Prima vestì di luce Parigi, poi fotografò le sue ferite: l’obiettivo rivoluzionario della fotografa Madame d’Ora

A un secolo dall'inaugurazione dello studio fotografico di Dora Kallmus (questo il suo nome al secolo) a Parigi, ripercorriamo la storia di una pioniera che ha saputo reinventare l'arte del ritratto

Nei primi decenni del Novecento, a Vienna, chi desiderava un ritratto fotografico d’autore sapeva esattamente a quale porta bussare: Dora Kallmus aveva trasformato il suo studio nel punto di riferimento dell’alta borghesia e degli artisti della Secessione perché sapeva regalare ai suoi soggetti un’inconfondibile eleganza. Cento anni fa, forte di quel successo, decise di fare le valigie per Parigi. Non fu una fuga o un semplice cambio di città, ma la mossa lucida di un’artista che voleva misurarsi con l’avanguardia internazionale. Sbarcata nella capitale, contribuì a liberare la fotografia di moda dalle vecchie convenzioni e a trasformarla in un’arte moderna, spregiudicata e profondamente viva.

Chi era Madame d’Ora, al secolo Dora Kallmus

Nata a Vienna nel 1881 in un’agiata famiglia dell’alta borghesia ebraica, Dora Kallmus aveva sviluppato fin da giovanissima una forte sensibilità per le arti e un’insofferenza verso il destino da moglie e madre che la società del tempo le imponeva. L’incontro con la fotografia non fu casuale, ma la scelta consapevole di un mezzo di espressione e dell’indipendenza economica. Si formò viaggiando e frequentando a Berlino il prestigioso studio di Nicola Perscheid. Forte di questo bagaglio, mise in discussione le consuetudini riservate alle donne del suo tempo attraverso una sequenza non indifferente di primati. Fu la prima donna ammessa ai corsi della Graphische Lehr- und Versuchsanstalt, l’Istituto statale di insegnamento e sperimentazione grafica della capitale austriaca, punto di riferimento per la fotografia e le arti visive dell’Impero Austro-Ungarico, e alla Vienna Photographic Society. Nel 1907, inaugurò al numero 15 di Wipplingerstrasse il primo studio fotografico di Vienna con una gestione femminile. Al suo fianco volle Arthur Benda, conosciuto negli anni della formazione berlinese, con il quale strinse un sodalizio tecnico e professionale paritetico. Fu proprio in quegli anni che decise di firmarsi Madame d’Ora, progettando anche un’iconica sigla stilizzata, un vero e proprio logo d’artista da stampare sulle foto che non tardò a diventare un ambito status symbol per intellettuali e aristocrazia.

L’atelier concepito come un salotto e le presenze feline

Col suo lavoro, Dora collezionò ulteriori conquiste e primati, come realizzare e mostrare pubblicamente nudi artistici, infrangendo il monopolio maschile su quel genere; strinse inoltre una stretta collaborazione con la Wiener Werkstätte, cooperativa di produzione artistica e artigianale fondata dall’architetto Josef Hoffmann, con l’impegno di documentare la moda, i gioielli e le arti applicate viennesi; infine nel 1916 ottenne l’esclusiva per fotografare l’incoronazione dell’imperatore Carlo I e della regina Zita a Budapest, consacrandosi come prima fotografa con accesso ai ritratti ufficiali della Casa Reale asburgica.

Ma la sua fu una rivoluzione anche metodologica perché mise da parte le antiquate scenografie ottocentesche, dominate da arredi imponenti e poltrone con poggiatesta in ferro per uniformare le pose, e concepì l’atelier come un salotto inondato di luce naturale, arredato con il gusto essenziale della Secessione, in cui invitava i soggetti a muoversi, a parlare, perfino a ridere. E, mentre Benda gestiva gli aspetti tecnici, lei agiva come una vera e propria regista di anime, catturando il fotogramma nell’istante in cui la maschera sociale cadeva. L’impronta dell’atelier che porta il suo nome non si esaurì nella ritrattistica mondana: gli animali domestici, e i gatti in particolare, facevano frequentemente capolino sul set, considerati presenze capaci di sciogliere la tensione dei soggetti e di aggiungere un tocco di spontaneità alle composizioni. Una predilezione che trovò conferma istituzionale intorno al 1930, quando ormai Dora aveva ceduto la gestione dello studio a Benda per trasferirsi a Parigi, con la realizzazione di una serie fotografica dedicata proprio ai gatti, commissionata a beneficio del Wiener Tierschutzverein, la storica associazione per la protezione animali della città. Quella stessa fascinazione per il mondo felino rimase un tratto distintivo del suo immaginario visivo anche lontano dall’Austria, come nel celebre autoritratto del 1929 pubblicato sulla rivista Die Dame (n. 15), dove Dora scelse di ritrarsi in un’inquadratura stretta e ravvicinata insieme a un gatto nero, con i suoi occhi che emergono appena sopra il corpo disteso dell’animale, a restituire il senso profondo della loro complicità.

Gli anni di transizione e la svolta parigina

Tra il 1920 e il 1925 Dora Kallmus attraversò un periodo di transizione nella sua vita. Il crollo dell’Impero Asburgico nel 1918 e la drammatica crisi economica della Vienna post-bellica avevano dissolto quel mondo dorato che l’aveva consacrata. Fu un’offerta della rivista L’Officiel, nel 1925, a dare una svolta concreta: Dora colse l’occasione, staccò le radici viennesi e preparò l’insediamento definitivo a Parigi. E la Parigi che la accolse le sembrò un laboratorio effervescente in cui la moda stava ridisegnando la figura femminile. Qui lei fu tra le primissime a intuire che la fotografia pubblicitaria non doveva servire solo a mostrare un vestito ma a evocare un’atmosfera.

