MOCA, Los Angeles. La soap opera dell’estate

Un miliardario salva una istituzione culturale importantissima per la città. Però pretende risultati. Chiama allora un uomo che di successo se ne intende. Ma è impossibile la convivenza con il serio lavoratore-curatore. Che se ne va sbattendo la porta. Intanto il miliardario progetta una istituzione gemella, ma privata, proprio di fronte a quella pubblica. Questa la mappa cieca degli eventi. Qui sotto mettiamo nomi e cognomi.

Nelle ultime settimane a LA non si è fatto altro che parlare della soap opera che vede il prestigioso MOCA al centro di un ciclone. Il 26 giugno, infatti, Paul Schimmel, Head Chief Curator del museo per ventidue anni consecutivi – evento abbastanza raro nel mondo dell’arte – è stato licenziato. Errata corrige: si è dimesso; nuovo aggiornamento: è stato amichevolmente messo alla porta. Indiscrezioni, commenti al vetriolo ed escalation di drammatiche dichiarazioni e consecutive dimissioni di altri membri del museo hanno animato le pagine di blog e giornali per giorni, e per il momento il dramma non sembra placarsi.
Sin dalla nomina a nuovo direttore del museo dell’art dealer Jeffrey Deitch, in effetti, l’istituzione è stata oggetto di critiche e attacchi su diversi fronti. Ma la situazione è resa particolarmente delicata dal ruolo che svolge in questo quadro una delle personalità più importanti e controverse del mondo culturale oltreoceanico, il multimiliardario e filantropo Eli Broad.
Per chi non avesse familiarità con il personaggio, un buon riassunto può partire dalla metà degli Anni Sessanta, quando – muovendosi dalla East Coast in California ed essendo un avidissimo collezionista d’arte – Broad si pone come obiettivo quello di togliere a New York lo scettro di capitale mondiale del contemporaneo, per fare di Los Angeles il nuovo polo culturale.

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Art In The Streets – MOCA, Los Angeles – photo Linlee Allen

L’idea, chiaramente pretenziosa e che dà la cifra della megalomania di Broad, porta i suoi frutti, e negli ultimi anni l’intero sistema culturale della città beneficia dei progetti sponsorizzati dal miliardario. Dalla Disney Hall, sede della filarmonica di Los Angeles, al LACMA, dal MOCA stesso fino all’intera area di downtown (un tempo considerata zona off-limit e pericolosa, ora oggetto di un intensissimo processo di rigenerazione urbana, grazie soprattutto all’impegno di Broad). Quello che sembra essere un mecenate dell’era 2.0  ha in effetti cambiato per sempre la faccia culturale della città. Alla quale a breve si aggiungerà anche il Broad Museum, progetto di Diller Scofidio + Renfro che ospiterà la più importante collezione privata di arte contemporanea dal dopoguerra in poi al mondo; e che è, va da sé, di proprietà di Eli Broad.
Negli ultimi anni il MOCA si era trovato in gravissime condizioni economiche, ma Broad, che del museo è Founding Chairman e membro a vita del Board of Trustees, si era offerto di colmare i vari buchi. Ma assieme ad una cospicua donazione è arrivata anche la richiesta di risultati. Per lo stesso motivo, la scelta come nuovo direttore è ricaduta su Jeffrey Deitch, art dealer e gallerista privato di chiara fama, ed anche businessman di estremo successo. Che sin da subito si è trovato in disaccordo con Schimmel.
Ma la nuova gestione di Deitch non ha trovato i favori di tanti altri personaggi chiave del MOCA, e dal suo insediamento in molti hanno lasciato – volontariamente o forzati – l’istituzione. Oltre alla più clamorosa dipartita di Schimmel, il museo ha messo alla porta negli ultimi mesi anche Andrea Stang, Education Program Manager, il Senior Designer Nicholas Lowie, l’Editor Erica Wrightson e tre assistenti curatori. Il “Deitchstag”, come viene molto affettuosamente chiamato qui, ha ridotto lo staff dei curatori da cinque a tre, e altre nove figure centrali come l’Education Director e il capo della sezione Foundraiser sono state licenziate e non sostituite. Nel frattempo, più di un membro del Board of Trustees si è dimesso.

