Cultura da infarto

Non è ancora uscito e già sta facendo parlare tutto il mondo tedesco con una proposta shock: tagliare i finanziamenti pubblici alla cultura, per dargli “una mossa”. Abbiamo chiesto spiegazioni a Pius Knüsel, tra i quattro autori del saggio “Der Kulturinfarkt”, edito da Knaus e firmato insieme ad Armin Klein (noto docente di management culturale alla Pädagogische Hochschule Ludwisburg), Stephan Opitz (fotografo) e Dieter Haselbach (condirettore dello Zentrum für Kulturforschung).

Pius Knüsel

Der Kulturinfarkt non è ancora nelle librerie tedesche ed è già uno scandalo nei mondi culturali e istituzionali. Questa reazione ha stupito lei e gli altri autori?
Non è stata una sorpresa. Il nostro scetticismo a proposito dei sussidi statali all’arte e alla cultura rompe un tabù, specialmente perché questa visione viene da dentro il “sistema”. A volte vediamo le autorità locali e i direttori delle istituzioni artistiche congratularsi gli uni con gli altri per aver veicolato contributi finanziari comunali verso quella o quell’altra istituzione. In un mondo normale, un’istituzione merita dei complimenti quando va progressivamente verso un’autarchia finanziaria, piuttosto che quando dipende dallo Stato. Tornando al libro, non ci aspettavamo certo una così veloce e intensa reazione. Nondimeno è una cosa positiva per Der Kulturinfarkt. I difensori di uno status quo stanno più o meno sparando a zero adesso, soprattutto quando compaiono recensioni più serie e analitiche.

Torniamo a bomba, però, e spieghiamo le ragioni della vostra proposta. In soldoni, si tratta di tagliare in maniera sostanziale i fondi pubblici. Siete proprio sicuri che sia la ricetta migliore per svegliare il mondo della cultura?
Noi non stiamo suggerendo un taglio del 50% dei finanziamenti pubblici. Proponiamo piuttosto un passaggio del 25% dei fondi dalle istituzioni pubbliche a produttori indipendenti, artisti, start up creative e università d’arte. E vogliamo alimentare meglio le istituzioni rimanenti, così da permettere loro di svolgere il proprio lavoro. Questo 25% potrebbe perciò venire dalla chiusura o dalla privatizzazione di parte delle istituzioni, alcune grandi, la maggior parte molto piccole, con una frequentazione bassa e una scarsissima tendenza all’autofinanziamento.

Il progetto per il BMW Guggenheim Lab a Berlino, di Atelier Bow-Wow (foto BMW Guggenheim Lab - Atelier Bow-Wow)

Cosa succede quindi?
Sicuramente la cosa più facile è chiedere più soldi per l’arte e per la cultura. Allo stesso tempo, questa cosa assume un aspetto un po’ sinistro, se consideriamo i tagli consistenti ai budget di tutte le nazioni europee. E, andando oltre le ragioni finanziarie, pensiamo che il modello istituzionale abbia ormai raggiunto il suo picco in termini di densità e impegno. Osservando le statistiche sociali di molti Paesi europei e degli Stati Uniti, apprendiamo qual è il pubblico medio di istituzioni culturali come teatri, musei, sale da concerto. E non c’è una crescita sostanziale. Al contrario, sta diventando sempre più costoso attrarre il pubblico, dal momento che ci sono sempre più competitor pronti a combattere per ottenere l’attenzione di un’audience sempre più esigua e già affezionata (dal 5 al 10% della popolazione, a seconda dei parametri delle statistiche e del contesto). Anticipando l’era digitale, noi suggeriamo un maggiore investimento nelle nuove forme digitali di creatività e fruizione. La nuova generazione non crederà a lungo nell’autorità delle istituzioni: la vita si basa sempre di più sul concetto di “relazione” piuttosto che su quello di “conoscenza”.

