Fabiola Naldi ricorda Don Leicht, pioniere della Street Art che veniva dal Bronx. Aveva partecipato alla mitica mostra sui graffici curata da Frnacesca Alinovi e il primo a citare il mitico videogioco Space Invaders.

Ho appreso della morte di Don Leicht da un post di Instagram. Viviamo un tempo in cui nulla sembra più così straniante, ingiusto, inopportuno, ma se Daze, writer newyorkese attivo dalla seconda metà degli Anni Settanta, non lo avesse pubblicato, probabilmente sarebbe passato altro tempo prima che la notizia giungesse a noi.
Daze ne ha scritto, Crash lo ha immediatamente omaggiato con l’aiuto del “compagno di strada” di Leicht, John Fekner, che ha pubblicato una rivisitazione di una sua celebre opera per salutarlo pubblicamente. E da quel momento, come una valanga, tanti lo hanno ricordato: a dire il vero, è stato il mondo dell’arte urbana a farlo, mentre il sistema dell’arte mondiale lo ha quasi ignorato.

DON LEICHT NELLA MOSTRA DI BOLOGNA DEL 1984

A pensarci bene, forse strano non è che io lo abbia saputo da Daze e Crash, entrambi voluti da Francesca Alinovi nella lista per la mostra Arte di Frontiera. New York Graffiti, realizzata nel 1984 alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Ancora una volta tutto sembra riportarmi a un periodo che non ho vissuto ma che ha determinato fortemente molte storie professionali.
Dovrei però correggermi e usare in maniera appropriata il termine Street Art, perché Don Leicht ne è stato uno dei principali pionieri, un originator, sempre pronto ad agire non sulle grandi dimensioni bensì sulla massiccia e continua presenza in una città brulicante di creatività, di contraddizioni e di molta criminalità. Un’epoca forse irripetibile, dove il corpo dell’artista si muoveva al ritmo dell’hip hop, correva lungo le yard delle stazioni metropolitane o fra i vicoli del Bronx, comunicava con i “giochi verbali” degli MC e saltava (anche per sfuggire agli agenti di polizia) con le acrobazie dei primi B-Boy.

John Fekner & Don Leicht, Intruders, 2006
John Fekner & Don Leicht, Intruders, 2006

IL SODALIZIO FRA DON LEICHT E JOHN FEKNER

Don Leicht non è mai stato un writer puro, ma certamente ha percorso una parte della sua carriera artistica con molti di loro, conosciuti anche nell’unica galleria d’arte del South Bronx, Fashion Moda, aperta nel 1978 da Stephen Eins.
Nato nel 1946 nel Bronx, non molto distante dalla stessa galleria, fin da giovanissimo sceglie la strada come luogo da cui trarre ispirazione, fino al momento in cui le prime tag apparse fra il 1970 e il 1971 a New York lo aiutano a comprendere che quella sarebbe stata l’unica direzione possibile. Ben presto incontra molti dei writer newyorkesi di prima generazione, ma sarà l’amicizia e la collaborazione con John Fekner a permettergli di espandere sia l’ispirazione sia le possibilità d’azione.
Conosciutisi nel 1976 quando si trovano a condividere lo studio all’interno del PS1, presto iniziano una vera e propria produzione a doppia voce, occupando strade e, di lì a poco, anche spazi espositivi. Entrambi decidono di confrontarsi non con l’oggetto in sé quanto con l’esperienza condivisa da un pubblico casuale e inconsapevole. Linguaggio, poesia, parola e stencil si dichiarano nuova estetica sociale in grado di interagire, coinvolgere e connettersi con la popolazione dei cinque distretti di New York. Il luogo quindi diventa per entrambi fondamentale, tanto da costituirsi presenza artistica nella reazione e nell’incontro fra l’intervento estetico e un punto preciso della città. L’opera si definisce come dispositivo che diviene messaggio e dichiara il proprio obiettivo esclusivamente attraverso il luogo prescelto.

Don Leicht con gli Space Invaders in metallo, Bronx, NYC 1982. Photo Peter Bellamy
Don Leicht con gli Space Invaders in metallo, Bronx, NYC 1982. Photo Peter Bellamy

SPACE INVADERS SUI MURI DI NEW YORK

Nel frattempo, Don Leicht si ritrova sempre più affascinato e ispirato dal video gioco arcade Space Invaders inventato nel 1978 da Toshiniro Nishikado: inizia a produrre una cospicua serie di lavori in biblico fra pittura e scultura in cui alluminio, acciaio e bombolette spray affermano parole pronte a divenire manifesto ideale e ideologico: “Your Space Has Been Invaded. Our Children are Fighting a Terrible War. Whole families are being sent to Battlescreen”.
Tutti hanno sempre affermato che fosse Don Leicht il vero (Space) Invader, ovviamente facendo riferimento all’omonimo artista francese attivo dalla fine degli Anni Novanta. Probabilmente il vero Space Invaders sarà sempre e solo l’omonimo gioco di Toshiniro Nishikado, ma se è del tutto evidente la sopravvivenza del medesimo modello a distanza di due decenni, forse si dovrebbe continuare a ribadire che molta dell’arte del XX secolo agisce sulla normalizzazione del nuovo, e sulla ripetizione di moduli, materiali e concetti. L’assenza di grandi narrazioni e la volontà di “essere” in ogni luogo, sia analogico che digitale, ha fatto sì che storie diverse si incrociassero e si sovrapponessero senza l’ansia del primo arrivato.
Ora, colui che ha saputo tradurre il proprio immaginario collettivo in genuini interventi urbani ci ha lasciato, ricordandoci sempre che “the Game Never Over”.

Fabiola Naldi

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Fabiola Naldi
Fabiola Naldi è Dottore di Ricerca in Storia dell’Arte Contemporanea. E’ critica e curatrice d’arte. E’ docente di Art Appreciation presso il corso magistrale GIOCA della Facoltà di Economia, Università di Bologna; è docente di Problemi Espressivi del Contemporaneo presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e di Teoria delle Arti Multimediali presso l’Accademia Carrara di Bergamo. E’ membro del Consiglio di Amministrazione dell’Istituzione Musei del Comune di Bologna. E’ corrispondente per Flash Art. E’ co curatrice del progetto FRONTIER – La Linea dello Stile. E’ stata curatrice della Biennale del Muro Dipinto di Dozza (Bo) per le edizioni 2009, 2011, 2013. Tra le pubblicazioni più recenti: Attraversare la frontiera, in AA.VV., Il Writing a Milano, Drago Edizioni, Roma, 2017; Francesca Alinovi e l’arte sua, in M. Pozzati (a cura di), Artiste della Critica, Corraini Edizioni, Mantova, 2015; Meat Joy. Rapporti fra video arte e cibo. in S. Davidson, F.Lollini (a cura di), LE ARTI E IL CIBO. Modalità ed esempi di un rapporto,Clueb, Bologna, 2015; Frontier. The Line of Style, (con C. Musso), Damiani editore, Bologna, 2013; Tell a Vision. Il video tra storia e critica, Edizioni Libriaparte, Bergamo, 2012; Do The Right Wall/Fai Il Muro Giusto, Edizioni MAMbo, Bologna, 2010.