Un paese di affittuari. L’editoriale di Renato Barilli

È una storia che si ripete: anziché valorizzare quello che abbiamo, anche e soprattutto di contemporaneo, affittiamo capolavori dai musei stranieri. Ma che senso ha, ad esempio, portare Monet a Torino?

Salvo, Il villaggio, 2014
Salvo, Il villaggio, 2014

OSPITIAMO MA NON PRESTIAMO
L’Unesco dovrebbe dare un premio speciale al nostro Paese in quanto benemerito per il fatto di aiutare i vari musei esteri a sostenere le spese delle loro ristrutturazioni con generosi contributi da parte delle nostre istituzioni, pubbliche.
Prendiamo il caso di Parigi, che quando ha chiuso il Musée Picasso si è affrettato a inviare a Milano, a Palazzo Reale, un’antologia di opere dalla propria collezione, quella stessa serie di capolavori che ogni bravo nostro concittadino in visita sulla Senna non manca di visitare religiosamente.
Ora ci pensa il d’Orsay, anch’esso in via di riordino, che sta spedendo la merce pregiata degli impressionisti sia alla GAM di Torino che al Vittoriano di Roma, e così via, i casi sono innumerevoli, costituiscono quasi una costante.
E beninteso non c’è il reciproco, dato che nel contemporaneo non abbiamo molto da prestare, e l’antico, per fortuna, è protetto da solide tutele, o tutt’al più si consente l’uscita di qualche singolo capolavoro in via eccezionale.

QUALE FUNZIONE PER I MUSEI?
Può darsi che, conti alla mano, queste nostre istituzioni dimostrino che i trasferimenti sono vantaggiosi, che cioè il saldo tra i costi delle affittanze e i ricavi dalle entrate siano in positivo, ma resta un aspetto culturale di non poco peso.
I musei pubblici, checché ne pensi il ministro Franceschini, non sono enti destinati al profitto, questo è da lasciare a un privato come il famigerato Marco Goldin, che punta tutto sugli ingressi e dunque deve proporre mostre di facile comprensione, sfruttando l’effetto nostalgia, massimo quando si insista a proporre Monet, con le sue damine procedenti esili come farfalle sotto l’immancabile ombrellino da sole, o con tuffi mistici nelle ninfee.
Ma sappiamo che oggi bisogna educare le masse a prodotti più avanzati e sofisticati, magari meno attraenti per il vasto pubblico. Eppure questo rientra nella funzione pubblica, con relativa azione educativa e di sprone anche sui nostri giovani. Invece questo metodico saccheggiare i beni altrui ci fa apparire all’estero, come già denunciavano i futuristi, al pari di un Paese di morti, indegno delle sue grandi tradizioni, anche con effetto dannoso proprio sulla nostra arte attuale, da cui non ci si attende niente di buono.

Alberto Burri mentre lavora a un Cellotex - 1977-78 ca. - photo Aurelio Amendola
Alberto Burri mentre lavora a un Cellotex – 1977-78 ca. – photo Aurelio Amendola

CATTELAN E BURRI? SI FANNO A NEW YORK
E quando avremmo un asso nella manica da giocare, vedi i casi di Burri e di Cattelan, ce li facciamo strappare dal Guggenheim di New York. Non mi risulta che, nel centenario della nascita di Burri, nessun museo nostrano abbia messo in calendario una qualche ampia rassegna del maestro delle tele di sacco.
Del resto, ci dimentichiamo, o tacitamente declassiamo, altri protagonisti, come Leoncillo, vittima dei pregiudizi della grande critica, o peggio ancora dei curators di stampo internazionale. Loro, magari, hanno il diritto di limitarsi a cogliere i nostri casi più clamorosi, ma noi non dovremmo allinearci passivi e ossequienti a quei verdetti emessi da lontano e nella disinformazione. Perché non tentiamo di esportare, appunto, qualche nostro grande autore in stato di oblio, come Leoncillo e, mi permetterei di aggiungere, come Ennio Morlotti e Mattia Moreni?
Ma ancora prima, chi tra noi, vittime delle dimenticanze altrui, si sogna di ricordarli degnamente in casa nostra? E ora si aggiunge anche il caso di Salvo, il miglior campione del ritorno alla pittura che si è avuto in tutto l’Occidente nei trascorsi Anni Settanta.

APPELLO AI CURATORS
Signori curatori, siate più audaci, più propositivi, non limitatevi a vivacchiare ai margini del sistema internazionale, ponendovi spontaneamente nella parte di banchettanti di seconda fila, o addirittura di estranei alla grande mensa cui partecipano solo i Paesi che contano.
Evidentemente questa sorta di tacita e accettata delegittimazione si ripercuote poi per li rami, e dunque non lamentiamoci se poi i nostri giovani non vengono presi in considerazione, nessuno li invita ai simposi d’oltralpe, sembra proprio che l’encefalogramma percepibile dalle nostre parti sia piatto o quanto meno irrilevante.

Renato Barilli
critico d’arte militante

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #28

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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.