I volti segnati dalle mascherine nell’Ospedale di Pesaro che stanno facendo il giro del mondo

Pubblicate dalla rivista americana The Atlantic, da quella tedesca Stern e molte altre nazionali e internazionali, gli scatti del reporter Alberto Giuliani stanno facendo il giro del mondo. I segni della lotta al coronavirus sono tra le immagini emblematiche di questo momento storico. L’intervista.

Tutto ciò che stanno chiedendo i medici al resto del mondo è stare a casa. E queste fotografie spiegano, meglio di qualsiasi altro decreto governativo, il perché. Il personale sanitario, da quando è cominciata la pandemia, è coinvolto in una battaglia che ogni giorno lascia “sul campo” centinaia di morti, di ricoverati in malattia intensiva di tutte le età che rischiano di passare i loro ultimi giorni avvolti in una solitudine imposta, poiché l’altissimo rischio di contagio ostacola ogni contatto umano, ogni affetto, anche l’ultimo, il più necessario. E intanto, sul volto di questi professionisti, arruolati in una battaglia fortemente psicologica prima che professionale, restano i segni invadenti delle mascherine chirurgiche, del sudore e della fatica compressa in dispositivi sanitari attraverso estenuanti turni di dodici ore passati in corsia. Il nemico invisibile affiora nelle tracce marcate che Alberto Giuliani, classe 1975, ha documentato nelle foto scattate nella sua città natale. Dall’ospedale di Pesaro – tra i luoghi più colpiti dall’inizio dell’epidemia in Italia – le immagini stanno facendo il giro del mondo, portato universale di una situazione che non conosce barriere, differenze né nazionalismi.

Alberto Giuliani Reportage dall'ospedale di Pesaro Francesca Palumbo, Intensive Care Unit nurse

Alberto Giuliani Reportage dall’ospedale di Pesaro Francesca Palumbo, Intensive Care Unit nurse

Raccontaci il punto da cui tutto è iniziato.
Quando è scoppiata la pandemia diversi giornali italiani e stranieri mi hanno chiesto di raccontare la situazione andando in strada. Però, girando, mi sono reso conto che scattavo le foto che facevano tutti: le vie deserte, la coda ai supermercati, l’isolamento. Avevo la sensazione di girare attorno al problema. Mi sono reso conto che la vera storia era negli ospedali, su cui ho cominciato a riflettere. 

In che modo?
Da un lato, con la consapevolezza che i giornali non avrebbero mai pubblicato immagini troppo dure sui ricoverati, e dall’altra con il pensiero che anche fotografare i malati non sarebbe stata la strada giusta. Nello stesso tempo ero conscio del fatto che questo nemico è invisibile: questo è l’aspetto fondamentale su cui riflettere! Mi dicevo che qualsiasi paura che nutriamo oggi è causata da un fattore microscopico. E non è l’unico.

Cosa intendi?
La nostra epoca è costellata da nemici invisibili, come gli attacchi cibernetici che potrebbero far crollare il sistema digitale, ad esempio. Un aspetto su cui i governi investono tanto per scongiurare il pericolo. Siamo sempre meno legati a paure concrete, materiali. 

Alberto Giuliani Reportage dall'ospedale di Pesaro Roberto Rossi, Doctor anaesthetist

Alberto Giuliani Reportage dall’ospedale di Pesaro Roberto Rossi, Doctor anaesthetist

E come pensi che il tuo lavoro si ricolleghi a questo discorso?
Nel raccontare l’invisibilità di questo dolore, ho pensato che quei segni che si imprimono sulla faccia del personale medico dopo turni di 12 ore di lavoro fossero emblematici per far capire la sofferenza causata da questo virus. Tutto lo spettro di emozioni che stiamo provando in questo periodo così fuori dall’ordinario è qualcosa che ci rimarrà dentro come una cicatrice.

L’impatto di una simile catastrofe deve risultare ancora più tragico in una città di modeste dimensioni come Pesaro (ma analoghe potrebbero essere Brescia o Bergamo) dove la comunità è più stretta, ci si conosce tutti. E il dolore si acuisce.
Lo è. È tutto parte di un segno che ci rimarrà dentro. Nessuno si aspettava una situazione simile, come tutti i grandi cambiamenti della storia rimarranno a lungo, ben oltre ciò che si vede esteriormente.

Come sei riuscito ad accedere a quell’area dell’ospedale e a entrare in contatto ravvicinato con il personale sanitario?
Ovviamente era necessaria tutta una serie di permessi. Ho degli amici medici e infermieri a cui ho proposto questa idea. È stata la loro risposta entusiasta, a cui segue anche il loro bisogno di raccontarsi, a far scattare tutto il processo. 

Raccontaci di più.
Era chiaro che avessero bisogno di un’attenzione in più che non fosse la solita foto dei medici in corsia, e sono stati loro che mi hanno aiutato a ottenere tutti i nulla osta nel giro di brevissimo. Probabilmente, proprio per il fattore della piccola comunità, è stato più semplice di quanto avrebbe potuto esserlo in una grande città come Milano, ad esempio. Questo mi ha permesso di agire rapidamente. 

