Prima della quarantena, Emilia Giorgi ha accompagnato la fotografa Giovanna Silva alla scoperta del Quartiere Coppedè, uno dei più misteriosi di Roma.

Roma, 1980: Eleonora Giorgi scende da un taxi a Piazza Mincio. È notte fonda, una goccia di sangue appare sulla sua mano. Questa celebre sequenza del film Inferno di Dario Argento è la mia prima occasione di conoscenza del Quartiere Coppedè. Da lì, questo sperimentale quanto autonomo brano di città – acquisito nel 1916 dalla Società Anonima Cooperativa Edilizia Moderna e interamente progettato dall’architetto fiorentino Gino Coppedè – resta chiuso nel mio immaginario come un misterioso paesaggio dell’occulto. Un paesaggio ideato e costruito secondo un piano urbano rigoroso che ne interpreta e definisce anche il più minuto dettaglio, in una vertigine di decorazioni che si moltiplica in ciascun elemento, dalle strutture architettoniche fino agli arredi. Un quartiere che si estende per 31mila metri quadrati come un corpo unico e molteplice al contempo, tracciato da edifici fortemente eterogenei ma connessi (anche fisicamente) come una grande e complessa rete. Un luogo poco valorizzato da studi specifici, mentre nei numerosi testi divulgativi è spesso il dato esoterico a dominare, alla ricerca dei possibili significati nascosti dietro ciascun elemento.

GIOVANNA SILVA E IL QUARTIERE COPPEDÈ

Proprio da qui, a partire dal Coppedè esoterico, inizio ad avviare uno scambio di riflessioni con Giovanna Silva, fotografa milanese, temporaneamente a Roma come fellow dell’American Academy. Le porto una guida al “quartiere più misterioso di Roma” come benvenuto nella città. Un invito veloce e leggero a sfuggire dalla tradizionale immagine dell’urbe, per esplorarla verso i suoi margini fisici e immateriali e, al contempo, un tentativo di iniziare un lavoro sul quartiere, mia costante ossessione.  L’occasione si presenta in breve tempo, quando la Silva, per l’esposizione Cinque mostre 2020: Convergence, curata da Elizabeth Rodini e Ilaria Gianni all’American Academy in Rome, realizza il progetto Le Sante Quattro. Emilia, Letizia, Rä, Veronica. Le “Sante Quattro” sono guide speciali per intraprendere una “conversazione” con altrettante zone della capitale, esplorate a piedi, macchina fotografica al collo. Ci vediamo in centro e camminiamo insieme verso i villini del Quartiere Coppedè. L’esito di questi incontri è una breve e netta sequenza di immagini, dalla firma dell’architetto incisa sulla pietra al Palazzo del Ragno e oltre.

Giovanna Silva, Quartiere Coppedè, Roma, 2020 © Giovanna Silva
Giovanna Silva, Quartiere Coppedè, Roma, 2020 © Giovanna Silva

NARRARE CON LA FOTOGRAFIA

A questo nucleo corrisponde una moltitudine di immagini a raccontare tutti i percorsi, gli attraversamenti, le derive alla scoperta della capitale, dal punto di avvio alla meta. Perché la fotografia per Giovanna Silva è uno strumento narrativo, è parte di una tessitura nello spazio e nel tempo. Non è il singolo scatto ad acquisire valore, quanto la relazione tra le immagini, il montaggio della storia che deriva dall’accostamento di una fotografia all’altra. Come avviene nei libri, il mezzo da sempre privilegiato per esporre il suo lavoro.

Emilia Giorgi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine#54

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AutoreGiovanna Silva
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Emilia Giorgi
Emilia Giorgi (Roma, 1977) è critica e curatrice di arti visive e architettura contemporanee. Dal 2002 al 2009 collabora con il MiBACT, tra le altre attività alla definizione del programma culturale del museo MAXXI di Roma, dove poi lavora dal 2010 al 2012. Come curatrice indipendente ha collaborato tra gli altri con La Triennale di Milano, la Fondazione Feltrinelli, il Centro Pecci di Prato, l’Istituto Centrale per la Grafica, la Fondazione VOLUME!, la Fondazione Pastificio Cerere (Roma). Nel 2015 cura la sezione Cut and Paste del Padiglione Italiano (diretto da Cino Zucchi) della Biennale di Architettura di Venezia. Autrice di numerosi saggi e pubblicazioni, scrive per le principali testate italiane, come Il Manifesto, Artribune, Flash Art, Domus, Abitare, Icon Design. Il suo libro più recente è "Giorni come stanze. Riappropriarsi della città" (Libria, 2020). Fa parte del direttivo dell’IN/ARCH Lazio.