Sogni post-net. L’arte dopo Internet, a Varsavia

Trenta giovani artisti impegnati a descrivere come l’arte è cambiata di fronte all’invasione mediatica e alla de-materializzazione del reale. Una mostra dal sapore post-net, che descrive al meglio i rapidi sviluppi culturali di una città in evoluzione come Varsavia.

Ada Karczmarczyk, Blog (video frame), 2012-2014
Ada Karczmarczyk, Blog (video frame), 2012-2014

La mostra Private Settings. Art after the Internet è una summa di giovani autori entrati nella scena artistica nel pieno dell’espansione dinamica di Internet e della cultura digitale di massa, in uno spazio pieno di possibilità apparentemente illimitate e caratterizzato da un eccesso di immagini e informazioni.
Trenta giovani artisti, tutti nati tra il 1980 e il 1990, chiamati a raccolta dal Museum of Modern Art di Varsavia per rispondere a una domanda precisa: come è cambiata, in seguito al rampante progresso tecnologico dell’ultimo decennio e al contatto quotidiano con i media, l’identità dell’artista e la sua interazione col mondo?
L’allestimento presenta decine di opere (molte delle quali video), tutte costruite su un impianto teoretico che tocca immancabilmente tematiche cardine della filosofia e della sociologia dell’ultimo trentennio: il mondo come rappresentazione, l’estensione totalitaria delle immagini, la messa in discussione del reale a vantaggio del virtuale, il confine sfocato tra privato e pubblico, autentico e fittizio, originale e copia. Questioni cruciali, insomma, su cui l’arte postmoderna ha già abbondantemente discusso, sviluppando osservazioni che questi giovani artisti fanno inevitabilmente proprie, portandole verso i territori estremi – e ancora poco definiti – della cosiddetta Post-Internet Art.

Harm van den Dorpel, Untitled Assemblage (selfie), 2014
Harm van den Dorpel, Untitled Assemblage (selfie), 2014

I lavori si presentano con fascino ambiguo, avvolti in un’aura che attrae e distanzia allo stesso tempo. Atmosfere frigide e senso del vuoto dominano le sale, trasportando l’osservatore in un viaggio glitter, dove gli schermi sono presenze vive, che inquietano per la loro freddezza e rassicurano per la loro familiarità. Dai video di Ed Atkins, volti a esplorare il mondo dell’iperreale con la creazione di complessi ambienti cibernetici popolati da personaggi virtuali e avatar di provenienza incerta, alle installazioni interattive di Daniel Keller; dalle Google street views di John Rafman ai mondi simulati creati da Ryan Trecartin, miranti a investigare le relazioni interpersonali nell’era della comunicazione di massa e della sovrapproduzione di informazioni.
La sensazione è quella di assistere a una serie di opere d’arte mai come oggi “temporanee”, come temporanea è l’estetica post-net su cui questi lavori fanno leva. Proiezioni di immagini Powerpoint, sovrapposizioni di linguaggi, cortocircuiti kitsch. Sembra singolare che, esclusi rari esempi, molte di queste opere paiono poter funzionare di più se assimilate di fronte allo schermo del proprio computer, libere di potersi attestare come immagini tra le immagini, senza il peso ingombrante dell’istituzione museale che ne certifichi la funzionalità.

DIS, Thinkspiration (video frame), 2014
DIS, Thinkspiration (video frame), 2014

Nonostante in generale la mostra non brilli per efficacia, non sempre capace di fornire una analisi mirata e pungente sul tema, preferendo rimanere in un limbo kitsch intrigante ma mai incisivo, l’esposizione propone nel complesso un ampio ventaglio di possibilità legate ai linguaggi fluidi del mondo web. Una scelta se non altro coraggiosa, soprattutto considerato il contesto polacco, forse mai come in questa occasione sfacciatamente aperto alle tendenze estetiche del contemporaneo. Private Setting è per questo un tassello importante per lo sviluppo culturale della città, una mostra significativa, perché sintetizza al meglio le bizzarre dinamiche che intercorrono tra l’arte – e i luoghi della sua produzione – e le attuali logiche neoliberali del contesto socio-economico nazionale: tutto molto rapido, tutto molto mutevole, tutto molto kitsch. E la “favola postmoderna” di Varsavia continua.

Alex Urso

Varsavia // fino al 6 gennaio 2015
Private Settings. Art after the Internet
a cura di Natalia Sielewicz
artisti: Sarah Abu Abdallah and Joey L. DeFrancesco, Korakrit Arunanondchai, Ed Atkins, Trisha Baga and Jessie Stead, Darja Bajagić, Nicolas Ceccaldi, Jennifer Chan, CUSS Group, Czosnek Studio, Jesse Darling, DIS, Harm van den Dorpel, Loretta Fahrenholz, Daniel Keller, Ada Karczmarczyk, Jason Loebs, Piotr Łakomy, Metahaven, Takeshi Murata, Yuri Pattison, Hannah Perry, Jon Rafman, Bunny Rogers, Pamela Rosenkranz, Ryan Trecartin, Ned Vena
MUSEUM OF MODERN ART
Ul. Emilii Plater 51
+48 (0)22 5964010
www.artmuseum.pl

 

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Alex Urso
Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania). Tra le istituzioni con cui ha collaborato in questi anni: Zacheta - National Gallery of Art di Varsavia, Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, Padiglione Polacco - 16. Mostra Internazionale di Architettura Biennale di Venezia, Fondazione Benetton (catalogo “Imagus Mundi”), Adam Mickiewicz Institute. Nel 2017 è stato curatore della “Biennale de La Biche”. Dal 2014 scrive di arte per Artribune. Sempre per Artribune cura “Fantagraphic”, la rubrica di fumetti del sito. Suoi articoli e testi critici sono apparsi su cataloghi e testate di settore nazionali e internazionali.