Che taglio dare alla storiaccia dei tagli?

Un grappolo di opinioni per cercare di non pronunciare le solite banalità sull’annosa questione dei tagli agli investimenti pubblici in cultura. Una tendenza che interessa tutta Europa e che necessità di riflessioni e lucidità, per reagire e andare al di là della lagna.

Umberto Croppi

UMBERTO CROPPI
responsabile cultura per fli – futuro e libertà

Ogni riflessione sugli investimenti pubblici nella cultura deve partire da una considerazione su dati oggettivi che pongono l’Italia al fondo della graduatoria. E non solo nell’ambito dei Paesi “forti”, ma di qualsiasi altro stato, compresi quelli balcanici; o di quelli di tradizione anglosassone, dove c’è un’antica tradizione di partecipazione privata. Siamo talmente al di sotto della soglia minima che è difficile, in questa condizione, parlare di sprechi o di cattiva gestione, che pure ci sono. Prima di affrontare il tema di come spendere è necessario rivedere l’ordine delle priorità della spesa e degli interessi che è stabilito nella politica italiana. Il valore sociale della cultura, nelle sue variegate espressioni, è semplicemente negato da due concezioni che privilegiano settori ritenuti intoccabili. Sul piano economico, quella che è senza dubbio la principale risorsa italiana è relegata in un angolo e non rientra nelle politiche di “sviluppo”, le quali comprendono soltanto la filiera industriale stricto sensu. Anche i tanto sospirati interventi privati non possono essere considerati come sostitutivi, ma debbono essere un complemento di quelli pubblici: gli uni crescono in funzione del crescere degli altri.

Luca De Michelis

LUCA DE MICHELIS
consigliere delegato di marsilio editori

Il tema dei tagli alla cultura ovviamente non si esaurisce nel fatto se siano giusti o sbagliati. Sono chiaramente sbagliati laddove la mancanza di risorse mette in pericolo la tutela del patrimonio culturale (tutela che peraltro è sancita da un articolo della Costituzione) e certamente giusti in un panorama dove le risorse statali sono sempre più scarse a fronte di costi che non possono che essere crescenti. I tagli perciò, seppur “sbagliati”, sono necessari. Una parola che a questo proposito si sente pronunciare poco è innovazione. È necessario innovare l’offerta culturale del nostro Paese, inserendo sistemi di gestione del patrimonio culturale di stampo privatistico, che lascino allo Stato la tutela del patrimonio e spostino su istituzioni a gestione privata la progettualità dell’offerta. I modelli a cui si può guardare sono quelli delle istituzioni non profit, che utilizzino fondi pubblici e privati, ma che al contempo sviluppino modelli di offerta di servizi culturali secondo i principi della sostenibilità economica. Una riforma in tal senso avrebbe il beneficio di permettere di smantellare l’apparato burocratico pubblico, gerarchico e territoriale, liberando risorse a favore dello sviluppo e della tutela e allo stesso tempo creando un’offerta culturale differenziata e proporzionata alle risorse disponibili.

Francesco Zurlo

FRANCESCO ZURLO
direttore di poli.design e docente di disegno industriale al politecnico di milano

Una buona scuola per non sentire più parlare di tagli alla cultura… Mi occupo e insegno design. Una delle prime cose che ricordo ai miei ragazzi è che il design italiano esiste e ha maturato visibilità e stima nel mondo perché alcuni giovani architetti degli anni ‘60 hanno iniziato a sperimentare oggetti dalle forme e dalle tipologie innovative, apprezzate da clienti borghesi illuminati e aperti e, principalmente, locali. Il successo di un prodotto in qualche modo è sempre legato al riconoscimento che quel prodotto ha nel mercato locale. Ovviamente la cultura non è (solo) un “prodotto” e non può aderire totalmente a questa logica ma lo spunto è utile per sottolineare un aspetto che ritengo significativo: i tagli alla cultura si accompagnano sempre più a tagli alla formazione, anzi all’educazione del cittadino. Si minano in tal modo le basi che permettono a una risorsa, potenziale e locale, di poter perdurare e prosperare. Per analogia si uccide la potenzialità del mercato locale… Il processo è ben più complesso della sintesi cui siamo ormai abituati – i cosiddetti “tagli alla cultura” – e ha a che fare con una visione del mondo imperante che pare essere riduzionista e semplificativa. Insomma, facciamo una buona scuola e, nel giro di qualche tempo, non sentiremo più parlare di tagli alla cultura.

