Scelgono le foto in stanze separate ma poi arrivano alla stessa immagine. Intervista ai fotografi Luigi & Iango in mostra a Roma

Con oltre 200 fotografie a Roma, fino al 29 novembre, è visitabile “Corpi speciali” la mostra di Luigi & Iango a cura di Francesca Alfano Miglietti. Per approfondire la ricerca dietro la loro poetica li abbiamo incontrati

“Luigi e Iango riempiono le immagini di narrazioni sottotraccia, di strati semantici sovrapposti, di enigmi interpretativi, sperimentando una sintesi tra la materialità minimalista e la densità iconografica della tradizione pittorica”, ha scritto Francesca Alfano Miglietti nel catalogo della mostra Luigi & Iango. Corpi speciali, da lei curata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (GNAMC) di Roma. Esposizione che presenta oltre 200 fotografie, in parte inedite, del duo italo-svizzero Luigi & Iango, composto da Luigi Murenu e Iango Henzi. Immagini in bianco e nero e a colori, incentrate sul corpo come luogo di identità, trasformazione e costruzione simbolica del presente. “Famosi come ritrattisti di alcune icone dello spettacolo, li ho invitati a un ballo che non conoscevano, per far venire fuori un corpo non è a taglia unica, ma di tutte le taglie”. Ha raccontato la curatrice che ha aggiunto, “il corpo speciale di cui parla la mostra è il nostro, siamo tutti Corpi speciali. Il percorso invita a guardare oltre le luci dello spettacolo, per interrogarsi su ciò che siamo e sul significato dell’empatia”. Così, per approfondirne la ricerca, abbiamo incontrato Luigi & Iango.

Exhibition view: Luigi & Iango. Corpi speciali. Ph: Manuela De Leonardis
Exhibition view: Luigi & Iango. Corpi speciali. Ph: Manuela De Leonardis

Intervista al duo di fotografi Luigi & Iango in mostra alla GNAMC di Roma

Quali sono i “Corpi speciali” che danno il titolo alla mostra, considerando anche il tema della metamorfosi come denominatore comune del progetto?
Luigi – Questa mostra è stata studiata e curata nei particolari. Si tratta di fotografie già presenti nei nostri archivi, cosa importante da sottolineare, che mirano a mostrare l’evoluzione del corpo, la sua bellezza e anche il suo dolore, come se fosse uno spartito musicale. Ogni corpo ha il suo linguaggio, la sua musica. Abbiamo voluto raccogliere una varietà di trasformazioni del corpo, dal mondo surrealista a quello della poesia o del tatuaggio.
Iango – Come dice Luigi, il corpo è un libro aperto; se presenti, cicatrici o rughe parlano di evoluzioni, passaggi. Come in una partitura musicale, cerchiamo la musicalità della vita. Una sala per noi particolarmente importante è quella dei corpi spezzati. Quei corpi raccontano un ritmo, danno un’energia, perché anche le vene rappresentano la vita, ciò che dà il fuoco, la passione. Aspetti che riflettono le singole individualità e ne rivendicano la bellezza. Penso che questo sia uno dei messaggi della mostra: non c’è una sola bellezza, ma bisogna valorizzare ed essere fieri della bellezza di ciascuno, togliendo tutti quei filtri che la società ci impone di mettere.

A proposito del valore della bellezza, la mostra inizia e si chiude con due immagini che sembrano all’opposto. La prima, potentissima, inquadra il volto di una donna anziana con gli occhi chiusi, mentre l’ultima (Madonna) si relaziona a uno scheletro che ricorda una maschera…
Luigi – Sono stati Iango e Francesca a voler iniziare il percorso della mostra con la foto di quella donna (Anna Murenu, Cagliari – ndR). È una mamma che rappresenta le mamme del mondo.Unamamma che ha perso un figlio. È stato molto difficile fotografare il dolore, perché non doveva essere speculativo ma empatico. Lei ha gli occhi chiusi perché pensa a suo figlio. C’è la consapevolezza di un momento profondo.
Iango – Un momento in cui potersi lasciar andare ed essere quello che si è, senza aver paura del giudizio. Un momento che esprime anche un’idea di libertà. Non so se hai notato, ma nella mostra ci sono tante immagini di colombe e altri uccelli che danno un senso di libertà ma anche della spiritualità che è in ognuno di noi. In una foto, nell’ultima sala, una donna ha perso le ali. In quella sala ci sono le cicatrici, il vissuto, anche le radici e le rughe. Penso che sia sempre importante elevarsi, non avere paura di pensare che siamo tutti capaci di essere quello che siamo, senza dover avere un filtro o l’approvazione di qualcun altro.

