Dalle periferie al Belice. Il progetto fotografico di Sandro Scalia su Palermo

Contro l’immobilismo e il degrado in cui sembra essere ripiombata Palermo dopo l’esperienza di Manifesta, il fotografo Sandro Scalia ha messo a punto un progetto che parla di periferie. E attualizza il terremoto del Belice.

Abitare in centro, in alcune città come Palermo, significa restare in periferia. A parte le utopiche lusinghe progettuali del sublime giardiniere Gilles Clément, dopo Manifesta 12 la periferia di Palermo è tornata in balia di congetture piene di localismo mistagogico, per via della diffidenza nei confronti di proposte che, seppur interessanti, suonavano straniere.
Ciò è stato per lo ZEN (Zona di Espansione Nord) e per lo studio dei belgi Rotor, che, in occasione di Manifesta 12, intervennero sulla complessa situazione paesaggistica di Pizzo Sella, l’altura costellata di edifici abusivi che sovrasta Mondello. Città come Palermo, che tardano a recuperare vivibilità in centro, sono quelle città che faticano a trasformare i quartieri popolari in zone abitative di pregio. La gentrificazione appare pressoché impossibile in una realtà urbanistica così maculata dal degrado, una realtà in cui sarebbe impossibile applicare qualsiasi principio della Carta d’Atene sui centri storici. Eppure, anche una realtà complessa come quella di Palermo, che a volte sembra Beirut e a tratti Berlino, ha una sua periferia. A Palermo, patria di edonistici laissez faire, la tragica diplomazia, l’intellighenzia locale ha cassato le proposte utopiche di Manifesta 12 e corretto una dettagliata riqualificazione, sembra per una speciale antipatia nei confronti del dettaglio, che però subitaneamente muta in amore quando questo diventa un utile artificio retorico. Sicuramente in questa narrazione non manca la denuncia, anzi è ciò che caratterizza la querula descrizione del presente. La denuncia, infatti, più che una conseguenza dei fatti, sembra essere il motivo principale degli studi analitici sul territorio che spesso, purtroppo, si fermano a un indice delle responsabilità istituzionali. Così, la città frammentata, indicata dall’architetto Maia Mancuso nello studio sulle Periferie pubblicato dal dipartimento di progettazione arti visive dell’Accademia di belle arti di Palermo, resta immobile. Immobile appare nelle migliori immagini fotografiche che costituiscono l’ossatura di questo lavoro, un progetto fortemente ambizioso voluto e coordinato dal fotografo Sandro Scalia e portato avanti tra mille difficoltà.

Selene Grifò, Zen, 2018
Selene Grifò, Zen, 2018

IL PROGETTO FOTOGRAFICO DI SANDRO SCALIA

Consultando gli archivi di grandi autori, Scalia, insieme al suo staff di studenti del corso di fotografia, ha estrapolato i lavori di Giovanni Chiaromonte, Gabriele Basilico, Guido Guidi Sebastiano Raimondo, Daniela Tartaglia e Stephen Koppelkamm, lasciando spazio allo sguardo delle nuove generazioni. “Con questa campagna di documentazione”, dice Sandro Scalia, “credo che sia centrato un obiettivo importante: quello di mettere la città allo specchio, di imporre una riflessione”. Certo, fa riflettere lo scatto del 2018 della giovane Selene Grifò di un’aula vuota all’Istituto Comprensivo Leonardo Sciascia nel quartiere ZEN, così attuale da sembrare un presagio, ed è proprio da quella neo-oggettività degli scatti di Basilico che si muovono questi giovani fotografi. Dall’immoto ritratto del reale che emerge da questo lavoro di indubbio taglio compilativo sono esclusi i tatticismi antropologici e quegli ammiccanti esotismi spesso utilizzati per elevare il degrado a folclore e l’indigenza esplicita a improbabile resistenza al consumismo. Le foto migliori di questa campagna sono però quelle che mostrano il soggetto nel suo fasto pittorico, che conserva nelle sue linee essenziali il racconto della vita mantenendolo dietro gli scorci e non davanti all’obiettivo di un reporter. Per Scalia, che in questo studio è riuscito a pubblicare gli scatti inediti di Giovanni Chiaramonte, il confronto tra diversi punti di vista sprona a un ragionamento sulla trasformazione del territorio al fine di stabilire nuove strategie di partecipazione.

