I musei ci sono, non i visitatori

Girare il mondo è condizione sine qua non per chi si appassiona o lavora nel mondo dell’arte contemporanea. Girandolo e facendo confronti si ha la sensazione di vivere in un Paese in cui i musei che espongono arte di oggi non intercettino visitatori “veri”. Tolte le gite scolastiche e gli addetti ai lavori, non rimane granché.

Thomas Schütte - United Enemies I-II - 2011 - collezione dell’artista, Düsseldorf - veduta dell'installazione al Castello di Rivoli, 2012 - photo Sebastiano Pellion, Torino

Vera o non vera che sia la percezione, è comunque verosimile e dunque vale la pena analizzarla cercandone le concause. Una di queste è che negli ultimi trent’anni il Paese si è divertito realizzando centri d’arte contemporanea in luoghi a seconda dei casi impervi, spiacevoli, fuori dai grandi flussi turistici e comunque malamente collegati. Si è iniziato negli Anni Ottanta con Rivoli, poi con Prato, ma in entrambi i casi (e non si tratta certo di metropoli globali) non certo a Rivoli-centro o a Prato-centro. A Bologna c’era la Gam, ma anche lei in una collocazione marginale, adiacente al quartiere fieristico: luoghi dove nessun turista “normale” mette piede. Specie in città che hanno indici di permanenza inferiori alle 24 ore. Si è proseguito con una serie di aperture in località diversamente centrali: Nuoro, Siracusa, Pesaro, Cuneo, Codroipo, Benevento, che a un certo punto aveva due ambiziosi centri d’arte, che nessuno però poteva andare a vedere perché stavano, giustappunto, a Benevento.
Nel frattempo il quadro internazionale, col quale parte di questi musei dovevano e devono confrontarsi, lavorava in maniera diametralmente opposta. Il principale centro d’arte contemporanea di Londra, la Tate Modern, è raggiungibile a piedi, tramite scenografica passerella pedonale, dalla cattedrale di Saint Paul; il MoMA è il cuore Manhattan; il Reina Sofía è allo stesso tempo in centro a Madrid e vicino alla principale stazione ferroviaria della città; il Pompidou di Parigi è il posto più raggiungibile che si possa immaginare: chi va in bici ha le stazioni del Velib’, chi va in auto ha un parking sotterraneo, le metro sono a poche decine di metri e perfino la ferrovia RER è vicinissima per tutti coloro che provengono da fuori città.

Hangar Bicocca
Hangar Bicocca

Tutto questo significa, molto banalmente, beneficiare di molti visitatori in più. Significa soprattutto avere tutti quei visitatori che visitano pur non avendo previsto di visitare. Pur non avendolo pianificato. Quanta gente entra e visita il Beaubourg solo perché passeggiando per il Marais ne intravede la mole? Quanta gente, grazie a queste collocazioni strategiche, ha scoperto l’arte contemporanea semplicemente a seguito di una passeggiata da fine settimana in una capitale occidentale? A qualcuno risulta che si possa incontrare per caso, passeggiando, il Maxxi o l’Hangar Bicocca? Questo vulnus logistico quanto inficia il successo dei nostri musei? E quanto rende vani gli investimenti che questi musei richiedono?
I modelli, di qui in avanti, dovrebbero dunque cambiare. Non più andare a cercare spazi decentrati (sebbene sia sempre giusto, avendo le risorse, realizzare nuove architetture), bensì rifunzionalizzare spazi centrali o centralissimi in modo, una volta a regime, da poter sfruttare a pieno il passaggio che li lambisce. Avere visitatori senza dover fare una fatica cane per convincerli a venire, insomma. Buone pratiche in questa direzione ne abbiamo peraltro già in casa. Si prendano le Gallerie d’Italia promosse da Intesa San Paolo: a Milano affacciano su piazza della Scala e anche grazie a questo stanno avendo un successo clamoroso, stanno entrando nel cuore dei milanesi e nei percorsi obbligati dei turisti che, pascolando tra Duomo, Galleria e Montenapoleone, le incontrano per caso e… entrano! Si prenda ad esempio Palazzo Strozzi, autentico hub culturale nel luogo più baricentrale di Firenze, forse ancor più di piazza della Signoria o Ponte Vecchio. Una gestione indipendente, uno spazio al piano nobile per grandi mostre di cassetta, eventi da grandi numeri ma sempre di elevato lignaggio curatoriale e di ricerca. Un caffé, una buona libreria, una piazza culturale (il cortile del palazzo) utilizzata come tale (performance, tavolini all’aperto) e, nei sotterranei, un vivace, aggiornato e puntuale centro d’arte contemporanea che, guarda caso, è l’unico rimasto in attività in tutta la Toscana, visto che i tanti spazi decentrati di cui sopra (da Siena a Prato passando per Pistoia) o hanno alzato bandiera bianca o minacciano di farlo perché, senza visitatori, non ne è giustificata l’esistenza. Risultato: grande coinvolgimento della città, grande partecipazione, opening che si trasformano in happening urbani con file chilometriche di ordinati fiorentini che ambiscono a esserci.

Il Centro Pecci di Prato
Il Centro Pecci di Prato

Quando mai ci saranno nuovamente risorse per progettare ulteriori spazi culturali nelle nostre città, questo dovrà essere il modello da seguire per ottimizzare le risorse e, finalmente, fare in modo che anche i musei d’arte contemporanea italiani abbiano ciò che ora non hanno: i visitatori.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.