Kapoor e la tecnica. Qualche parere

Che l’artista anglo-indiano Anish Kapoor abbia qualche problema è fatto oramai stranoto, anche e soprattutto grazie ad Artribune. Ma il punto è un altro: quello secolare della tecnica. Siamo andati allora al di là della questione particolare, e abbiamo sentito qualche artista, gallerista, tecnico.

Anish Kapoor - Dirty Corner - photo Andrea Melzi

Siamo donne e uomini di mondo, e l’unico pensiero che possa scandalizzarci è rimasto, forse, l’idea stessa di scandalo. Passati in dieci anni dall’esaltazione mediatica dei papa boys all’esplosione virale delle bunga girls: assuefatti a un’indignazione di maniera, che ci abbandona placidi al nichilismo balneare dei neonazisti-glam de Il Grande Lebowski; con la scena della piscina eroica parodia dei molli tormenti di Dustin Hoffmann ne Il Laureato.
Siamo grandi abbastanza per prendere per quello che è la polemica sul fallimento – ormai cronico – delle maxi installazioni che Anish Kapoor porta in Italia. Venezia zoppica, Milano frana: complessi e coreografici interventi in spazi pubblici, destinati quindi a illudere che lo Stato assolva in minima parte alla funzione di “educazione” delle masse, fermi al palo. Elefanti incastrati da topolini meccanici; malfunzionamenti, logoramenti; imprevedibili perché impreviste défaillance tecniche costringono all’inedia installazioni nate invece per l’azione.
Artribune
è un giornale, e benché non lo si trovi in edicola ogni giorno è a tutti gli effetti un quotidiano – abituatevi, gente: non sarà il futuro che sognavate da piccoli… ma è progresso pure questo! – e compito di un giornale, di un quotidiano, è tirarle fuori, le magagne. Così, con quel fare un po’ savonaroliano che lo contraddistingue, Artribune indica senza troppi riguardi che il re è nudo.

Anish Kapoor - My red Homeland

Da qui la ridda delle dichiarazioni, imperdibili e impagabili: con Kapoor che cerca di sfilarsi dalla croce a cui lo inchioda un pubblico inviperito; curatori che sbottano e avventori dell’arte che reclamano la restituzione degli euro perduti. Con Artribune che si gingilla giustamente i bicipiti davanti allo specchio: è il ragazzino magrolino che nessuno a scuola si fila, l’ultimo arrivato; ma s’è buttato sodo in palestra e dopo poche settimane già tira fuori i muscoletti. Scatena un doveroso fuoco di fila verso un artista dalla fama grande quanto le sue opere; lo induce a giustificarsi pubblicamente – arrampicarsi sui vetri? –, scocca la scintilla di un movimento di opinione che contagia altri quotidiani nazionali. Di quelli su carta, che a tutti piacciono tanto.
Ma pensavo che sono settantacinque anni da che Benjamin ha buttato lì la questione dell’arte e delle potenzialità – mascherate da limiti e viceversa – e della sua evoluzione nell’era tecnologica. Certo: il futuro di Benjamin è distante da oggi come quello di Marty McFly; ma proprio per questo, e perché siamo grandi abbastanza per lasciare Kapoor nel suo brodo e rassegnarci ai nostri soldi mal spesi, che ci piace alla fine di tutto pensare a cosa significhi, oggi, avere a che fare con un’installazione.
Nel senso: fino a che punto un’opera d’arte di questo genere è succube o meno della tecnica: ha più/meno/uguale valore a prescindere dal suo corretto funzionamento? Esiste quindi un reale problema di “vitalità” dell’opera d’arte, oppure nel caso di un’installazione la vera opera d’arte è il concetto che sta dietro alla sua realizzazione, per cui tutto quanto viene dopo è solo rappresentazione, simbolo… e non necessariamente sostanza? Se volete, riducete pure tutto al sondaggio su: ha ragione o meno Kapoor a scrollarsi di dosso le critiche sostenendo il primato dell’artista sull’opera … Ma sciacquiamoci dal particolare, saltiamo nel generale.

