Torino. Parla il neodirettore di Palazzo Madama

“I musei? Sono di una noia mortale”. Non le manda certo a dire, il nuovo direttore di Palazzo Madama a Torino. Lui è Guido Curto, fra coloro che hanno reso la città una grande capitale dell’arte contemporanea. E ora la sfida è ancora più grande.

Guido Curto - photo Giorgio Perottino
Guido Curto - photo Giorgio Perottino

La facciamo una breve panoramica sul tuo percorso? In ultimo c’è stata l’Accademia Albertina…
L’ho diretta per due mandati, dal 2005 al 2011. Per legge non è possibile farne un terzo. Ho ricoperto anche, per Statuto accademico, il ruolo di direttore del museo annesso all’Accademia, la Pinacoteca Albertina, che dirigo da ormai dieci anni.

E prima?
Sono stato docente di Storia dell’Arte e schedatore per la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Piemonte.

Raccontiamo però anche le esperienze meno direttamente collegate al mondo dell’arte.
Ho seguito un utilissimo corso ISVOR di formazione aziendale sulla gestione del personale e delle relazioni esterne e poi ho lavorato all’ufficio personale di Fiat Auto. Ma ho fatto anche il copywriter per varie agenzie di pubblicità e ho collaborato con Gianni Brunazzi – direttore dell’ufficio comunicazione e immagine dell’Iveco – alla stesura di un manuale sulla loro corporate identity.

Veniamo a Palazzo Madama. Di fatto è la tua prima esperienza in questo senso. Qual è la tua idea di direzione?
Non deve essere una mia idea, o meglio non solo. Decidere quale progetto perseguire, quali mostre organizzare, su quali obiettivi culturali indirizzare il museo non può essere una scelta solipsistica che il direttore fa sulla base delle sue predilezioni. È una scelta prettamente politica, perché riguarda il governo della polis.

Da Poussin agli Impressionisti. Tre secoli di pittura francese dall’Ermitage - Palazzo Madama, Torino 2016
Da Poussin agli Impressionisti. Tre secoli di pittura francese dall’Ermitage – Palazzo Madama, Torino 2016

Mi stai dicendo che la direzione del museo deve inserirsi in un progetto di più ampio respiro?
Da alcuni anni, le amministrazioni cittadine puntano sulla riconversione di Torino da città industriale, capitale dell’automotive, a città di cultura. E Palazzo Madama deve inserirsi in questa strategia.

Spiegaci in poche righe cos’è Palazzo Madama.
Mi piace dire che è il museo di se stesso, perché contiene nell’edificio le tracce della storia bimillenaria della città: dalle vestigia archeologiche della Porta di Po del castrum romano, fino al fatto di essere la residenza di ben due Madame Reali, nonché fulcro urbanistico – juvarriano! – dell’ex capitale di un piccolo, ambiziosissimo Regno, assurto a Regno d’Italia.

Cosa resterà e cosa cambierà dell’ottima direzione precedente, firmata Enrica Pagella?
Bisogna insistere sull’apertura a pubblici sempre più vasti, con l’obiettivo di farne il museo della città. A Palazzo Madama, gli abitanti di Torino, torinesi e non torinesi, compresi gli “stranieri” provenienti da altri Paesi d’Europa e gli “extracomunitari”, devono poter conoscere e rimanere affascinati dalla “loro” città.

Time Table. A tavola nei secoli - Palazzo Madama, Torino 2015
Time Table. A tavola nei secoli – Palazzo Madama, Torino 2015

Ma non è un po’ noioso Palazzo Madama?
Ti confesso che spesso, quando entro in un museo, provo proprio quella sensazione. E se succede a me o a te, immagina cosa provano i “comuni visitatori”, costretti a passeggiare in silenzio come fossero in chiesa o in un “tempio dell’Arte”. Soggezione, alienazione, e per opere che non suscitano più emozioni.

Vuoi farti licenziare entro la prima settimana dalla nomina?!
No, ma bisogna cambiare atteggiamento. E non basta allestire mostre temporanee interessanti.

E quindi?
Bisogna rafforzare l’edutainment, inserendo nel percorso espositivo aree destinate alla divulgazione e alla formazione. Dove il pubblico, anche quello adulto, possa conoscere l’evoluzione storica-urbanistica e artistica di Torino. Inoltre nelle sale si potrebbero anche conoscere, divertendosi, le varie tecniche artistiche, dalla modellazione della terracotta alla pittura su ceramica, dalla lavorazione del vetro al ricamo e persino la tessitura di arazzi. Insomma, immagino un museo che faccia toccare con mano l’importanza dell’arts and crafts, inventando un percorso espositivo meno rigido e algido. Le arti applicate sono il design del passato, e io voglio contaminarle con il design del presente e del futuro.

Guido Curto - photo Giorgio Perottino
Guido Curto – photo Giorgio Perottino

Insomma, vuoi riscaldare il museo.
Esatto: non voglio un museo-cassaforte o un museo-frigorifero dove conservare e congelare i capolavori. Voglio un’istituzione che forma e diverte i cittadini e i turisti, i giovani e gli anziani, i torinesi e gli stranieri, gli studenti e gli incolti, e li “fidelizza” invitandoli a ritornare più volte nell’anno, perché qui accadono “cose” sempre nuove e interessanti.

Avrai già in mente qualche applicazione pratica di questa visione…
Non posso già svelare tutti i segreti del mio progetto, però ti dico: nelle sale bisognerebbe portare la musica, la letteratura, la poesia, la filosofia, le religioni… Coinvolgere il visitatore con esperienze uditive, e anche olfattive e di gusto. E nella realizzazione di questa strategia sinestetica possono essere coinvolte altre prestigiose istituzioni culturali torinesi, dal Conservatorio al Teatro Regio, dall’Accademia alla Scuola Holden, e magari l’Università del Gusto di Pollenzo e Slow Food.

Marco Enrico Giacomelli

www.palazzomadamatorino.it

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.