Art Cologne edizione numero 50 appena archiviata. Intervista col direttore Daniel Hug

Si è svolta lo scorso weekend la fiera d’arte più longeva al mondo. È Art Cologne, e dal 2008 è diretta da Daniel Hug. Abbiamo conversato con lui per un bilancio e un po’ di storia.

Daniel Hug, direttore di Art Cologne - photo Koelnmesse
Daniel Hug, direttore di Art Cologne - photo Koelnmesse

Art Cologne è nata nel 1967 ed è la fiera d’arte più longeva al mondo. Quest’anno ha festeggiato mezzo secolo e dal 2008 è diretta da Daniel Hug. Con lui abbiamo parlato allora di storia, di presente, di futuro. E di uno scacchiere globale sempre più complesso, che nella fattispecie ha rischiato di creare un incidente diplomatico con Art Brussels.

Ci racconta in breve la sua storia fino al 2008? Suo nonno era nientemeno che László Moholy-Nagy – c’è anche una certa somiglianza fisica…
Sono nato in Svizzera, cresciuto da una madre americana e da un padre svizzero; siamo andati a vivere negli Stati Uniti quando avevo undici anni. Ho studiato alla School of the Art Institute di Chicago. Nel 1996 ho aperto la mia prima galleria, la RX Gallery. Due anni dopo sono diventato partner del Chicago Project Room di Michael Scott Hall. Abbiamo fatto mostre di artisti internazionali come Gerwald Rockenschaub, Muntean Rosenblum, Henrik Plenge Jakobsen, Olaf Breuning, Daniel Pflumm, fra gli altri, e siamo stati i primi a portare alla ribalta internazionale l’artista di Chicago Helen Mirra. Nel 2003 ho aperto una mia galleria a Los Angeles, lavorando con molti artisti basati a LA come ‎T. Kelly Mason, Brian Kennon, Michael Queenland, Stephanie Taylor, Pentti Monkkonen, e artisti internazionali com Thomas Zipp, Hans-Joerg Dobliar e Rafal Bujnowski.

Il rapporto con le fiere quando nasce?
Ho cominciato a essere coinvolto intorno al 1998, quando sono stato invitato a far parte del comitato di selezione di Art Chicago. Per la giovane fiera Art LA ho fatto il consulente, organizzando il comitato di selezione e reclutando le gallerie. L’edizione 2007 di Art LA aveva in lista alcune delle migliori gallerie internazionali, come Christian Nagel, Johann Koenig, Gavin Brown, Regen Projects, China Art Objects, fra le tante.

Art Cologne 2016 - Eins, zwei Wechselschritt - © Koelnmesse
Art Cologne 2016 – Eins, zwei Wechselschritt – © Koelnmesse

Nel 2008 ha assunto la direzione di Art Cologne, ovvero della fiera più antica al mondo – che non è l’Armory di New York, come molti credono. Com’era la situazione in quel momento?
In effetti siamo la prima e più antica fiera d’arte contemporanea al mondo. L’Armory Show di New York‎ nasce dalla Gramercy fair, organizzata originariamente nel 1994 dalle gallerie newyorchesi Colin de Land, Pat Hearn e Paul Morris. L’Armory Show attuale non ha nulla a che fare con la fondamentale mostra omonima del 1914, che si svolse al 7th Regent Armory building e che era una mostra in cui venivano presentati artisti d’avanguardia dall’Europa e dal Nordamerica.
Dietro la nascita della fiera di Colonia nel 1967 c’erano 18 gallerie tedesche che si occupavano di mercato primario lavorando con artisti viventi; volevano presentare una mostra ispirata alla Documenta 5, ma con le opera in vendita. Qualcosa di piuttosto radicale all’epoca, visto che era considerato di cattivo gusto che le gallerie vendessero “apertamente” opere d’arte.

Quali strategie ha adottato per rivitalizzare la fiera? Immagino sia stato complicato, poiché nel frattempo lo scacchiere globale è diventato molto fitto.
Analizzando il mondo dell’arte contemporanea nel 2008 e la vita breve di altre fiere, mi sono rapidamente reso conto che Art Cologne è qualcosa di molto particolare. È oggi l’unica fiera che è cresciuta organicamente e naturalmente grazie a una forte base di collezionisti locali. Art Cologne gode di un solido sistema di supporto costituito da gallerie, collezionisti, curatori e istituzioni tedeschi.
Ho ritenuto interessante il fatto che fosse riuscita a sopravvivere senza essere in prima linea nel circuito delle fiere che dipendono ampiamente da una classe di ricchi jetsetters internazionali che incontri in tutte le altre fiere. In questo senso, Art Cologne riveste veramente il proprio ruolo in un modo molto diretto e onesto: non è un mero mercato trendy del lusso, ma un luogo dove acquisire e comunicare l’Arte.

