Parlano quelli che han fatto la megamostra sul Postmodern

Centrale nelle riflessioni fino solo a un lustro fa e uno dei motori dell’arte degli ultimi trent’anni, ora “postmoderno” sembra un concetto agé, usurato dalla velocità dei nostri giorni. Ne abbiamo parlato con Jane Pavitt, preside al Royal College of Art di Londra e curatore, insieme a Glenn Adamson, della mostra sul postmoderno che apre al Mart questo fine settimana. In arrivo dal Victoria & Albert Museum.

Denise Scott Brown e Robert Venturi - Nel deserto di Las Vegas - 1966 - courtesy studio Venturi, Scott Brown and Associates, Inc., Filadelfia

Per quali motivi la mostra mette insieme architettura, design e arte? Il Postmoderno ha necessità di un approccio multilaterale?
La mostra è stata sviluppata dal Victoria and Albert Museum, che è il museo nazionale che raccoglie arte e design, adottando il punto di vista più ampio possibile. Abitualmente lavoriamo mescolando i media, accostando l’architettura con la grafica, la moda con l’artigianato, i film con l’arte. Per un tema come il Postmodernismo tale approccio risulta fondamentale, dato che ci permette di esaminare l’intreccio di stimoli che caratterizzano l’arte di quel periodo, consentendoci di esplorare come gli stimoli da un settore si riverberano negli altri. È un periodo in cui le idee non si sono sviluppate in maniera isolata all’interno di una particolare disciplina, ma gli artisti e i designer consapevolmente sono stati attirati nei settori più svariati.

Jane Pavitt & Glenn Adamson - photo V&A Images

In che modo?
Ad esempio, la pratica delle artiste femministe è stata molto vicina a quella dell’artigianato artistico (il tessile, la pittura su ceramica) proprio per esplorare quanto “femminile” o quantomeno di genere potesse essere l’arte, con l’intenzione di sovvertirla. Ugualmente le teorie sull’architettura hanno fornito una serie di importanti cornici che si possono applicare alla grafica e alla moda (come il bricolage, l’adozione di stili antichi, la citazioni, il pastiche o la parodia). Abbiamo allargato l’obiettivo della mostra includendo la musica pop e il video.

Il Postmodernismo non è un “movimento”, ma una teorizzazione che ha interessato campi differenti. Per questo non ha un inizio chiaro e qualcuno ha teorizzato che possa essere un categoria senza fine…
Beh, sono d’accordo: il Postmodernismo, sia esso un “movimento” o una “teoria”, è difficile da definire. Ma questo non capita anche con altre idee chiave del XX secolo? Il Modernismo come teoria e pratica ha influenzato tutte le arti, dalla letteratura all’architettura. Ogni campo ha le sue origini e la propria vicenda interna. Ma il Modernismo è stato anche definito dalle sue scuole e manifesti, cosa che evidentemente non è capitata con il postmoderno. Se molti teorici sono stati inclini a identificare il postmoderno con qualcosa di particolare, con questa tendenza ne hanno anche sottolineato la sua natura caratterizzata dalla mancanza di definizione.

Cindy Sherman - Untitled (W 532/54) - 1980 - stampa fotografica - Mart, Trento e Rovereto

E qual è la sua opinione?
Il Postmodernismo è “definito” – se proprio volessimo arrivare a dirlo – per complessità e contrazione, come potrebbe scrivere Robert Venturi. Per sua stessa natura è indeterminato, scivoloso, e rifiuta facili definizioni. Nella nostra mostra abbiamo voluto esplorare e mostrare proprio alcune di queste contraddizioni, delimitandone gli sviluppi all’interno di uno specifico insieme di circostanze storiche.

Perché nella vostra mostra si è scelto di concentrarsi su un periodo?
Abbiamo delimitato inizio e fine con delle date, ma questo nasce dalla necessità di costruire delle mostre per un pubblico ampio, che potrebbe non avere familiarità con la parola ‘postmoderno’. Poi è anche una sorta di provocazione, poiché tutti ci chiedono perché del 1970 o del 1990! A quel punto inizia la discussione, e questo tipo di dibattito costringe veramente a pensare a quello che potremmo cercare di fare quando collochiamo storicamente il Postmoderno. Sostanzialmente non è importante se la gente pensa in modo differente, quelle date per noi sono state un punto fermo su cui abbiamo ragionato.

Martine Bedin - Prototipo per Super lamp - 1981 - metallo dipinto, sistema di illuminazione - Londra, Victoria & Albert Museum

Ma perché proprio quelle date?
Le conseguenze intellettuali del 1968 come la recessione all’inizio degli Anni Settanta sono state il punto di partenza. Nel campo dell’architettura e del design in particolare, l’idea del postmoderno ha cominciato a perdere peso e sostenitori dalla fine degli Anni Novanta. Il postmoderno sembra svilupparsi da un periodo di contrazione economica (1970) per proseguire nel boom (1980) e successivamente estinguersi. Molti dei suoi maggiori protagonisti hanno preso successivamente le distanze dal postmoderno perché hanno visto il rischio che potesse essere un’etichetta per dire “uno stile privo di significato”.

Quali sono gli aspetti principali di questi decenni?
Con il senno di poi, possiamo guardare indietro e vedere questo periodo come la soglia di quella che noi oggi chiamiamo “globalizzazione” e anche, in campo diverso, la “società dell’informazione”. Internet non è stato pubblicamente disponibile fino al 1990 e quasi tutto il lavoro in mostra è realizzato direttamente a mano dall’artista, o quantomeno con macchine e tecnica convenzionali. Non c’erano computer, progettazione assistita, o photoshop, che sono entrati in uso solo nella seconda metà degli Anni Novanta. La mostra si occupa così di un periodo che è molto distante da noi oggi, benché molte opere facciano parte della nostra memoria ed esperienza; parlo almeno di chi ha trent’anni! Siamo solo ora iniziando a capire e gestire l’impatto e conseguenze del postmoderno, tre decenni dopo. Il momento era opportuno per iniziare a tirare le somme.

Daniele Capra

Rovereto // fino al 3 giugno 2012
Postmodernismo. Stile e Sovversione 1970-1990
a cura di Glenn Adamson e Jane Pavitt
MART
Corso Bettini 43
800 397760
0464 438887
[email protected]
www.mart.trento.it

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Daniele Capra
Daniele Capra (1976) è curatore indipendente e militante, e giornalista. Ha curato oltre cento mostre in Italia, Francia, Repubblica Ceca, Belgio, Austria, Croazia, Albania, Germania e Israele. Ha collaborato con istituzioni quali Villa Manin a Codroipo, Reggia di Caserta, CAMeC de La Spezia, Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone, MMSU di Rijeka, Museo Bernareggi di Bergamo, Galleria d'Arte Moderna di Genova, Casa Cavazzini Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Udine, la Galleria Nazionale di Tirana, la Fondazione Dena di Parigi, il Museo Ca’ Pesaro a Venezia, la Galleria Civica di Trento, il Comune di Milano, il Museo Janco Dada di Ein Hod - Haifa. Ha tenuto lezioni sull'arte contemporanea alla Wizo NB School di Haifa, all'Accademia di Belle Arti di Venezia e di Verona. È stato curatore del Premio Onufri presso la Galleria Nazionale di Tirana e del Premio Trieste Contemporanea. È membro del comitato scientifico di Rave Residency. Ha scritto oltre trecentocinquanta articoli su riviste e quotidiani. Collabora con Il Manifesto, Artribune e i quotidiani del Gruppo Espresso. Vive di corsa, con il portatile sempre acceso e pile di libri che attendono di essere letti.