Il serpente simbolo del Male. Dal folklore al contemporaneo

Cocullo è un paesino montano dell’Abruzzo. E il primo maggio lo festeggiano con i serpenti. Qui vi raccontiamo come e perché c’entra anche l’arte contemporanea.

Il serparo, Cocullo, 2014
Il serparo, Cocullo, 2014

Poiché hai fatto questo, maledetto sii tu fra tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche.
Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita.

Genesi, 3-14

ATAVICA MARINA ABRAMOVIC
È davvero singolare come l’arte, dalle sue radici più remote fino alle forme più contemporanee, abbia potuto modellare e inglobare in sé, in un processo di acculturazione, riti atavici, credenze popolari e culti.
Marina Abramović, in una performance del 1990, Dragon Haeads, sembra compendiare iconograficamente l’espediente di un’antichissima festa popolare abruzzese: l’artista balcanica, come una profetica dea della civiltà minoica, stringe a sé i serpenti. Un’allusione alla duplice dualità del femminino: la potenza mortifera che tutto stermina e annienta da un lato, e dall’altro la forza generatrice che partorisce, crea e alimenta l’esistenza.

LA FESTA DI COCULLO E I SERPARI
A Cocullo, piccolissimo e isolato centro montano dell’Abruzzo in provincia dell’Aquila, viene ancor oggi spettacolarizzato, esibito e addomesticato il male nella sua forma più arcaizzante.
Una moltitudine di gente (anche da regioni lontane), per devozione o per grazia ricevuta, partecipa alla processione di San Domenico abate il 1° maggio. Un taumaturgo vissuto a cavallo dei secoli X e XI, invocato principalmente contro i demoni, contro le odontalgie e contro i morsi velenosi di serpenti, scorpioni e fiere: stereotipizzazioni e oggettivazioni, queste, dei mali fisici e psichici, che un tempo (ma ancora oggi) venivano inscritte nella sfera del sovrannaturale, del demoniaco e del negativo, dalle quali le popolazioni agro-pastorali cercavano di difendersi con ogni mezzo, utilizzando rimedi che attingevano alla sfera profana e sacra.
Già dalle prime ore del mattino, alcuni devoti conducono in ginocchio, davanti a una folla in fermento, pesantissimi cesti portati sul capo, ornati di pane, fiori ed ex voto, per raggiungere la piccola chiesa dov’ è conservato l’antico simulacro del santo. Altri invece raggiungono il paesino a piedi con in mano i serpenti che varranno innalzati, esibiti e benedetti nel momento centrale del rito, quando la statua del santo, avviluppata da serpenti, sarà deambulata tra le vie del piccolo centro. Sono i serpari, catturatori e conservatori di serpenti, coloro che sanno curare le persone e gli animali colpiti dai loro morsi. L’attività di questa figura arcaica professionale rientra nello sforzo fatto dall’uomo per lottare contro uno dei rischi più complessi: quello del morso ofidico, il più delle volte dolorosissimo e letale.

Il serparo, Cocullo, 2014
Il serparo, Cocullo, 2014

DAL CRISTIANESIMO A RITROSO
Il serpente, tanto temuto dalla religione cristiana, diviene una sorta di capro espiatorio, attraverso il quale i fedeli esorcizzano i mali privati e collettivi, in una primigenia forma di animismo.
Simbolo cosmico, è ritenuto dalla cultura popolare un animale negativo e malefico, associato in particolar modo a culti e rituali di natura esoterica. Misterioso e seducente, è l’emblema dei segreti più reconditi, di credenze oracolari e sotterranee: è enfatizzato nel dipinto di Franz von Stuck, Die Sünde (1893), dove una fatale Eva, progenitrice con un serpente inquietante, simboleggia la malignità e il peccato primordiale, in un simbolico invito al malum sadiano.
Legato soprattutto alla religione cristiana, il serpente è iconizzato come archetipo della colpa, incarnando la personificazione stessa del male: il diàbolus (dal greco diàballo, letteralmente “frapporre una barriera”).
Lo dimostra Robert Mapplethorpe in una fotografia del 1981, dal titolo Snakeman: un uomo con una maschera apotropaica, probabilmente un demone pagano, è avviluppato da un serpente dal grande corpo; i rimandi all’iconografia medievale e rinascimentale sono evidenti.
Il serpente è inoltre, fin dall’antichità, una divinità ctonia dallo sguardo pietrificante nella Medusa; nelle culture pagane è congiunto al mondo degli inferi e perciò, in quanto tale, rappresenta chiaramente l’antenato mitico; guardiano attento dei sepolcri, dell’oracolo di Delfi e del focolare domestico: è quindi il depositario di un sapere universale, antico, sapienziale e profetico.

