Vuoti a perdere

Cosa fa di un artista un artista, e non un artigiano o un dilettante della domenica? Quale stratagemma produce questa attribuzione di valore aggiunto dopo la disattesa affermazione di Beuys secondo cui “ogni uomo è un artista”? Sappiamo come stavano le cose ieri. Ma oggi? L’opinione di Marcello Faletra.

Damien Hirst
Damien Hirst

Si potrebbe rispondere a queste domande con una domanda diametralmente opposta: cosa accadrebbe alle opere d’arte se non fossero più firmate? In altre parole: cosa accadrebbe se le “opere” non fossero più accompagnate da un marchio depositato che è il nome dell’autore? Di fronte a una tale eventualità anche una certa produzione critica sbanderebbe, perché gli occorre un marchio depositato per avviare la produzione di senso. E, ancora, fino a che punto questo mondo ha bisogno di un’arte autoreferenziale? D’altra parte, come non notare che oggi la “realtà” non ha più bisogno di intermediari per comprenderla? Tanto ci cade addosso spiegandosi da sé. È come se tutto ciò che passa per “contemporaneo” fosse già sempre superato dalla realtà.
Paradossalmente, il “contemporaneo” non è contemporaneo di nulla. Anzi, a volte a guardare certe mostre sale da esse un sapore stantio, come di una bestia putrefatta. Lo stupidario linguistico che inficia l’arte arriva pure a considerare “datati” artisti la cui opera è senza tempo. È il cieco storicismo di alcuni degli “addetti ai lavori” ossessionati dalle mode. È in questa eventuale catastrofe temporale fra l’artista e il mondo che il feticcio della firma diviene la sola garanzia che legittima l’opera in un mondo (il sistema dell’arte) separato da tutto il resto.

Marcel Duchamp, Fountain, copia autorizzata dell'originale 1917
Marcel Duchamp, Fountain, copia autorizzata dell’originale 1917

Dal punto di vista di Duchamp (1967) è solo il curriculum che differenzia un “artista” da un uomo qualsiasi, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che i musei d’arte contemporanea sono pieni di mediocrità. Quando Hirst confessa che le sue scatole di farmacia sono soltanto vessilli vuoti – “È solo packaging, cazzo!” – a cui galleristi e pubblicisti credono fermamente scambiandoli per oggetti drammatici, tocchiamo con mano questa verità del banale. I “vuoti a perdere” nell’arte, non avendo contenuti, li si confeziona ad hoc.
Ma a questo punto si profila una vendetta della cosa qualunque sull’arte, e questo è il cinismo del banale, che è quello della merce. Non occorre dunque più alcuna spiegazione dell’opera: come la merce, gli serve solo la pubblicità, ossia farsi effetto speciale. Ultimo atto della rappresentazione.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #17

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.