Mappare la storia. Appuntamento con Pietro Ruffo

La galleria Lorcan O’Neill presenta una personale dedicata al giovane artista romano. È la terza in sei anni. Con l’artista abbiamo parlato di “Irhal Irahl”, a Roma fino all’8 dicembre.

Pietro Ruffo in studio

Per questa mostra d’autunno Pietro Ruffo (1978) espone alcuni dei suoi ultimi lavori, complesse costellazioni di ritagli ispirate ai recenti tumulti scoppiati nel Maghreb con l’inizio della Primavera Araba. La protesta ha infiammato tutto il Nordafrica e il Medio Oriente, coinvolgendo migliaia di persone stanche di vivere all’ombra di un despota.
Alle pareti otto grandi mappe geografiche in lingua araba, ritagliate, colorate e assemblate per uno spazio abbastanza grande da permettere al visitatore di osservarle tutt’intere. Ruffo è un artista gentile, meticoloso e pieno di regole; conosce la storia, ne è un appassionato e i suoi lavori ne sono intrisi. Allo stesso modo s’interessa di geografia, ecologia, religione e filosofia. Artribune lo ha incontrato nel suo studio romano alla Fondazione Pastificio Cerere.

Perché questo continuo riferimento alla storia e alla geografia contemporanee?
Proprio pochi giorni fa, prima dell’apertura della mostra, pensavo alla mia formazione. Ho studiato al liceo francese, poi mi sono laureato in architettura. A scuola ho scelto l’indirizzo “scienze economiche e sociali”, dove si studiavano anche la politica e la storia; sono stati poi gli anni dell’università a sviluppare la mia attenzione verso l’analisi del territorio.
Le mappe che utilizzo nella maggior parte delle mie opere sono uno strumento per spiegare le stratificazioni culturali e comportamentali di un popolo che, in quanto tale, è legato al territorio in cui vive e nel quale si identifica. Dunque, la geografia come storia e come storia sociale. Il mio obiettivo è creare una maggiore consapevolezza.

L’inaugurazione della personale di Pietro Ruffo da Lorcan O’Neill

Come nascono i tuoi lavori?
Da un’idea, attraverso gli studi e le prime prove, arrivo a un progetto e solo alla fine si comincia con l’esecuzione. Sono un disegnatore che lavora come un architetto. Tutti i giorni nel mio studio lavorano sette o otto ragazzi che coordino nei loro diversi compiti. Qui funziona come una bottega rinascimentale o, meglio, come un cantiere pre-rinascimentale, dove il maestro lavora insieme ai suoi aiutanti. Questo l’ho imparato da mio padre, anche lui architetto. Al Pastificio Cerere poi ci sono molti artigiani che mi aiutano con le cornici, i telai e il montaggio definitivo delle opere.

Perché hai scelto di affrontare il tema delle ultime rivolte arabe?
Questa volta ho deciso di lavorare su avvenimenti molto vicini nel tempo, con il rischio di fare un lavoro “giornalistico”, troppo diretto, ma sono sempre stato molto attento al problema della libertà e del rapporto tra individui e potere.
Il desiderio di libertà individuale – come opposizione agli abusi del tiranno – unisce tutto il popolo, ma progettare una nuova società, una libertà collettiva è un passaggio più complesso e sofferto.


Cosa distingue la Primavera Araba da altre rivolte?
Alcuni episodi si ripetono simili nella storia, ma sempre con un elemento di novità, e questa volta il “nuovo” è stato il web, che ha avuto un ruolo fondamentale per la divulgazione delle informazioni. Così ho deciso di formalizzare l’idea di rete (e d’ipertesto) riprendendo un motivo geometrico scoperto sul pavimento dell’Alhambra.
Internet travalica le frontiere geo-politiche e così ho prima disegnato, ritagliato e poi sollevato al di sopra delle mappe questa stessa rete sovra-nazionale. Le mappe, ricolorate con gli acquarelli, provengono da un atlante comprato a Beirut; all’interno dei rosoni ho inserito parole estratte dai manifesti che correvano nelle piazze in rivolta (martire, sangue, forza, diritti, pace, lotta, rivoluzione) così che potessero espandersi attraverso le fitte trame della comunicazione. Tra gli slogan, Irhal Irhal – da cui il titolo della mostra da Lorcan – era il più battuto; significa ‘Vattene’ e piazza Tahir lo gridava a Mubarak.

In mostra c’è anche l’Icosaedro che tra poco farà parte della collezione permanente del Maxxi. Cosa significa per te?
L’Icosaedro nasce da un globo del 2011, il primo lavoro sulla Primavera Araba, ma volevo poter utilizzare questa stessa geometria delle mappe – impossibile da applicare sulla sfera – e così ho tentato di fare un mappamondo con un poliedro composto da venti triangoli equilateri, l’icosaedro appunto. Da un punto di vista concettuale c’è ancora di più l’idea della rete, tutto è esploso, sollevato.
Grazie all’iniziativa dei ragazzi dell’Associazione NBG Onlus, che con una serata danzante hanno raccolto i fondi necessari all’acquisto dell’opera, l’Icosaedro sarà parte della collezione del Maxxi. Sono molto riconoscente a questi ragazzi, questo concorso è stata un’ottima occasione, e vincere una grande soddisfazione.

Michela Tornielli

Roma // fino all’8 dicembre 2012
Pietro Ruffo – Irhal Irhal
LORCAN O’NEILL
Via degli Orti d’Alibert 1
06 68892980‪
[email protected]
www.lorcanoneill.com

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Michela Tornielli di Crestvolant
Michela Tornielli di Crestvolant, Ph.D., direttrice della Galleria Giustini / Stagetti, vive a Roma.