Franz von Stuck, Die Sünde, 1893
Franz von Stuck, Die Sünde, 1893

PHARMAKON: VELENO E CURA
Le radici arcaiche della festa di Cocullo sono probabilmente (se pur morfologicamente dilatate e mutate nel tempo e nella geografia) da ricercare nell’antica stirpe italica dei Marsi o degli Irpini, devoti alla dea Angizia, addomesticatrice di serpi per fini curativi; riti che coincidevano proprio con la primavera e che indicavano la complessità della vita e della morte.
Nel processo di amalgamazione con il cristianesimo, il santo taumaturgo viene immaginato come un dominatore di forze perturbanti e gli vengono attribuiti poteri antiofidici, antirabbici, antiodontalgici, oltre che una complessa e immutata capacità salvifica generica, dove il veleno stesso del serpente rappresenterà poi scientificamente un rimedio contro altre tossicità.
Questa ossessione di dominare il male e il veleno come liquido letale attraverso la simbologia archetipica del serpente è rappresentato da Hans Memling nel Calice di San Giovanni Evangelista (1470), dipinto conservato alla National Gallery of Art di Washington, dove un serpentello sembra traboccare da un calice eucaristico: il veleno mortifero come peccato allusivo contenuto nei dogmi della fede.

LE SERPI E L’ANTROPOLOGIA
Il folklorista Antonio De Nino descrive così la fine della festa dei serpenti nel paesino abruzzese: “I separi, o uno che fa da capo, portano tutte le serpi fuori dal paese verso il ponte. Là il festaiolo fa contare le serpi e le paga tre soldi l’una. C’è poi chi le fa scapolare, cioè le mette in libertà nella terra di Merano, ma per lo più le ammazzano”.
La festa di Cocullo, in una visione antropologica, racchiude quindi in sé strategie, riti e formulazioni che servono a fronteggiare la “crisi della presenza”, concetto espresso in sede teorica da Ernesto de Martino, in cui i rituali intervengono al fine di destorificare il negativo e quindi esorcizzare la minaccia dell’assenza per restituire all’individuo e alla sua comunità la normale ripresa del quotidiano: è in fondo questa la potenza simbolica dell’arte e la sua correlazione complessa e alta con la religione, con i culti e con i riti.

Fabio Petrelli

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Fabio Petrelli
Nato nel 1984 ad Acquaviva delle Fonti, è uno storico dell’arte. Laureato nel 2006 presso l’Accademia di Belle Arti di Roma con una tesi in storia dell’arte (Storie notturne di donne. La rappresentazione perturbante della donna dal XV secolo ad oggi), nel 2013 si laurea in Storia dell’arte presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata con una tesi in Arti visive del XXI secolo (Imago Mortis. La rappresentazione della morte nell’arte contemporanea). Ha collaborato per diversi musei e gallerie; autore di molteplici saggi a carattere demo-etno-antropologico e storico-artistico, in ambito critico attinge agli studi sull’universo simbolico dei rituali religiosi e di come tali forme culturali si riverberano nell’universo archetipico della storia dell’arte dall’antichità al contemporaneo.