Alberto Giuliani Reportage dall'ospedale di Pesaro Margherita Lambertini, First Aid Surgeon Doctor

Alberto Giuliani Reportage dall’ospedale di Pesaro Margherita Lambertini, First Aid Surgeon Doctor

Con che criterio hai scelto i tuoi soggetti da fotografare?
Ho seguito i turni di una dottoressa in particolare, era lei che invitava il suo personale a fine turno coinvolgendolo attivamente. È grazie a lei che le persone si sono prestate a posare. Sono tutti talmente stravolti a fine turno, alla fine della giornata (o della nottata) lavorativa, che difficilmente sarei riuscito ad ottenere lo stesso approccio se fossi stato da solo in corsia. Al contrario, avere una voce amica e autorevole allo stesso tempo che potesse mediare tra me e loro è stato molto importante. 

E come è andata?
Ho chiesto loro di posare un istante prima di andare a cambiarsi per tornare a casa. L’ho fatto per quattro turni: il personale è stato molto contento del progetto, così ho voluto immortalare tutti.

Quale era la tua idea di partenza quando hai iniziato questo reportage?
Avevo bisogno di lavorare su qualcosa di più ampio respiro, qualcosa che si legasse a un’idea universale e che non fosse per forza connesso all’attualità stretta. Volevo qualcosa capace di imprimersi più a lungo nel tempo, che fosse in qualche modo silenziosa, ma solida. 

Il progetto sta avendo un grande seguito anche al di fuori del territorio nazionale. Raccontaci di questo aspetto.
Gli scatti sono usciti prima su Stern, in Germania, poi sul The Atlantic. In Italia su Marie Clairee sull’Internazionale. Sono previste delle uscite anche sulla stampa di Olanda e Giappone, mentre due o tre foto verranno addirittura riprese dalla campagna del Governo americano per invitare le persone a stare a casa.

Un esito paradossale, l’Ospedale di Pesaro – provincia affacciata sull’Adriatrico – che diventa un messaggio universale per tutto il mondo.
È un risultato inatteso di cui sono molto felice e vorrei condividere la soddisfazione anche con chi sta sopportando tanta sofferenza. Devo dire che in tanti anni di mestiere non mi era mai capitato di trovare tanta solidarietà nelle parole dei giornali stranieri e dei corrispondenti. Dal Canada al Sudafrica… qualunque mail di lavoro che mi arrivi in questo periodo è proceduta da messaggi di vicinanza e affetto. Ho trovato un’umanità in un modo non mi era mai capitato.  

Alberto Giuliani Reportage dall'ospedale di Pesaro Federico Paolin, Intensive Care and anaesthetist specializing doctor

Alberto Giuliani Reportage dall’ospedale di Pesaro Federico Paolin, Intensive Care and anaesthetist specializing doctor

Passiamo alla tua carriera. Sei partito da Pesaro, hai viaggiato tanto. E oltre alla fotografia nel tuo percorso c’è uno slancio verso lo storytelling, che ti ha portato anche alla scrittura di un libro.
Ho iniziato a lavorare con i giornali a 18 anni. Nel tempo ho lavorato per quasi tutte le testate. La mia esperienza e la mia passione giornalistica sono legate all’attualità. A un certo punto, però, mi sono accorto che la fotografia mi stava in qualche modo stretta, come se non bastasse per ciò che volevo esprimere. Così mi sono avvicinato alla scrittura, che si è rivelata la strada giusta. 

Come ti sei cimentato in questa nuova carriera?
Ho iniziato a scrivere per i giornali, da Repubblica a Vanity Fair, e poi per settimanali e mensili. Ho scritto un libro, Gli Immortali,tradotto in varie lingue, che adesso è in gara al Premio Campiello. Parla proprio del futuro dell’umanità, di vita e di morte. La scrittura e la fotografia sono due strumenti che dialogano molto bene. Mi occupo anche di lavori corporate, curando la comunicazione delle grandi aziende. 

Ma c’è un pensiero fisso che guida il tuo modo di fotografare, di raccontare ciò che è e ciò che sarà?
La mia volontà è sostanzialmente quella di fare una fotografia un po’ meno “di pancia”, rispetto a quella che si faceva nel mondo in cui sono cresciuto. Voglio cercare di dare una progettualità alle cose. Affrontare temi che siano più legati all’approfondimento che non alla mera documentazione. 

Quali sono gli interrogativi e le sfide di oggi e come pensi che il tuo progetto fotografico abbia dato un contributo a tutta questa situazione?
Al momento non mi domando se contrarrò il virus o meno, ma mi chiedo come sarà il mondo domani. La fotografia ci può raccontare la situazione di oggi, ma pensare a quello che sarà domani è più difficile. Bisogna accantonare per un momento l’attualità e scavare più a fondo per capire in tutto questo caos cosa resta: nel mio caso è stata la paura per un nemico invisibile e sconosciuto. I cui segni esterni lentamente spariranno, ma quelli che ha lasciato sulla nostra esperienza rimarranno radicati ancora per lungo tempo. 

– Giulia Ronchi

https://www.albertogiuliani.com/

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Giulia Ronchi

Giulia Ronchi

Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando…

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