I quattro motivi per cui la nomina di Vincenzo Trione è ridicola. A prescindere da Trione

Il già alto livello di polemica attorno alla nomina di Vincenzo Trione conferma l’affetto e l’attenzione che il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia riscuote verso addetti ai lavori e appassionati. Il problema di questa nomina, tuttavia, rischia di non essere Trione stesso.

Vincenzo Trione

Eviteremo qui di entrare eccessivamente nel merito sia della persona scelta per dirigere il prossimo Padiglione Italia, sia dei contenuti che questa persona sta manifestando di poter portare avanti. La persona, vale per tutte le scelte, ha dei pro e dei contro. Indubbiamente è poco informato su quel che succede negli ambiti più sperimentali e avanzati dell’arte contemporanea, poco addentro alle dinamiche delle gallerie (italiane e ancor meno internazionali), relativamente presente presso inaugurazioni e fiere. Si racconta di quando abbia confuso Massimo Di Carlo (gallerista de Lo Scudo a Verona) con Massimo De Carlo (dell’omonima galleria di Londra e Milano), “ma fu una roba di 15 anni fa” spiega lui “dovuta ad una telefonata. E poi con Massimo Di Carlo ho un legame in virtù di Savinio e de Chirico, figurarsi…“. Ad ogni buon conto non è proprio il curatore militante per eccellenza, ecco. E aneddoti come questo sono oro per chi vuol strumentalizzare e dimostrare la tesi della sua estraneità ad un certo milieu.
I suoi punti a favore sono ad ogni modo non indifferenti: è il più giovane curatore che il Padiglione Italia abbia mai avuto, è un valido studioso, un apprezzato professore, un prolifico scrittore (il suo più recente lavoro, Effetto Città, è edito da Bompiani, è già in libreria e verrà presentato a Roma il prossimo 20 novembre) e uno sveglio giornalista. E poi il suo difetto, di cui abbiamo parlato sopra, ovvero il non dover render conto a gallerie, curatori, musei e galleristi, si trasforma qui in un pregio: non avere favori da restituire. Non gli mancano poi doti organizzative che ci palesò in un’intervista (si veda il video in pagina) che gli facemmo un annetto fa quando, nella Capitale, curò una mostra con grandi nomi e giovani emergenti, nel cuore dell’Area Archeologica Centrale del Palatino.
Sui contenuti di Codice Italia e sull’opportunità o inopportunità di ordinare una mostra attorno ai temi dell’identità nazionale oggi in Italia, diremo nei prossimi giorni con articoli che appoggiano e che stroncano questa proposizione culturale e curatoriale.
Aggiungiamo che Trione ha dalla parte sua un filotto incredibile di Padiglioni Italia deludenti. Tutti, nessuno escluso. Sia quando il Padiglione ha visto nominati dei curatori graditi al sistema dell’arte (Ida Gianelli, Bartolomeo Pietromarchi), sia quando ha visto nominati dei curatori odiati (Beatrice Buscaroli, Luca Beatrice, Vittorio Sgarbi), i risultati hanno oscillato tra il mediocre e il patetico. Siamo dunque al ground zero e nelle serene condizioni di augurare a Trione di mettere insieme una bella mostra. Disponibili a spalleggiarlo ove necessario.
Il punto, arrivando al dunque, non è in questa sede né la figura di Trione, né i contenuti della sua proposta. Il punto è la modalità ridicola con la quale Trione è stato nominato. Modalità ridicola per almeno quattro ordini di motivi.


1. I tempi
Non c’è una sola buona ragione per la quale il ministro si sia deciso di incaricare un professionista a curare il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia con questo ritardo. Ritardo sia rispetto al buonsenso (è semplicemente impossibile organizzare una buona mostra in 6 mesi) che rispetto gli altri Paesi che alla Biennale partecipano. Il ritardo è una tradizione italiana (ed è uno dei motivi per cui, come ricordavamo sopra, un Padiglione Italia convincente non si sia ancora visto), ma mai era stato accentuato come in questo caso. Con una Biennale che per il 2015 si terrà con molto anticipo rispetto alla normalità. Pare, addirittura, che il Ministro all’inizio non pensasse che fosse suo compito occuparsi della nomina! Ora che lo ha capito, speriamo che abbia il buonsenso – qualora il Governo dovesse reggere alle turbolenze – di fare le cose a tempo debito per lo meno per la prossima Biennale di Architettura del 2016.

