Padiglione Italia? Io l’avrei fatto così. Parla Renato Barilli

A un mese dall’inaugurazione della Biennale di Venezia, come da copione imperversa la polemica sul Padiglione Italia, quest’anno curato da Vincenzo Trione. Ospitiamo qui l’editoriale di Renato Barilli.

Padiglione Italia
Padiglione Italia

Forse non è corretto occuparsi fin d’ora del Padiglione Italia nella prossima Biennale di Venezia, come lo ha concepito e già annunciato Vincenzo Trione: sarebbe più giusto aspettare di vederlo in atto per poi pronunciare un giudizio motivato. Del resto, come mi è già capitato di osservare, Trione ha il merito di rappresentare bene la mia stessa categoria degli storici dell’arte e dei critici militanti, a mio avviso superiore a quella per me famigerata dei “curatori”, tanto che oso già anticipare molte riserve sull’operato di un maxi-curatore quale Enwezor e sul paleo-marxismo da lui sbandierato.
Quello che però si può già fare, è di discutere attorno alla formula che, nelle ultime edizioni, ha retto la selezione italiana, in genere troppo ampia, e soprattutto con scompensi tra nomi arcinoti e nuove proposte. Prendiamo pure ad esempio la selezione che ci viene proposta per questa edizione, ma evidentemente il discorso che segue va rivolto prima di tutto non al selezionatore di turno, bensì ai registi generali della Biennale, dal Presidente ai responsabili del Ministero Beni e Attività Culturali, da cui viene la designazione del curatore.

Renato Barilli
Renato Barilli

Che senso ha mettere in una lunga lista artisti a tutti noti quali Jannis Kounellis, Mimmo Paladino e Claudio Parmeggiani? E forse in questo elenco di eccellenza potrebbe entrare anche Vanessa Beecroft, col compito di farci stare pure una donna artista. Che cosa questi hanno da guadagnare da una rarefatta presenza in mezzo a tanti altri, dopo che nel corso dei mesi passati hanno già avuto tante occasioni di mostrarsi, e in genere in misure ben più ampie? Non sarebbe meglio adottare il motto “uno alla volta per carità”, e cioè puntare di volta in volta su un solo nome di grande prestigio anche internazionale, cercando di lanciarlo verso l’assegnazione del Leone d’oro di quella certa edizione?
Naturalmente per inseguire uno scopo del genere occorrerebbe apprestare per il prescelto uno spazio adeguato, in modo da reggere la concorrenza con i grandi artisti stranieri cui i rispettivi Paesi dedicano di solito il loro intero padiglione. Sotto un tale aspetto, la via più opportuna era stata quella seguita da Ida Gianelli, nel 2007, che aveva messo in bella vista il solo Giuseppe Penone, affiancandogli in rappresentanza dei giovani un’altra partecipazione solitaria, dell’allora forse troppo alla moda Francesco Vezzoli.
Questa, a sua volta, di indicare un solo “giovane”, può apparire invece una opzione troppo sparuta. Certamente è opportuno fornire una serie più abbondante di “nuove” proposte, ma con l’avvertenza di assegnare loro spazi più contenuti (viene in mente la vecchia distinzione tra le “sale” e le “pareti”: qualcosa di simile si potrebbe riattivare).

Vincenzo Trione
Vincenzo Trione

In effetti queste opzioni giovanili nella selezione di Trione ci sono, se si considerano le presenze di Alis/Filiol, Francesco Barocco, Marzia Migliora, Luca Monterastelli e Nicola Samorì, a proposito delle quali potrà scattare a suo tempo il giudizio di valore, comunque rientra nella discrezionalità del proponente effettuare una propria scelta. E poi, sempre per fare un discorso di tipologie, ci possono stare anche dei recuperi, dei rilanci di personalità che già avevano spiccato, quali Andrea Aquilanti, Nino Longobardi, Paolo Gioli. Il tutto, però, rispettando una moderazione di numeri.
Ma in sostanza conviene farne soprattutto una questione di categorie ben assortite, e differenziate negli spazi assegnati ai singoli membri, o quasi una questione di etichette capaci di fare la differenza: ci starebbe bene, per esempio, una serie rossa, una gialla, una verde. Il tutto chiaramente distinto, per permettere al pubblico di orientarsi, di cogliere a occhio nudo i mutamenti di passo e di stile, senza stare a leggere eventuali didascalie.
Un altro consiglio: si diffidi dei temi generali, quasi sempre pretestuosi, tali da imbrogliare una netta e visibile logica di generazioni con i relativi passaggi del testimone.

Renato Barilli

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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.