CinemAmbiente. Non chiamatelo festival di nicchia

Al via il 31 maggio il “cinema verde” del 14esimo Festival CinemAmbiente. Così Torino, fino al 5 giugno, diventa nuovamente la città dell’immagine in movimento. Non quella dei grandi festival, certo, ma delle rassegne “di nicchia”. Che però attirano sempre più pubblico.

Le gru di carta

Nel panorama del greenfilm network, che annovera internazionalmente – da Toronto a Parigi, da Seoul al Messico – sette festival dedicati al cinema ambientale, vi è anche CinemAmbiente di Torino. Giunto alla 14esima edizione, il festival è una maratona di sei giorni nelle sale cinematografiche del centrale Cinema Massimo, ma che prevede anche proiezioni all’aperto: in notturna sui tetti dell’Environment Park, nei cortili del Museo di Scienze Naturali e del Parco d’Arte Vivente.
Nell’anno dello tsunami e dell’esplosione della centrale nucleare di Fukushima, questa edizione del festival è dedicata al Giappone. E la scelta è riassunta in una commovente figura: un semplice origami di carta, simbolo di lunga vita. Ne Il gran sole di Hiroshima di Bruckner, la piccola Sadako, vittima dell’esplosione atomica, cerca infatti di costruire mille gru di carta nella speranza che si avveri la leggenda secondo cui, se si arriva a quel numero, si avvera un desiderio. Il monito, dunque, è che Fukushima non diventi una seconda Chernobyl e che, in pieno clima referendario, si risveglino le coscienze sulle posizioni circa il nucleare e la privatizzazione dell’acqua.

Taste the waste (Germania 2011) di Valentin Thurn

In calendario, 100 titoli suddivisi nelle sezioni di concorso: dai documentari, internazionali e italiani, ai cortometraggi, ma anche lo speciale Panorama con focus sulle foreste, in occasione dell’anno dedicato dalle Nazioni Unite alle preservazione forestale.
Altri temi caldi: il nucleare, lo sfruttamento massivo del suolo e lo smaltimento dei rifiuti, dal Brasile a Palermo. Waste Land, dell’inglese Lucy Walker, candidato all’Oscar come miglior documentario e con musiche firmate da Moby, presenta il progetto dell’artista brasiliana Vik Muniz volto a recuperare, in una delle discariche più grandi del mondo, alla periferia di Rio de Janeiro, i rifiuti per la creazione di opere d’arte poi messe in vendita. Una situazione simile si verifica in Italia: basti pensare alla discarica di Palermo, come racconta il film Loro della munnizza. Qui la raccolta dei rifiuti, non così diversa dal Cairo o da Rio, si avvale di una squadra di circa ottanta cenciaioli quotidianamente impegnati nel ricavare “l’oro sporco” da rivendere.

Gaetano Capizzi, direttore del Festival, Luca Mercalli e la giornalista Claudia Apostolo

Molti i film italiani che – nonostante le correnti politiche ministeriali in termini di tutela dell’ambiente e “svendita del patrimonio costiero” – diventano testimonianza di come il Bel Paese, almeno nella settima arte, manifesti una forte coscienza civile. Basti citare, nella sezione documentari, Polvere. Il grande processo dell’amianto, di Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller, sulla produzione di amianto nel mondo, dal processo in corso a Torino contro la multinazionale Eternit fino al business in India e Brasile; Sulle tracce del bianco, di De Aglio, analisi sull’estinzione di alcune specie animali alpine; Un po’ di petrolio, di Nicola Angrisano, sul riversamento di petrolio nelle acque del Lambro, affluente del Po; Sentire l’aria, di Manuele Cecconello, sul desiderio di un sedicenne di lasciare la città per seguire un vecchio pastore e dedicarsi a campi e pascoli; Perfect World, della torinese Laura Viale, sulla ricchezza vegetale e la salvaguardia della biodiversità.

Bunna degli Africa Unite

Quasi inevitabili le pellicole sul cibo, sia nella produzione che nello smaltimento, come nel tedesco Taste the Waste, sul recupero degli avanzi dal frigorifero allo spreco alimentare dei grandi supermercati; oppure sulla plastica, materiale dibattuto da cui è difficile separarsi, o viceversa, come nel corto americano Plastic Bag, dove una busta è in viaggio alla ricerca disperata della donna che l’ha abbandonata.
Non mancano infine le vip presence: capo della giuria, il regista premio oscar Michael Cimino, partecipazione che avvalora il peso del festival torinese; nel film Non chiamarmi terremoto, fra i protagonisti v’è Luciana Littizetto; sempre fra i giurati, Bunna degli Africa Unite, il regista Mimmo Calopresti e la vj e conduttrice radiofonica Paola Maugeri.
In ogni caso, non solo cinema nella programmazione. Si termina, infatti, il 5 giugno in coincidenza con la Giornata Mondiale dell’Ambiente, con eventi collaterali, il bike pride, raduno dell’orgoglio ciclista, mostre e fiere a tema. Insomma, settimana di denuncia che, nel tempo, si spera si dilati a pratica abituale.

Claudio Cravero

dal 31 maggio al 5 giugno 2011
CinemAmbiente – Environmental Film Festival

Sedi varie – 10100 Torino
Info: tel. +39 0118138860; [email protected]; www.cinemambiente.it

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Claudio Cravero
Claudio Cravero (Torino, 1977). Curatore di base a Dubai, dal 2014 al 2018 è direttore artistico della sezione contemporanea del Museo King Abdulaziz Center in Arabia Saudita. La sua ricerca indaga l’arte contemporanea quale forma di resistenza contro la censura pubblica nell’area del Golfo e del Medio Oriente. Dal 2008 al 2014 è co-direttore artistico presso il PAV-Centro Sperimentale d’Arte Contemporanea di Torino dove, con Piero Gilardi, si è occupato di ecologia culturale e socially engaged art. Nel 2014 è curatore di Onufri Prize, promosso dalla National Gallery of Fine Arts di Tirana, Albania. Ha inoltre collaborato con il Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea (2004-2006) e con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (2002-2004). È membro di comitati di giuria internazionali (Coal e Domaine de Chamarande, entrambi a Parigi) ed è lecturer e coordinatore del Master in Curatorial Practice presso lo IED di Venezia. È infine autore di saggi raccolti in diversi cataloghi e articoli pubblicati su art magazine e blog (Artribune, Roma; Sleek Magazine, Berlino; Freemuse, Copenaghen).