Il racconto fotografico dell’alluvione in Emilia-Romagna

La fotografa Silvia Camporesi descrive in prima persona lo scenario inimmaginabile dell’alluvione a Forlì. Raccontando una quotidianità sommersa dall’acqua

GIORNO UNO

Ogni catastrofe ha il proprio vocabolario. Nel 2020 il Covid ci ha fatto prendere dimestichezza con parole come contagio, assembramento, immunità; diversamente in questi giorni qui in Romagna si sente parlare di esondazione, sfollati, idrovore e per ogni racconto si usa l’aggettivo “inimmaginabile”.
Tempo fa avrei voluto realizzare un progetto dal titolo lo stato dell’acqua dedicato alla presenza e all’assenza dell’acqua in Italia. Nei giorni scorsi l’acqua è stata una forza indomabile e incessante, capace di entrare ovunque. Solo per un caso fortuito abito nella parte di Forlì rimasta miracolosamente intatta. La città in queste ore è spaccata in due parti, e il limite che segna la divisione è il ponte Schiavonia.
Chi come me sta al di qua del ponte non sa bene cosa sia accaduto veramente al di là. Ci rendiamo conto della gravità delle cose attraverso la tv e dal rumore degli elicotteri che girano senza sosta sopra le nostre teste. La maggior parte delle strade sono sbarrate dai mezzi di soccorso, si può solo costeggiare la via che fiancheggia il fiume e la vista è impressionante: l’acqua è a un’altezza mai vista, ha allagato le sponde, sommerso gli alberi e tutte le abitazioni che si trovano in quella zona. Nella prima casa che vedo mi fermo a scattare una fotografia e una donna che sta entrando nel condominio allagato chiede a me e alle altre persone ferme a osservare di andarcene, di non guardare. Ma, mi chiedo, come si fa a non guardare, come si fa a non voler vedere? Si rimane paralizzati davanti a questo scempio in cui ogni cosa ha un proprio doppio, riflesso dall’acqua, e intanto il mio telefono continua a squillare, amici e conoscenti lontani che hanno sentito le notizie in tv mi chiedono se sto bene.

L'alluvione in Emilia Romagna, maggio 2023. Photo Silvia Camporesi

L’alluvione in Emilia Romagna, maggio 2023. Photo Silvia Camporesi

GIORNO DUE

Parco urbano, il nostro luogo del cuore, venti ettari di prati pieni di conigli, alberi, altalene e scivoli, ora completamente sommerso. Per raggiungerlo uso una tuta da pescatore, alta fino al busto. Mi addentro fin dove posso, poi l’acqua è troppo alta e devo fermarmi. Le panchine sono quasi scomparse, le altalene sommerse per metà, il chiosco dei gelati è un piccolo iceberg che esce appena dall’acqua, alcuni conigli si sono salvati, ma molti altri sono stati sbattuti dalla potenza dell’esondazione e ora giacciono nel fango, sagome inermi e incolori. Mentre scatto qualche foto, penso che quel che vedo potrebbe essere il frutto di una post produzione ottenuta con Photoshop, ma il fango sotto ai piedi mi riporta alla realtà. Sono da sola al parco, con l’acqua fino alle costole, ogni tanto il piede mi si incastra da qualche parte, ma non riesco ad andarmene, incredula.

L'alluvione in Emilia Romagna, maggio 2023. Photo Silvia Camporesi

L’alluvione in Emilia Romagna, maggio 2023. Photo Silvia Camporesi

GIORNO TRE

Ponte Schiavonia oggi è percorribile a piedi, così mi incammino su quel tratto di Via Emilia. Fino a qualche anno fa abitavo di fianco al fiume, mi fermo a vedere quella casa: il piano terra è un ammasso di fango, i mobili sono stati tutti buttati, gli inquilini piangono. Nella via poco distante sono morte due persone, trascinate dall’acqua mentre tentavano di mettere in salvo i loro animali. Man mano che proseguo incontro persone, perlopiù ragazzi giovani, con vanga e pala da neve che per lunghe ore scacciano acqua e fango dalle strade e dalle case. Alcuni non hanno trovato gli stivali di plastica, esauriti velocemente nei negozi, così lavorano a piedi nudi o in ciabatte. Sono ricoperti di fango dalla testa ai piedi. Qui la situazione è inimmaginabile, ci sono case ancora sommerse fino ai terrazzi, gente che ancora non può rientrare fino a che l’acqua non verrà risucchiata con le pompe. Qualcuno mi guarda male, perché anziché darmi da fare come gli altri volontari giro con una macchina fotografica. Capisco, accolgo e proseguo. Penso che quando ci lasceremo la tragedia alle spalle, quando tutto il fango sarà sparito, rimarrà la memoria e rimarranno le immagini.

Silvia Camporesi

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Silvia Camporesi

Silvia Camporesi

Silvia Camporesi (nata a Forlì nel 1973), laureata in filosofia, vive a Forlì. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video costruisce racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale. Negli ultimi anni la…

Scopri di più