Le vetrate di Gerhard Richter, nella Cattedrale di Colonia

Nella sua esperienza di direttore di Pro Helvetia Swiss Arts Council, cosa non funziona nel mondo della cultura?
Innanzitutto, le politiche culturali si focalizzano solo sul denaro. Abbiamo costruito un forte settore istituzionale che adesso sta difendendo i suoi privilegi. Io farei lo stesso. Ciò non di meno, l’arte ha il compito di interrogare il presente, e questa urgenza alimenta le sue riflessioni. La Germania ha un grande tessuto di infrastrutture culturali (6.000 musei, 140 gran teatri, 8.000 biblioteche ecc.). Il Paese non può sostenere tutti a lungo. Ma invece di fare una scelta,  si stanno solamente riducendo i sussidi. Questa chiusura sta provocando un’enorme resistenza. Ogni istituzione rivendica la propria rilevanza nel sistema, la cui chiusura danneggia l’auto-percezione della Germania, quale nazione d’arte e cultura. In secondo luogo, il settore istituzionale è completamente “bianco” ed “europeo”. L’elemento multiculturale non viene nemmeno preso in considerazione; le istituzioni difendono la purezza di un intellettualismo di pura matrice “adorniana”. È difficile credere che ciò aiuti un confronto futuro. In terza battuta, durante gli Anni Ottanta, quando le “Nuove Politiche Culturali” furono implementate (parallelamente al New Public Management), ci fu un grande clamore attorno all’idea di accrescere i budget pubblici per il settore indipendente. In quel periodo le istituzioni beneficiavano del 90% dei budget comunali, gli indipendenti avevano solo il 10%. Adesso siamo al 95% contro il 5 % o peggio.

La cover di Der Kulturinfarkt

Guardiamo però al caso italiano. Il nostro Paese, in questo momento, sta soffrendo di una vera e propria “carestia”, se parliamo di finanziamenti pubblici. La buona volontà dei privati cittadini non è sufficiente per coprire le necessità del patrimonio culturale e della ricerca contemporanea. Di conseguenza, in entrambi i casi, abbiamo una sorta di “collasso culturale” che sta causando, in alcuni casi, una preoccupazione a livello internazionale. Come collocate la situazione italiana all’interno della vostra teoria?
L’Italia è senz’altro un caso speciale. Berlusconi ha devastato il Paese in molti aspetti e certamente, quindi, anche in ciò che concerne la cultura. Il patrimonio culturale deve essere una preoccupazione dello Stato, questo è chiaramente scritto nel nostro libro. Non ci sono alternative: i tesori che ci ha lasciato la storia sono unici e appartengono alla collettività. Ci sono molte strategie per conservarli e re-immetterli nella contemporaneità: fondamentalmente, il patrimonio culturale è un bene comune e deve essere curato dallo Stato, che è l’emanazione di tutti. Quello dei finanziamenti privati alla cultura è un vero e proprio tema. C’è bisogno di incentivarli con agevolazioni fiscali o altre strategie di sviluppo/regole sociali che portino sempre di più le persone alla partecipazione. Ci vorrà una generazione almeno per ricreare un sistema di lavoro. Una chance potrebbe consistere in queste piattaforme emergenti di crowd-funding che hanno come sostenitori i normali cittadini e il loro interesse per l’arte.

Lo spazio del Meinblau a Berlino

Ovvero?
Il principio è stato inventato negli Stati Uniti un paio d’anni fa e adesso è diventato un fenomeno (con un buon successo) anche in Germania e in Svizzera. Ci sono siti come www.kickstarter.com o www.startnext.de oppure www.wemakeit.com. In ogni caso i finanziamenti da parte dello Stato rimangono essenziali. Devono basarsi su tre pilastri: 1. finanziamento alle istituzioni chiave; 2. finanziamento agli artisti; 3. finanziamento alle imprese culturali che lavorano per il consumo interno di prodotti culturali e per il mercato globale. Solo così si potrà potenzialmente raggiungere il 10% degli intellettuali e degli amanti dell’arte, i creativi e magari il restante 90%. Portare maggiore qualità e maggiori ambizioni nella vita di tutti è, oggi, la vera sfida.

Santa Nastro

Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knüsel, Stephan Opitz  Der Kulturinfarkt. Von Allem zu vielund überall das Gleiche
Knaus, Monaco 2012
Pagg. 288, € 19,99
ISBN 9783813504859
www.randomhouse.de/knaus/

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.