2. I modi
Dice: i tempi sono saltati completamente, ma almeno si è proceduto con prassi inattaccabili? Ma neanche per sogno. Il ministro si è vantato di una scelta “di trasparenza”, servendosi di questo termine per una excusatio che nessuno gli aveva petita. In realtà ciò che appare a uno sguardo immediato è un gran pasticcio in perfetto stile ministeriale italiano: niente di nuovo sotto il sole del renzismo, a quanto pare. Si è optato per una call a inviti coinvolgendo – in base a quali parametri? Con nomi scelti da chi? Perché il bravissimo Francesco Stocchi sì e il bravissimo Alessandro Rabottini no, per dire? – dieci figure. Due hanno detto di no, ma non sono state sostituite. Perché? Si è così proceduto con otto nomi. E poi si è proceduto con le scelte: via i primi tre, avanti gli altri cinque, poi via altri tre e il ballottaggio tra gli ultimi due con il progetto di Cristiana Collu che probabilmente costava troppo, cosa che avrebbe spostato le preferenze verso Trione. Bene, ma chi ha scelto? Da chi era composta la commissione? Non sarà mica vero che era composta tutta e interamente da figure interne al ministero? E che autorevolezza ha una commissione simile? Che conoscenza ha degli argomenti sui quali deve andare a deliberare? La sensazione è quella di un’operazione strumentale: fare una call per attenuare le responsabilità di una scelta. Ma il ministro è lì (pagato e nominato, con oneri e onori) per assumersi le sue responsabilità, e se (più che legittimamente) voleva incaricare una figura di sua fiducia e di sua stima, doveva e poteva farlo senza costruirci intorno questo improbabile caravanserraglio. Già che c’era, poi, poteva avere l’accortezza – ritardo per ritardo – di comunicare la nomina a suo piacimento, ma di farne cadere l’annunzio ufficiale al fuori delle giornate di svolgimento di Artissima, che è la rassegna fieristica d’arte contemporanea più importante del Paese e che quest’anno avrebbe vissuto benissimo anche senza questa distrazione che si poteva comunicare tranquillamente qualche ora dopo.

Il Ministro Dario Franceschini al Museo Madre, Napoli 2014 (foto Amedeo Benestante)
Il Ministro Dario Franceschini al Museo Madre, Napoli 2014 (foto Amedeo Benestante)

3. I soldi
A quanto pare – è stata anche una precondizione della scelta del progetto di Vincenzo Trione, meno caro rispetto ad altri – i soldi diminuiranno ancora: il budget risicato (o i costi elevati, due facce della stessa medaglia) che costrinse il precedente direttore del Padiglione Bartolomeo Pietromarchi a mettere insieme una piattaforma di crowdfunding e a chiedere aiuto di galleristi e collezionisti, sarà tagliato ulteriormente. Se gli euro erano 600mila due anni fa, si parla di un budget di poco superiore ai 400mila. Per un numero di artisti che – per una scelta che abbiamo sempre segnalato come discutibile – continua a essere elevato in maniera anomala. Insomma, il curatore del nostro padiglione nazionale è costretto a essere scelto con modalità bizzarre, a venire a sapere del suo incarico all’ultimo momento e a lavorare senza budget adeguati. E poi ci sorprendiamo che i Padiglioni non riescano mai un granché? Si tratta proprio di un deficit strategico: prima apparecchi per il paese un padiglione di dimensioni spropositate e poi non hai sufficiente denaro per allestirvi mostre all’altezza. Potevi pensarci prima, essere un minimo lungimirante e riservarti uno spazio più gestibile, piccolo, come quello di Stati Uniti, Francia, Germania o Regno Unito. Mancanza di una visione prima ancora che mancanza di finanziamenti.

4. Il rispetto
Questo punto ricomprende un po’ tutti gli altri. Le modalità con cui si opera, una puntualità alla quale pare non venga data importanza, gli investimenti in continuo calo. Si arriva, insomma, a un problema di rispetto del proprio stesso sistema Paese. Intendiamo dire che l’Italia ospita – e finanzia! – l’evento d’arte contemporanea più importante del mondo: la Biennale di Venezia. Avere in casa questo tesoro presuppone un rispetto profondo per l’istituzione, per quello che rappresenta, per il ruolo che ha nel mondo, per l’attenzione della quale è fatta oggetto a livello internazionale. Che figura ci fa la Biennale se proprio il paese che ne è proprietario si comporta in questa maniera? Che conseguenze ha la credibilità della Biennale se proprio il Paese che la possiede tarda a nominare figure basilari, taglia i finanziamenti al proprio padiglione, compie scelte in maniera raffazzonata?

E’ un peccato perché – come gli avevamo dato ampiamente atto – il ministro Dario Franceschini ci era apparso piuttosto ben intonato su altre partite. Non allo stesso modo si può affermare per quanto riguarda la Biennale e tutto quel che le ruota attorno.

Massimiliano Tonelli

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena. Dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Direttore editoriale del Gambero Rosso dal 2012 al 2021. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune.