Puntata conclusiva della nostra inchiesta sui fotografi d’arte italiani. In chiusura di questa articolata passeggiata narrativa, abbiamo incontrato Massimo Minini, gallerista notissimo che ha lavorato con quasi tutti gli artisti da noi intervistati. Il cui elenco è composto da Paolo Mussat Sartor, Enrico Cattaneo, Giorgio Colombo, Johnny Ricci, Claudio Abate, Paolo Pellion di Persano e Aurelio Amendola.

Abbiamo cominciato oltre un anno fa, intervistando a Torino Paolo Mussat Sartor. Così è iniziata questa serie dedicata ai fotografi d’arte italiani. Da allora abbiamo attraversato l’Italia, alla ricerca di coloro i quali hanno contribuito in maniera decisiva a registrare il clima di un’epoca. Per chiudere il ciclo – che naturalmente non è e non potrebbe essere esaustivo – siamo andati a Brescia per incontrare Massimo Minini, gallerista che ai “fotografi d’arte” ha dedicato molta attenzione.

Sei stato forse il primo gallerista che ha raccolto gli scatti dei “fotografi d’arte” e con i quali hai costruito mostre. Nel 2008 hai realizzato su questo tema un importante libro, intitolato United Artists of Italy, che ha accompagnato la mostra milanese alle Stelline, imprescindibile strumento per chiunque voglia avvicinarsi a questo tipo di fotografia.
Sono sempre un po’ stupito dell’accoglienza riservata a certi miei progetti. Il libro di cui parli l’ho fatto, come tutte le mie avventure, alla svelta, senza pensarci troppo. Il libro, che è anche una mostra e una collezione, è uscito per i trent’anni della galleria. Ho sempre celebrato i miei anniversari facendo qualcos’altro. Avrei potuto fare un libro su di me, ma visti i libri dei colleghi, sovente una noiosa tiritera di mostre metà buone e metà no, ho pensato di fare un omaggio all’Italia. La fotografia celebra l’arte.

Da quando la tua galleria si è occupata di questo particolare settore, improvvisamente è nato un grande interesse intorno a esso, mentre prima era piuttosto bistrattato. Come spesso è accaduto, se ti occupi tu di una cosa, la cosa stessa diventa oggetto di interesse da parte del mondo dell’arte.
Beh, non esageriamo, non ho stravolto niente. Tutto questo esisteva già. Mi sono limitato a dare un mio contributo. Il punto era sdoganare la fotografia dal suo ghetto e farla entrare a vele spiegate nel mondo delle arti maggiori. Ho cercato di fare quello, e ho dato il peso del mio entusiasmo da neofita.

Ugo Mulas Lucio Fontana, 1965
Ugo Mulas Lucio Fontana, 1965

Forse il più grande e il più conosciuto fotografo d’arte e di artisti di tutti i tempi è stato Ugo Mulas, scomparso nel 1973. A tuo parere perché il suo lavoro è stato così determinante? Perché ancora oggi è un modello per certi versi insuperato?
Ma perché era bravo. Punto. Poi perché era nato in provincia di Brescia. Poi perché ha avuto per maestro Mario Dondero. Infine perché Mulas esce dal ritratto vecchio, classico, e ci fa entrare negli studi dove gli artisti lavorano, ridono (Lee Bontecou), piangono, sbuffano, alcuni in giacca e cravatta (Barnett Newman), altri in mutande. La vita irrompe, il ritratto classico è superato con un colpo d’ala. Era un uomo affascinante e intelligente, che non guasta. Poi ha fatto Le verifiche, una svolta epocale nella storia della fotografia, in questo era attento amico di artisti (Paolini, Kounellis…) che stavano cambiando i modi dell’arte. E lui cambia i modi della fotografia.

Vorrei parlare di alcuni di questi fotografi, vorrei dare voce, attraverso di te, a quelli che non sono più con noi, come Elisabetta Catalano. L’ho incontrata a Roma all’inizio degli Anni Zero: era una donna molto bella, piena di vita. Me l’aveva presentata Fabio Mauri, che aveva per lei un grande affetto e una notevole stima professionale. Alcune delle sue immagini sono vere e proprie icone, come la sequenza in studio per la preparazione dell’opera Plagio con Vettor Pisani, con Mimma e Michelangelo Pistoletto con Maria. Ma anche i suoi ritratti di Mario Merz, Alighiero Boetti, Domenico Gnoli. O quello bellissimo di Alberto Giacometti con Palma Bucarelli degli Anni Sessanta. Come è nato il tuo rapporto con Elisabetta?
Lei l’ho proprio inseguita. Sapevo che c’era da qualche parte, avrei potuto essere più svelto. Vedevo le sue foto. Ah quella della Sandrelli… Poi un giorno a Roma vedo la sua mostra da Sperone. Bellissima, acquisto cinque ritratti. Naturalmente lei sa chi sono io. Dopo le foto, arriva lei. Un gentile ciclone, una pioggia battente. Elisabetta non molla. Fa ancora foto bellissime. Mi parla di Mario Dondero, dice “Ti piacerà”. Infatti. Facciamo tante cose assieme, poi un giorno se ne va. Ora io faccio parte dell’Archivio Elisabetta Catalano e cerco di difenderne la memoria.

