilità fuori dai confini. È un sistema che va fatto girare come accade nel resto del mondo: Londra, Parigi, New York, solo per citarne alcuni.

La Triennale di Milano
La Triennale di Milano

Il suo programma prevede una politica di riorganizzazione in tutti i settori della cultura. A partire da?
Vorrei avviare una politica di riorganizzazione in tutti i settori della cultura, a partire dalla  guardiania alla sicurezza, dalla pulizia alla direzione dallo spazio kids ai ristoranti e così via per fare in modo che tutti gli attori coinvolti siano aggiornati, competenti e stimolati a svolgere un lavoro di squadra, propositivo verso tutti i cittadini. I luoghi della cultura devono diventare accessibili a tutti.

Ha elencato una serie di festival: della Tecnologia, della Danza, dei Teatri, della Musica e del Cinema. Pensa di poter contare su risorse private per “costruire” questo tipo di eventi? Per avere un respiro internazionale necessitano di investimenti importanti
La società di fundraising servirà proprio a questo. Sono convinto che se lavoreremo con serietà e qualità raggiungeremo ottimi risultati. Dovremo lavorare sodo e bene, ma sono convinto che se tutti, pubblico e privato, faremo la nostra parte ce la faremo.

Prevede anche la promozione e organizzazione di esposizioni di opere d’arte nelle stazioni della metropolitana. La metropolitana di Napoli ospita già opere permanenti di artisti di fama. Pensa di lavorare su quel modello?
Mi piacerebbe creare un pool di professionisti che sviluppi il progetto chiedendo ad importanti artisti italiani e internazionali di fare interventi site-specific per la nostra metropolitana, magari facendo un concorso per scegliere il miglior progetto.

Come vorrà essere ricordato, in ambito culturale, come sindaco di Milano?
Come il sindaco che finalmente ha portato Milano ad essere tra le prime venti città al mondo a fare cultura di qualità e per aver aiutato, sostenuto e fatto conoscere al mondo la giovane arte italiana.

Daniele Perra

http://www.stefanoparisi.it/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.