Un'opera di Luca Pozzi

Ho chiesto a Federico Luger cosa ne pensa. Perché tra gli artisti che tratta con la sua galleria c’è Luca Pozzi: parliamo di uno che fa installazioni con i campi magnetici, quindi siamo nel precario all’ennesima potenza, che basta intervenire su una delle qualsiasi possibili variabili e il castello di carte va a farsi benedire. Luger mi risponde mandando, via mail, il tappeto di polvere che ho visto portare a Igor Eskinja a Manifesta 7. L’opera d’arte nata per essere effimera. Concepita per morire. Poi ci siamo anche parlati, e dice che le balle gli girano quando qualcuno tocca un’installazione e spacca qualcosa, e che se uno come Kapoor bypassa con tanta facilità il funzionamento delle sue installazioni, allora tanto vale scelga di fare letteratura. Però io mi tengo quel jpg mandato via mail. Accendo quella come sua risposta definitiva.
Ne parlo con qualche artista e quelli, va da sé, un occhio a Kapoor lo strizzano. Chiedo a Davide Valenti: ha lavorato sulla bestemmia, costruito una campagna pubblicitaria per la Mafia S.p.A.; s’è vinto il Premio Arte Laguna con un mazzo di spaghetti bardato con fascio littorio… lui è uno che alla polemica, intesa nel senso più nobile, è abituato. Ed è uno che lascia le critiche a Kapoor nel calderone dello strumentale, del chiacchiericcio, del pettegolezzo: “Difficile capire quanto distante sia un artista, uno che lavora per comunicare davvero qualcosa a cui tiene, dalle chiacchiere”. Perché, in fondo, Davide mi dice che “quando a un artista viene detto ‘questo non si fa’, è normale che a lui venga voglia di lasciarla così. Un artista è li solo per fare quello che non si fa. Quello che nessuno fa”.

Andreas Angelidakis - Bouwrock

Andreas Angelidakis è un architetto. Ed è un artista. Media le due cose costruendo in ambiente digitale, per cui mi aiuta a entrare sempre di più nel campo dove voglio spingere la giostra: quello del multimediale. Delle installazioni sì, ma 2.0. Ma anche qui, all’ombra della rete, le posizioni di Kapoor trovano simpatie: “Se l’artista sostiene ‘va bene che l’installazione non funzioni, guardate all’idea’, sono più che felice di guardare a quello. Senza dimenticare che la ragione per cui l’opera non funziona non sta nel fatto che il suo autore sia superficiale, ma perché Kapoor spinge costantemente in avanti il limite di cosa sia fisicamente possibile fare con un’opera d’arte”.
E con un’opera d’arte si può fare davvero tanto. Giorgia Lupi, con Simone Quadri e Gabriele Rossi, lavora da mesi al progetto Accurat, una nuova piattaforma che nasce dall’esperienza milanese di Id-Lab e sperimenta arte, design e nuove tecnologie. Non si rende giustizia al loro percorso né alle loro ambizioni cercando di etichettarli come un nuovo, potenziale Studio Azzurro… ma il riferimento lo facciamo uguale, giusto per inquadrarne anche solo in modo parziale il raggio di azione. Una visione che li induce a dire che “l’imprevisto tecnico-tecnologico non deve esistere, deve essere calcolato e aggirato, altrimenti ne risulterà una fruizione parziale dell’opera. Non basta insomma dire ‘l’avrei voluto fare così’: è come avere in mente una canzone bellissima e non saperla suonare… Un quadro scolorito con gli anni non genera le stesse sensazioni dello stesso quadro appena dipinto. Poi, il caso e l’imprevisto ‘tecnico-tecnologico’ possono anche generare esperienze piacevoli e inaspettate (e sarebbe molto interessante approfondire!) ma non è ora questo il centro del discorso…”
Beh, perché no?

 

Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.