La bimba con l’hula-hoop è di Banksy: rivendicato il muro di Nottingham. Ma qualcuno smentisce

Un anonimo muro di mattoni protetto da una pellicola trasparente, per preservare l’ultimo lavoro di Banksy. Un divertente intervento grafico-installativo, che l’artista senza volto avrebbe rivendicato. Ma qualcuno minaccia di tirare fuori lo stencil originale…

Notingham, 2020, la bimba con l'hula hoop rivendicata da Banksy
Notingham, 2020, la bimba con l'hula hoop rivendicata da Banksy

Un feticcio è un feticcio. Lo è a prescindere, anche quando il valore è nominale, legato a un brand, a uno status, a una legge di costume o di mercato. E un disegno di poco conto, su una parete qualunque di chissà dove, diventa una perla da proteggere, da raccontare al mondo, da trasformare in reliquia, nell’attimo in cui la paternità diventa certa. Banksy, eroe di una mitologia personale costruita intorno alla combinazione tra rigoroso anonimato e amplificazione mediatica, tra opposizione al mainstream e conquista del medesimo sistema, tra militanza ironica e impegno politico, è ormai un produttore di reperti su cui aleggia un’aura di sacralità pop. Qualche volta è roba forte, un’intuizione buona, un’operazione che ancora riesce a colpire; in altri casi, nulla di che. Ma Banksy è Banksy, e le agenzie rincorrono con foga la notizia, quando le voci di una sua nuova uscita iniziano a montare.

UNO STENCIL-INSTALLAZIONE, TRA REALTÀ E IMMAGINAZIONE

A rivendicare l’ultimo lavoro sospetto, identificato sul muro di mattoni accanto a un parrucchiere di Nottingham, lungo Rothesay Avenue, è stato – as usual – l’artista stesso, con una foto dello scorcio urbano postata sul suo profilo Instagram. Nessuna didascalia a commento. E in poche ore una pioggia di oltre un milione e mezzo di like. Si tratta di un piccolo stencil in bianco e nero, l’immagine di una bimba intenta a giocare con un hula-hoop, il quale, a ben guardare, altro non è che il copertone di una bicicletta. E la bici è proprio lì, dinanzi al muro, legata a un palo della luce: piazzata dall’artista, come installazione, o magari abbandonata in quell’angolo da qualcuno e servita come spunto per la storiella in pittura. Della ruota posteriore, naturalmente, non v’è traccia. Sparita, rubata, smontata? Fatto sta che il piccolo incantesimo ludico-concettuale funziona, è divertente, semplice, immediato, con quella gomma balzata dalla realtà all’immaginazione, dal mondo reale a quello della rappresentazione.
E pare proprio la tipica prosa à la Banksy, sottilmente dissacrante, tutta tenerezza e guerrilla, sintesi poetica e tensione morale, che è diventata cifra riconoscibile e amatissima. Giusto un giochino, una trovata confezionata bene? Certo una cosa minuta, non geniale, con la sensazione che, in effetti, si sia ampiamente nella fase dell’autoripetizione e della maniera di sé, sfruttando cifre, codici, modalità ampiamente rodate, sicuri di compiacere l’immensa platea di estimatori. Pure legittimo, alla fine, per uno che si è costruito in pochi anni un impero di notorietà e di autorevolezza, senza mai rivelare il proprio nome.

La foto pubblicata da Banksy sul suo profilo Instagram
La foto pubblicata da Banksy sul suo profilo Instagram

GUERRA DI RIVENDICAZIONI

Risultato? Nel momento in cui iniziava a ventilarsi l’ipotesi della paternità eccellente, l’amministrazione comunale di Nottingham provvedeva subito a proteggere il muro con del perspex trasparente: tra le diverse contraddizioni che il caso Banksy ha generato, c’è proprio la coesistenza tra la dimensione selvatica, effimera, anarchica della strada, e la volontà di tutelarne i segni preziosi, quando l’autore è riconosciuto come star. Provvidenziale l’intervento, dal momento che, per ben due volte di fila, qualcuno si è adoperato per crossare lo stencil, prima con una tag bianca, poi con una grossa sigla nera. La pellicola, naturalmente, è stata ripulita al volo.
E a proposito di autori e di rivendicazioni, c’è un insolito giallo dentro questa storia. Lo scorso 16 ottobre, mentre la folla si chiedeva già se dietro l’intervento di Nottingham ci fosse il beniamino senza volto di Bristol, uno street artist 28enne di Sutton Coldfield, con base a Birmingam, noto come Itchers, era intervenuto a gamba tesa, allertando la stampa locale: quello stencil sarebbe opera sua.

Vandalizzata l'opera di Banksy a Nottingham., fortunamente protetta da perspex
Vandalizzata l’opera di Banksy a Nottingham., fortunatamente protetta da perspex

Il giorno dopo arrivava il post di Banksy, a conquistare ogni spazio mediatico e a spazzare via ogni tentativo di rivendicazione del ragazzo. Il quale, a quel punto, ha rincarato la dose, mostrandosi disorientato dalla mossa del maestro: “È decisamente mio. Sono sbalordito”, avrebbe dichiarato, come riportato sul sito della BBC: “Non so cosa pensare a riguardo, non so se stia cercando di aiutarmi e di mostrarmi sostegno, o se si stia prendendo completamente il merito. Sono rimasto un po’ deluso quando ho saputo che stava cercando di rivendicare il mio lavoro: le persone con cui ne ho parlato mi hanno detto che avrei dovuto prenderlo come un complimento. Ma io voglio solo risposte da lui e voglio sapere perché si sta attribuendo il mio lavoro”.
E racconta anche nel dettaglio la genesi del pezzo: “Ero a Nottingham non molto tempo fa, ho visto questa bici incatenata al lampione e ho pensato tra me e me: ‘sembra vecchia e triste’. Pensavo di poter rallegrare un po’ la cosa con una bambina che giocava con l’hula-hoop, usando la gomma mancante, così sono tornato martedì e ho dipinto sul muro. È qualcosa con cui far divertire le persone. Tutti qui devono stare al sicuro, so del blocco e del massiccio aumento dei casi di Covid in città: volevo portare un po ‘di gioia in questi tempi bui“.
Poi, la dichiarazione decisiva: “Ho la copia dello stencil che ho usato: è chiaramente mio”. E se le prove ci sono, certo la vicenda non si conclude qui. Sarebbe la prima volta che Banksy pubblica sul suo profilo un’opera non sua, con fini diversi della rivendicazione o dalla promozione del proprio lavoro: perché mai avrebbe dovuto farlo? Una risposta a Itchers, in qualche forma, arriverà?

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.