Qual è il ruolo della musica in questa mostra?
Iango – La musica accompagna il pubblico, lo fa immergere per meditare sulle foto.
Luigi – Si tratta di musiche diverse, da Max Richter ad altri compositori contemporanei. La musica, come è scritto nella prima sala, invita a chiudere gli occhi e guardare. Questa è una mostra pensata per creare un’interazione con il pubblico attraverso gli sguardi che cambiano. C’è il momento dell’abbandono del pugile che scopre di non avere più la forza o di un uomo ustionato che, tuttavia, mostra il suo corpo con fierezza e orgoglio.

C’è una metodologia nel vostro processo creativo?
Iango – Siamo due persone con vissuti e visioni della vita diversi. Proveniamo da due culture diverse, ma andiamo nella stessa direzione. Il nostro modo di approcciare l’immagine, la fotografia, è molto simile, così come le sensazioni che proviamo. Essere in due ci porta a prenderci più tempo e questo si vede nel risultato. Il successo di uno porta al successo dell’altro, ma anche lo sbaglio dell’uno porta a quello dell’altro. C’è più responsabilità. Dobbiamo essere anche più critici e più forti l’uno con l’altro. Due teste insieme possono creare confusione, ma quando sappiamo quello che vogliamo fare è più facile dirigere insieme la gente e farci portare nel loro mondo. Quando, però, si scelgono le foto, uno è più lento – io – mentre Luigi è più istintivo, capisce subito che una certa immagine sarà quella giusta. La cosa incredibile è che, anche senza saperlo, scegliamo sempre la stessa foto.
Luigi – Infatti, abbiamo sempre fatto l’editing delle immagini in stanze separate, appunto per non influenzarci l’uno con l’altro. Sembra quasi un’alchimia il fatto che scegliamo le stesse foto!

L’alchimia nasce anche dalla vostra lunga conoscenza e frequentazione, da un profondo feeling…
Luigi – Certo! Devi pensare che nel nostro studio, a New York, la mattina ci alziamo, facciamo il caffè e ci troviamo già di fronte al canvas. Siamo sulla West 16th Street, a Chelsea, proprio nel cuore di Manhattan. Sentiamo il rumore dei taxi, delle macchine, la luce che entra e questo canvas che è lì, può rimanere vuoto per un giorno, poi per altri cinque c’è il caos. Magari possono entrare nel nostro piccolo studio, dove viviamo, anche cento persone.
Iango – Quando si condivide qualcosa è tutto più bello. Far entrare la gente nella propria casa è per noi un momento ancora più solenne, perché trasmette fiducia. Se si vuole ottenere qualcosa di profondo, bisogna provare questo sentimento. Il nostro è un approccio umanistico, gentile e anche poetico.

Come vi ponete verso le persone che fotografate, tra cui celebrità come Richard Gere, Tilda Swinton, Paolo Sorrentino o JR?
Luigi – Per noi si tratta di avere una grande disciplina, in generale studiamo le persone prima di incontrarle, non soltanto quando si tratta di grandi personaggi, ma anche di persone non famose. Spieghiamo il nostro mondo, la nostra immaginazione, che poi succeda qualcosa o il lavoro si sviluppi in un’altra direzione, fa parte della spontaneità. È quella la bellezza inconscia, anche quando c’è uno script.
Iango – Ma avere uno script, un’idea chiara è importante. Conoscere esattamente l’inizio e la fine, permette che all’interno ci possa essere l’improvvisazione, perché c’è una struttura. Naturalmente, anche se si improvvisa dall’inizio si può arrivare a qualcosa di geniale, ma penso che capire anche cosa raccontare sia veramente importante quando si vuole che una fotografia abbia profondità e umanità. Mostrare interesse per la persona che si fotografa fa sì che si apra, se invece si è cinici o distanti, è molto difficile che possa succedere.