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Paul Schimmel – photo Genaro Molina

In effetti la nuova direzione, che per ora ancora governa sotto la benedizione del Board e soprattutto di Broad, ha intrapreso una nuova strategia manageriale e curatoriale decisamente più “popolare”, che sta facendo letteralmente andare in escandescenza la vecchia guardia: mostre orientate ad un genere di arte più accattivante e on the edge come la street art; curatele affidate a star di Hollywood (come nell’ultimo caso di Rebel, curata dall’attore James Franco, il cattivo di uno degli ultimi Spiderman, per intenderci); party ed eventi notturni con organizzazione esterna e ospiti dal mondo del cinema; outsorcing per la nuova immagine del museo appaltata allo Studio Number One della star della street art Obey (al secolo Shepard Farey); infine programmi per l’educazione decisamente alleggeriti.
Paul Schimmel, dal canto suo, vanta curatele altamente apprezzate e soprattutto ha il supporto del mondo accademico e artistico. Dopo la sua uscita, tutti e quattro gli artisti membri del Board of Trustees del MOCA hanno lasciato: primo fra tutti John Baldessari (che già in passato aveva espresso dubbi nei confronti delle nuove strategie adottate dal museo), seguito da Barbara Kruger, Catherine Opie e recentemente anche da Ed Ruscha. Tutti hanno espresso profondo risentimento perché, non avendo potuto presenziare alla fatale riunione del Board nella quale si decideva per i nuovi tagli, nessuno al MOCA si è preso la briga di consultarli per chiederne un’opinione in merito.
Il timore è che il museo sia oramai controllato in maniera massiccia da Broad, che lo tiene per la gola con le sue donazioni diventate fondamentali per la sopravvivenza del centro. E le ultime illazioni vogliono che Broad stia cercando di minare la reputazione dell’istituzione per poi acquisirne parte delle opere da esporre nel suo museo, che aprirà i battenti sulla Grand Avenue nel tardo 2013, esattamente di fronte al MOCA.
Quest’ultima appare un’affermazione decisamente forzata, ma è innegabile che il filantropo abbia acquisito con il tempo un potere che va ben oltre quello di membro del Board of Trustees (che nello specifico non avrebbe il potere di governare materialmente il museo, ma solo di dare direzioni generali), imponendo la propria visione e strategia. E il mondo del contemporaneo si rivolta.

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Art In The Streets – Ed Templeton – MOCA, Los Angeles – photo Linlee Allen

D’altronde, senza Broad probabilmente il MOCA – le cui performance erano calate negli ultimi dieci anni, perdendo quasi 100mila visitatori annui, mentre il personale e le spese (oltre 24 milioni di dollari all’anno) erano quasi raddoppiati – avrebbe chiuso i battenti nel 2008, quando il magnate intervenne con un’iniezione di 30 milioni di dollari; e ora pretende risultati. In un’intervista al LA Times dichiara candidamente che il lavoro di Schimmel è stato prezioso, ma in questo frangente c’è necessità di attrarre visitatori e creare mostre ed eventi più coinvolgenti, lavoro in cui Deitch – sostiene Broad – è un maestro. Una gestione finanziaria e un piano delle exhibitions che egli stesso ha definito più “prudenti” hanno permesso di risanare in parte le casse del museo (che non percepisce alcun sostegno finanziario da parte del governo), di ridurre i costi di gestione annuale a 14 milioni di dollari e di registrare una attendance nel 2011 che ha raggiunto il picco dei 400mila visitatori.
Importante ricordare che il record è stato possibile grazie alla megamostra Art in the Street, dedicata appunto alla Street Art, di cui Deicth è promotore e avido collezionista. Molte eminenze grigie dell’ambiente hanno storto il naso al riguardo, ma la mostra da sola ha superato i 200mila visitatori, divenendo la più visitata di sempre del MOCA e battendo entrambe le retrospettive su Warhol e Murakami, ospitate in precedenza. In una dichiarazione chiarificatrice riguardo al licenziamento di Schimmel, Broad sostiene che il museo perde un curatore brillante, ma il board deve riconoscere al direttore il diritto di poter scegliere il proprio team.

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Eli Broad e Jeffrey Deitch – photo Gary Leonard

Deitch dal canto suo afferma ora di avere l’assoluto sostegno di board e curatori, e che la programmazione futura, con curatele esterne e il cui highlight si annuncia come Disco on Fire – sull’influenza che la disco culture ha avuto nell’arte contemporanea – sia stata approvata senza problemi. Ma nelle ultime ore è emersa una nuova figura finora nell’ombra, quella del Chief Executive David Young, già Formal Chancellor dell’UCLA, portato al MOCA dallo stesso Broad perché desse una sterzata alla gestione economica dell’istituzione. Che in una email indirizzata al filantropo – riportata dal LA Times – chiede che Deitch venga detronizzato, temendo per l’immagine del museo.
Nel frattempo, sul sito Change.org il gruppo MOCA Mobilization – di cui fanno parte artisti e personalità importanti del mondo museale – ha lanciato una petizione con oltre il migliaio di sottoscriventi perché le posizioni lasciate vuote da Schimmel e dal Senior Curator Philip Kaiser (il cui mandato è terminato la scorsa estate ma che non è mai stato rimpiazzato) vengano riempite. Deitch al riguardo è stato ben chiaro, dichiarando che non sono previste nuove assunzioni, ma in futuro ci saranno più collaborazioni con curatori freelance esterni. La museum soap opera continua.

Giorgia Mannucci

www.moca.org

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