Divenne una figura chiave nella trasformazione delle pagine di L’Officiel, inizialmente dominate soprattutto da testi e illustrazioni tecniche di sartoria. In sostanza, contribuì a far evolvere la rivista da pubblicazione per soli addetti ai lavori a magazine per un pubblico ampio affascinato dall’immaginario dell’alta moda. Nacquero così le collaborazioni con Coco Chanel, Balenciaga, Jeanne Lanvin, Elsa Schiaparelli, solo per fare qualche nome. Per tutti riusciva a esaltare la consistenza dei tessuti, dei ricami, delle pellicce e le forme dei cappelli stravaganti, ponendo grande enfasi sul dettaglio estetico e sulla messa in scena glamour. Sulle pagine de L’Officiel, ma anche di altre riviste internazionali come Vogue o Tatler, le sue fotografie non si limitavano a mostrare l’abito in modo statico, ma suggerivano dinamismo, eleganza e senso di libertà.

Danzatori, divi dello spettacolo e artisti

Non si dedicò, però, esclusivamente all’alta moda perché dal suo osservatorio privilegiato sulla modernità prese forma anche una straordinaria galleria di ritratti di divi dello spettacolo e artisti. Come nel caso di Anna Pavlova, la grande ballerina russa immortalata nel 1913 non in una posa di scena ma seduta, con il tulle del tutù trasformato in una campitura di luce vibrante. Il corpo in movimento affascinava Madame d’Ora quasi quanto i volti. Già a Vienna aveva fotografato Anita Berber, la danzatrice più scandalosa e anticonformista del suo tempo, colta in pose intense e teatrali, tipiche della danza espressionista. A Parigi il suo interesse per la danza continuò con i ballerini legati ai Ballets Russes. Nelle sue immagini di danzatori, la luce segue il movimento del corpo, rendendo ogni scatto vivo e naturale. La sua galleria di volti si allargò, comunque, ben oltre la danza. Dopo la serie di scatti dedicati a Gustav Klimt nel 1908, la lista annovera, ad esempio, Maurice Chevalier, fotografato nel 1925 con la sua immancabile paglietta e quell’ironia sofisticata che ne faceva l’icona del varietà parigino; Josephine Baker, liberata dagli stereotipi esotizzanti e ritratta più volte ora in primo piano, col sorriso dolce e suadente, ora come una Venere statuaria e regale; Tamara de Lempicka, che nel 1929, con il celebre cappello a calotta inclinato e in un gioco di ombre diagonali, si trasforma in un quadro vivente della modernità Art Déco; Colette, colta nel 1954 in una delle sue immagini più celebri della tarda maturità, in cui il volto segnato dal tempo è svelato senza sconti, con la caratteristica capigliatura arruffata e gli occhi da cui traspare la sua fiera intensità intellettuale; Marc Chagall, fissato, come gran parte della produzione di Dora, su carta ai sali d’argento, con accanto uno dei gatti che lei amava tanto; e infine Pablo Picasso, che nel 1956 posa per lei in un’immagine in cui appare immerso in una trama di ombre e luci.

L’ombra della guerra e la memoria ferita

Se il secondo dopoguerra vide dunque Madame d’Ora ancora capace di firmare straordinari ritratti di grandi personalità, la sua esistenza restava segnata da una drammatica spaccatura. Con l’occupazione nazista di Parigi nel 1940, a causa delle sue origini ebraiche era stata costretta a vendere precipitosamente lo studio e a fuggire nel sud della Francia, dove sopravvisse nascondendosi in un paesino dell’Ardèche, senza elettricità né acqua corrente, mentre molti dei suoi familiari trovavano la morte nei campi di sterminio. Forse anche per questo, accanto ai ritratti dei divi, negli Anni Cinquanta realizzò la sua ultima e più sconvolgente opera: la serie degli Abattoirs, i mattatoi di Parigi. Fotografando quei luoghi e le carcasse sospese, proiettò su quei resti il trauma profondo dell’Olocausto.

Per comprendere appieno questa vicenda umana ed artistica, che ci consegna l’eredità di una donna capace di attraversare le luci splendenti della Belle Époque, l’audacia degli Anni Venti e le ombre della prima metà del Novecento, il punto di riferimento imprescindibile resta il catalogo Machen Sie mich schön, Madame d’Ora! (Brandstätter / Hirmer Verlag), curato da Monika Faber, Esther Ruelfs e Magdalena Vukovic, in occasione delle grandi retrospettive al Leopold Museum di Vienna e alla Neue Galerie di New York. Considerato la vera bibbia storiografica su Dora Kallmus, il volume offre la ricostruzione critica definitiva del suo percorso artistico, restituendo a ogni scatto il suo valore culturale e documentario.

Nicoletta Rita Speltra

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Nicoletta Rita Speltra

Nicoletta Rita Speltra

Dopo la maturità classica, si è laureata in Architettura e ha approfondito la sua formazione nel campo della conservazione del patrimonio storico e paesaggistico, specializzandosi nella tutela e nel recupero del verde storico attraverso attività di studio organizzate dal Comitato…

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