Fulvio Gianaria

FULVIO GIANARIA
presidente della fondazione per l’arte crt – cassa di risparmio di torino

Tagli orizzontali e finanziamenti a pioggia sono sintomi della medesima malattia: l’incapacità, la non volontà di svolgere un’attività erogativa che segua protocolli selettivi destinati a sostenere i progetti di qualità. Spesso chi finanzia non ha le risorse umane o economiche per esercitare una selezione sulle domande né per controllare i risultati delle iniziative; di conseguenza il modus operandi diventa l’erogazione a pioggia. Altre volte inconfessate ragioni mirate a raccogliere un consenso ampio sono la base di tale modo di operare. In ogni caso, il risultato in termini di produzione culturale sarà modesto. Insomma, più che la dimensione, la priorità è come vengano spese le risorse disponibili. La nostra politica è definire una missione con la comunità di riferimento, poi scegliere progetti di qualità che rispondano alle esigenze di tale missione. Anche se i danari sono pochi, quando vengono spesi a favore del meglio, possono avere ricadute importanti. I modelli per l’intervento pubblico sono molteplici, dipende dalle priorità. Noi abbiamo scelto il rafforzamento delle collezioni di GAM di Torino e Castello di Rivoli e poi solo tre progetti ogni anno. Poco spazio al glamour degli eventi, perché preferiamo il potenziamento del patrimonio e cercare di diffondere in città un’atmosfera creativa e partecipativa alle attività dei vari soggetti. Pensiamo sia un modello esportabile anche a un assessorato coraggioso.

Giampaolo Abbondio

GIAMPAOLO ABBONDIO
titolare della galleria pack

Il tema di questo talk show è di grande complessità. I tagli alla cultura in Italia sono di particolare gravità, in quanto vanno a togliere a un mondo dell’arte già fortemente penalizzato dalla tassazione più alta in Europa e dalla mancanza di incentivi alle aziende alla sponsorizzazione. Inoltre abbiamo anche un patrimonio artistico che ha costi di conservazione decisamente più elevati di quelli di qualunque altro Paese al mondo, quindi esistono certe spese che proprio non possono essere evitate. Come giustamente ha detto Mario Resca, la cultura è il petrolio di questo Paese, forse che per risparmiare bisogna chiudere i pozzi? Sembra oggettivamente insensato, eppure è quello che accade. In compenso siamo guidati da una classe politica che non si fa mancare nulla, penso al vergognoso regalo di un iPad a ogni parlamentare (senza entrare nel merito di come poi lo utilizzano): i soldi quando interessa evidentemente si riescono a trovare. Per quanto riguarda i finanziamenti a pioggia… beh, siamo in siccità, non mi sembra proprio una questione di cui preoccuparsi. Non ho idea di quale possa essere un modo alternativo per gli interventi del settore pubblico, penso che comunque si dovrebbe iniziare da una riduzione del carico fiscale, seguito da incentivi sempre fiscali alle aziende per l’investimento in arte. Ma cosa ci si può aspettare da un governo che non investe neppure nella scuola e nella ricerca?

Renato Quaglia

RENATO QUAGLIA
manager culturale

Per un Paese che da tempo destina alla cultura una delle più basse percentuali occidentali del proprio bilancio, i tagli non sono effetto della crisi economica, ma conseguenza di una mutata considerazione del patrimonio e delle attività culturali. Sono la manifestazione dolorosa di un’epoca nuova, incapace di progetto come di assumersi responsabilità, quindi agevolata nel taglio indifferenziato, come una volta era nel finanziamento a pioggia. Credo non sufficiente solo rivendicare i livelli contributivi di un tempo passato, che non tornerà più. Né invocare lo sponsor privato, figura che in Italia resterà epifanica per l’impossibilità di leggi di defiscalizzazione (in un Paese la cui fiscalità è a esclusivo carico del lavoro dipendente). Occorre iniziare a riorganizzare strutturalmente attività e istituzioni (i cui statuti, le cui funzioni e le cui strutture sono ancora quelli del dopoguerra, quando la tv era in bianco e nero). Occorrono idee nuove, ricambio generazionale e turn-over di responsabilità, per far circolare professionisti, competenze, esperienze, senza cristallizzare ruoli. Occorre un forte programma di internazionalizzazione dell’industria culturale italiana. Rendere più liquide le competenze specialistiche di ogni istituzione, per essere non multidisciplinari, ma indisciplinati.

Gianfranco Maraniello

GIANFRANCO MARANIELLO
direttore del museo mambo di bologna

Quando si parla di “tagli alla cultura” si adotta ormai uno slogan che è necessariamente approssimativo e che può rivelarsi dannoso perché impone una presa di posizione anziché l’interrogarsi sul senso di queste parole e sulle concrete pratiche corrispondenti. Quale “cultura”? Chi “taglia” cosa? E che significa “assumersi responsabilità”? È evidente che ci troviamo in una condizione economica depressa e che le iniziative di carattere pubblico scontano l’inevitabile revisione di programmi e priorità determinati dai valori dominanti dell’epoca. Lo specifico della situazione italiana consiste però in un populismo rancoroso che, approfittando degli spazi democratici, annulla ogni possibile confronto e valore su un piano dell’equivalenza retorica. C’è poco da chiarire e neanche modelli da suggerire… Oggi bisogna riconoscere il trionfo dell’ignoranza di massa (legittimata dalla sua efficacia comunicativa) e operare quotidianamente e con competenza come i nostri colleghi dei laboratori di ricerca scientifica, confidando in idee e valori che, in queste condizioni, non possono essere popolari ed esercitando piccole astuzie perché comunque tutto ciò non ci sta affatto bene.