Belice Punto Zero. Sandro Scalia
Belice Punto Zero. Sandro Scalia

SCALIA E IL TERREMOTO DEL BELICE

Non è un caso che il progetto di Scalia non si sia fermato a questa pubblicazione. Scalia ha infatti sovrinteso anche un accurato studio fotografico sul terremoto del Belice. Le immagini documentano una serie di ritardi che procrastinano la promessa di un futuro immaginato imprigionato a vita nella latenza da pratiche improvvisate, non pianificate, fatte di aggiustamenti dell’intervento immediato a causa dell’istantanea intuizione di un profitto. Tutto ciò ha eletto i famosi Incompiuti a imperituri monumenti. Ciò, infatti, sono quei relitti che raccontano di un’opportunità vampirizzata, di una progettazione celibe che s’è poggiata su un’ontologia cieca, priva del senso dell’essenza delle cose. Solo avendo chiaro questo, ogni documentazione per immagini appare sia parte di un indice, sia il ritratto di un unico esemplare. Ognuno di questi aspetti rimanda a un dato reale lo ricorda, lo ri-presenta. Questo è il caso del reportage di Sandro Scalia sul Belice a cui ha lavorato sempre col dipartimento di arti visive. S’intitola Belìce Punto Zero ed è una sorta di racconto sul Ground Zero del terremoto del 1968. Il lavoro affianca foto di repertorio a immagini delle rovine ancora oggi in piedi. Scatti impietosi di un volto di un fantasma che appare ogni qual volta il dramma del sisma si ripresenta. Eppure, anche qui, la volontà non sembra quella di evocare il dolore di allora, ma di renderlo parte di un’attività di monitoraggio sul territorio, il che significa prendere coscienza della natura cangiante dei tempi scoprendo un modello d’indagine che possiamo definire “geologico”, che fa apprezzare l’attività di ricerca che coadiuva la formazione di nuove generazioni di fotografi in una riflessione costante sulle mutazioni del presente.

Marcello Carriero

www.sandroscalia.com

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Marcello Carriero
Marcello Carriero (1965) si occupa di critica e storia dell’arte dal 1994. Ha scritto sulla cultura visiva contemporanea sulle riviste Arte e Critica, Arte, Exibart, e ha pubblicato l’unica monografia completa sul futurista Volt (Ed. Settecittà, Viterbo 2007). Attualmente docente di Storia dell’arte contemporanea e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Palermo, ha collaborato con il sociologo Manuel Anselmi alla raccolta degli scritti di Eugenio Battisti e alla stesura del volume "Iconologia ed ecologia del giardino e del paesaggio" (Olschki, Firenze 2004) curata da Giuseppa Saccaro del Buffa. Come consulente per le arti visive del Festival di Drammaturgia Contemporanea "Quartieri dell’Arte" ha curato nel 2006 "Healing" di Jochen Dehen e John Bock, spettacolo in prima mondiale; nello stesso anno presenta con un suo testo "Cloudless", un’installazione di Loris Cecchini al Palais de Tokyo di Parigi. Nel dicembre 2009, con la mostra "La testa tra le nuvole" (Viterbo, sedi varie), mette a confronto diversi linguaggi dell’arte contemporanea sul tema dell’immaginazione pura. A Palermo ha curato la mostra personale di Lucio Pozzi presso Rizzutogalley, dove è stato presentato "Inventory Game", opera fondamentale del 1968. Nel 2018 cura un ciclo di mostre a Palazzo Oneto di Sperlinga come evento collaterale di Manifesta 12.