Daniel Hug, direttore di Art Cologne - photo Koelnmesse
Daniel Hug, direttore di Art Cologne – photo Koelnmesse

Qual è il rapporto con Art Brussels? Siete state a lungo fiere “parallele”.
È un po’ teso, sebbene con la direzione di Katerina Gregos le relazioni siano notevolmente migliorate. Brussels era piuttosto offesa, poiché il mio predecessore aveva spostato Art Cologne dall’autunno alla primavera, quasi negli stessi giorni di Art Brussels a partire dal 2006. È qualcosa che ancora mi sconcerta. I collezionisti belgi hanno sempre rivestito un ruolo molto importante a Colonia e la prossimità al Benelux è ciò che rese importante Colonia nei primi anni: in fondo siamo a solo un’ora e mezza di treno o auto da Brussels e Anversa.

Qual è la situazione degli eventi “collaterali” a Colonia?
Quest’anno la Kölnischer Kunstverein ha aperto una personale di Andro Wekua il giorno dopo l’inaugurazione di Art Cologne, contribuendo a convogliare molti visitatori ed evidenziando questo aspetto fantastico e importante di Colonia, ovvero l’essere una world art city. Anche l’apertura del Thomas Schütte Museum è stata un importante highlight; la mostra e la performance di Marvin Gay Chetwyn che ha aperto il giorno prima di Art Cologne è stato un enorme successo: la Bonner Kunstverein era zeppa di centinaia di visitatori.Questo è uno dei grandi pregi di essere in Renania: abbiamo istituzioni fantastiche e una delle aree più dense al mondo di collezioni private e pubbliche.

Veniamo all’edizione di quest’anno. Si festeggiavano cinquant’anni dalla nascita di Art Cologne. In che modo è stato celebrato l’anniversario?
È piuttosto difficile avere a che fare con una storia illustre come quella di Art Cologne. Da un lato vuoi celebrare il passato, dall’altro non possiamo dimenticare che siamo una fiera d’arte contemporanea. Ho ritenuto che fosse più importante concentrare i nostril sforzi in un testo serio di storia dell’arte che indagasse la storia della prima fiera di arte moderna e contemporanea. La vera celebrazione è consistita nella creazione e promozione di questo progetto da parte di Walther König e ZADIK. Il libro rivela molti aspetti interni e stragegie concernenti le fiere d’arte, e mi auguro che contribuirà a promuovere una più ampia comprensione di cos’è e di quale ruolo ha Art Cologne.

Art Cologne 2016 - KRUPP + Rittershaus - © Koelnmesse
Art Cologne 2016 – KRUPP + Rittershaus – © Koelnmesse

Qual è il bilancio dell’edizione 2016 a livello di vendite, pubblico generale e affluenza di collezionisti?
Nel corso della fiera sono riuscito a parlare personalmente con 211 dei 218 espositori e posso dire che la fiera ha superato le aspettative di vendita di oltre il 90%, che corrisponde ai risultati dell’anno scorso. Abbiamo avuto circa 4mila visitatori in più rispetto al 2015. C’erano molti collezionisti che sono tornati a Colonia dopo una lunga assenza, e mi ha stupito vedere importanti curatori come Hans Ulrich Obrist e Ann Goldstein, fra gli altri. Molte gallerie dicevano che era fantastico il fatto che Art Cologne attirasse così tanti curator in fiera.

Cosa l’ha resa particolarmente soddisfatta in questi anni e cosa invece ritiene che sia da migliorare?
L’aspetto più soddisfacente di Art Cologne è che funziona come fiera, che le vendite possono avvenire al di fuori dei meccanismi trendy del mercato “globale” dell’arte, invaso dalla speculazione e soffocato dai consulenti d’arte.

2017: come immagina la sua Art Cologne?
Un passo avanti rispetto all’edizione di quest’anno, con l’introduzione di alcuni cambiamenti che da tempo sono necessari. Per un nuovo inizio e per il primo anno del secondo mezzo secolo di Art Cologne.

Marco Enrico Giacomelli

www.artcologne.de

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.