Beatrice Trussardi

BEATRICE TRUSSARDI
imprenditrice

Come sempre in Italia, quando bisogna stringere la cinghia, si eliminano i già esigui fondi destinati all’attività culturale. Probabilmente è tanto radicata l’idea superba che il nostro turismo si fondi su radici così solide – monumenti straordinari, raccolte meravigliose, capolavori inestimabili – che non abbia bisogno di essere continuamente alimentato da ricerca, sviluppo e novità. In un’ottica generale l’idea che si possa, in un momento di difficoltà, tagliare un poco a ciascuno è di per sé ragionevole, ma dimostra una totale assenza di progettualità: non si sceglie dove investire, perché non esiste una direzione precisa e non ci sono le persone che possano indicarla. Non basterebbe neppure spendere meglio ciò che si investe, la vera necessità è che il pubblico impari a scegliere: preferire un progetto a un altro, una professionalità a una diversa, sono gesti che hanno un valore inestimabile. Dobbiamo ricominciare a parlare di saper fare, di professionalità, di capacità d’innovazione; valori importantissimi negli Stati Uniti, in Cina, in India, ma dimenticati in Italia. La soluzione? Guardare un po’ oltre il proprio naso, coinvolgere personalità internazionali e rimettere la qualità al centro del ragionamento sulla cultura. La qualità è tutto, ed è prima di tutto un valore economico.

Cristian Valsecchi

CRISTIAN VALSECCHI
segretario generale amaci

In Italia i tagli alla cultura si susseguono inesorabilmente da almeno dieci anni e stanno accumulando ritardi che peseranno sulla crescita del nostro Paese, il cui sviluppo si è da sempre fondato sulla capacità creativa e culturale del suo capitale umano in risposta all’endemica povertà di risorse naturali. Nessuno nega che si debba razionalizzare la spesa pubblica (obiettivo che dovrebbe peraltro prescindere dalla natura della congiuntura economica). Si chiede però che ciò non avvenga nei termini ai quali siamo stati costretti in questi ultimi anni, durante i quali è prevalso un approccio contabile, semplicistico e indiscriminato. Molto può essere fatto, per esempio ridando centralità alle istituzioni culturali di proprietà pubblica e conseguente priorità al finanziamento delle stesse; introducendo criteri di valutazione meritocratica nella scelta e nella riconferma dei loro responsabili; incentivando strategie di sistema; adottando modelli di gestione autonomi più flessibili che sappiano superare una burocrazia pubblica che ha elevati costi di gestione e che produce inevitabili inefficienze nei processi produttivi. Ma ciò non può avvenire sottraendo risorse a un sistema, quello culturale, che, pur producendo benefici diffusi, è già ridotto ad uno stato di sussistenza.

Francesco Bonami

FRANCESCO BONAMI
scrittore, giornalista e curatore al museo d’arte contemporanea di chicago

Piangere miseria non è un’attività esclusivamente italiana nel campo della cultura. Negli Stati Uniti tutti le più grandi istituzioni culturali praticano questa attività. Solo che negli Stati Uniti si chiama in un altro modo: fund raising. Tirare su fondi e finanziamenti. In Italia piangere miseria è fine a se stesso. Non ci aspettiamo nemmeno che altri si commuovano. Non piange solo il museo, il ministero, l’assessorato, il teatro, ma anche l’imprenditore e persino il filantropo, amico dell’umanità a patto che questa non chieda di aprire il portafoglio. Il problema, più che trovare finanziamenti, nel nostro Paese è “raising awareness”, ovvero far crescere la coscienza e la responsabilità nei confronti della cultura. Non solo nelle istituzioni e negli amministratori pubblici, ma anche nell’imprenditoria assolutamente aliena all’idea che investire in cultura debba essere prima di tutto un fatto di dovere verso la collettività e le comunità dove gli imprenditori operano e prosperano. Se le amministrazioni pubbliche devono tagliare, dopo aver razionalizzato le loro spese, devono però anche sentire l’obbligo di trasformarsi in strumenti di fund raising vero e proprio. Purtroppo dai ministri, ai sindaci, agli assessori, nessuno vuole trasformarsi in CEO delle proprie aziende, siano queste il ministero o la propria città. L’educazione dell’imprenditoria ad investire sul proprio territorio e sulla cultura che su questo deve svilupparsi parte prima di tutto dall’amministrazione pubblica. Tagliare, tanto quanto spendere scriteriatamente, è una politica che porta solo alla paralisi del progetto collettivo che è la costruzione di una mentalità nuova nei confronti di ciò che non può essere solo una serie di eventi di comunicazione aziendale o politica, ma prima di tutto investimento a lungo anzi lunghissimo termine. Non è una questione di spendere a pioggia, con il contagocce o chiudere i rubinetti del tutto. La questione è che senza una cultura sana, responsabile e autonoma dalla politica, tutti prima o poi qui in Italia moriremo di sete.

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #1

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