Tra le tante storie, qual è quella legata a Yoshito Ohno (1938-2020), il danzatore butoh figlio del leggendario Kazuo Ohno (1906-2010), che avete fotografato per il numero di ottobre 2018 di Vogue Japan?
Luigi – È una storia bellissima. Siamo andati nel suo studio (Kazuo Ohno Dance Studio a Kamihoshikawa, nel distretto di Hodogaya, Yokohama – ndR), dove sono stati anche Pina Bausch e tanti altri danzatori.
Iango – È stato un momento molto solenne. Volevamo fotografarlo da tanto tempo, perché la danza butoh è una delle più libere, non ci sono regole fisse. Tutto è in rapporto a quello che si vuole raccontare di se stessi, è il proprio corpo che parla. Infatti, è molto significativo che una foto di Yoshito Ohno sia in questa mostra, come lo è il fatto stesso che lo abbiamo conosciuto. L’incontro è durato pochissimo. Siamo arrivati nel suo studio, sua moglie e sua figlia l’hanno truccato e vestito, lui ha scelto una musica meravigliosa. Come puoi notare nel nostro lavoro, in generale, la musica è molto presente perché suscita emozione, energia. Lui ha scelto una canzone di Elvis Presley (Can’t Help Falling in Love – ndR) cantata da Anohni, che con la sua voce melodiosa strappa il cuore e ha iniziato a muoversi. Ricordo le sue mani piene di artrite che si piegavano. Non parlavamo giapponese e lui non parlava inglese, ma ci siamo parlati con gli occhi. In quei trenta o quaranta minuti, è passata un’emozione forte. Avrebbero potuto essere vent’anni o venti ore, il tempo non contava più. È stato un momento congelato in cui è successo qualcosa di magico. Siamo tutti usciti di lì con gli occhi lucidi e la foto dove lui ha il fiore in mano è un po’ il simbolo di qualcosa che continua a vivere.
Luigi – La solennità del momento era percepibile anche nel suo modo di entrare in scena alla sua età. È entrato in scena in mutande, mentre la moglie lo seguiva con gli abiti e le vestaglie da donna. Poi, insieme alla figlia, lo ha vestito e truccato. È stata veramente un’esperienza meravigliosa. Abbiamo fotografato anche il momento in cui Yoshito ha tirato fuori dalla scatola il pupazzo di cera che raffigurava suo padre, Kazuo Ohno, e lo ha fatto muovere

Ci volete dire di più?
Iango – Il momento in cui il pupazzo è uscito dalla scatola è stato molto toccante, sembrava che dormisse. È come se il pupazzo diventasse umano. Il Giappone, di per sé, è un Paese che ci ispira in tanti modi, perché racchiude tutti gli opposti della vita. C’è il rigore ma anche la follia, l’eccesso nella sobrietà e ci sono i più bei colori, che non sono mai aggressivi ma poetici e delicati con un bianco e nero molto scolpito e grafico che è anche uno dei codici di questa mostra, in cui i chiaroscuri non rivelano ma suggeriscono, avvolgono, lasciano il desiderio di scoprire.

A proposito di suggestioni e riferimenti, il Giappone torna in alcune vostre immagini anche attraverso la citazione dei bondage di Araki o della proiezione degli “ukiyo-e” sui corpi di Eikoh Hosoe, mentre in altre fotografie si ritrova la fisicità di Mapplethorpe, nonché una citazione della celebre foto del corsetto di Irving Penn in una chiave contemporanea nel vostro ritratto della modella Sara Grace Wallerstedt…
Iango – Siamo contaminati dalla fotografia.
Luigi – I nomi che hai citato sono indubbiamente dei maestri della fotografia, chi per l’interpretazione drammatica e struggente come Mapplethorpe, o per la bellezza precisa e nitida di Penn che è un maestro della luce. Non può essere che una contaminazione che arriva anche nel nostro lavoro. Principalmente, però, quando facciamo una foto, non ci basiamo sulla referenza. Certo, alcune immagini arrivano dai film, così come dai dipinti antichi, come si può vedere nel ritratto di una donna con i veli, una nostra musa, che sembra quasi un’immagine del Quattrocento. Un’immagine molto enigmatica.

Manuela De Leonardis

Roma // fino al 29 novembre 2026
Corpi speciali. Luigi & Iango
GNAMC – Viale Belle Arti 131
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Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Dal 1993 è iscritta all’Ordine dei giornalisti del Lazio e dal 2004 scrive di arti visive per le pagine culturali del manifesto e gli inserti Alias, Alias Domenica, ExtraTerrestre.…

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