Oltre a Elisabetta Catalano, tra le poche donne di questa storia c’è anche Nanda Lanfranco, che ha fatto, fra l’altro, dei bellissimi ritratti di coppia. A Giovanni Anselmo con la moglie Ada, a Enzo Cucchi con la madre Chiara…
Nanda non è conosciuta, ma è bravissima. È stata la prima che ho “aggredito” per il progetto United Artists. Ho scelto con lei venti foto, molti di coppie. Oltre ai due che hai citato, Toroni e Dalmaz, Eva Marisaldi ed Enrico Serotti. Bellissimo il ritratto di Marisa Merz, di Meret Oppenheim. Non si parla di lei, vive in Liguria a picco sul mare, è silenziosa. Si vede che pensa. Altri strepitano e non hanno quindi il tempo di pensare.

Gianfranco Gorgoni, Sol LeWitt, 1971
Gianfranco Gorgoni, Sol LeWitt, 1971

Tra le nostre interviste, non abbiamo dato voce a un grande fotografo come Gianfranco Gorgoni, che vive negli Stati Uniti e che ha fotografato buona parte dell’arte della seconda metà del XX secolo, da de Chirico alla Transavanguardia, da Andy Warhol alla Land Art. Tu hai un intenso rapporto con lui. Vogliamo ribadire l’importanza del suo lavoro?
A lui dedico uno dei miei pizzini più belli. Gorgoni va in America nel ‘68 su un cargo e, non avendo i soldi per il ritorno, si ferma là. Fotograferà anche lui, come il maestro Ugo, gli artisti al lavoro. Sennonché i tempi sono cambiati: se Mulas andava negli studi, ora Gorgoni insegue gli artisti nel deserto, dove fanno cerchi con le moto, spirali nei laghi, grandi linee nei boschi, andrà sovente a Cuba, con tante foto a Fidel. Nato a Bomba in Abruzzo, è piccolo e ha ancora i capelli neri alla sua età. Lo invidio.

Interessante il rapporto tra il fotografo politicamente impegnato, Uliano Lucas, e il geniale rampollo di nobile famiglia, Piero Manzoni.
Sì, perché il Piero (come lo chiama chi vuole dimostrare confidenza) era uno che se la rideva, uno che spaccava ma col sorriso e l’ironia. Basta guardare le sue foto. Oggi la famiglia e l’agiografia tendono a farne un serio innovatore di linguaggi. In realtà credo di poter dire, pur non avendolo conosciuto, che era un ironico guastatore. E Uliano, che passava la sera al Giamaica per terminare il rullino delle mitiche 36 pose, non poteva non notare quel soggetto strambo che timbrava uova, faceva linee lunghe, inscatolava merda.

Hai fatto scoprire a molti che anche un fotografo di architettura e paesaggio come Gabriele Basilico è stato fotografo d’arte. Vogliamo parlare di questo particolare aspetto della sua fotografia?
Basilico rimane, da architetto col cavalletto, un fotografo di architetture solitarie, dove gli uomini sono spariti, come nel romanzo di Guido Morselli, Dissipatio HG. Lui faceva lunghi appostamenti e, quando l’ultimo operaio con la gazzetta rosa sottobraccio alzava i tacchi, interveniva. Potrei dire un fotografo che continua dove gli altri si arrendono. Ma anche lui aveva degli amici nei mondi delle arti, per forza, e ogni tanto faceva loro un ritratto. Quello mio per United è un capolavoro. Va da Burri, vuole ritrarlo, questi si nega. Allora Gabriele esce dal capannone e sparisce. Burri lo cerca, esce anche lui e quel furbacchione, zac!, scatta la foto.

Ma cosa si vede?
Uno degli essiccatoi: grande e nero, con un Burri piccolissimo che esce dalla porta. Ecco rispettate le proporzioni e gli intendimenti di Basilico. Ancora una volta l’architettura solitaria domina, e l’uomo ci sta, ma alle condizioni che dettano gli edifici.

Elisabetta Catalano, Massimo Minini
Elisabetta Catalano, Massimo Minini

Ci hai portato a leggere in un’altra chiave anche fotografi come Gianni Berengo Gardin, Mario Cresci, Nino Migliori, Mario Dondero, Mimmo Jodice.
Aho! Che fai? Ce provi?? Beh, adesso non esageriamo. Mica ho fatto io queste letture. Me le sono trovate pronte. Le ho assunte, magari ho modificato qualcosina. Tutti giganti. Migliori col cappello, il sorriso autentico stampato in volto. 91 anni e un’energia incredibile. Nuovo studio a 87 anni. Mimmo Jodice sogna, pensa solo alla fotografia. Quando deve mangiare, chiede ad Angela, sua moglie: “Che mangio io?”. Dondero è riuscito a fermare un treno, salta giù con tutti i passeggeri e ferrovieri, impugna la Leica, fa una foto di gruppo, poi il treno riparte felice. Mario Cresci è il più vicino agli esperimenti degli artisti concettuali, mentre Berengo, con quella barbetta, la voce da cornacchia e gli occhi furbi, tuona contro il digitale, che non è più foto, non essendoci chimica, pellicola, sali d’argento.

Straordinari i ritratti di Morandi di Federico Garolla. Sai qualcosa del loro rapporto?
Non ne so nulla. Garolla lo conosco a Venezia, durante la Biennale, in una galleria. Non lo conoscevo né l’avevo mai sentito nominare. Parliamo un po’, poi ci scriviamo. Ha una figlia che ora regge l’archivio, collabora con un ragazzo che però mi appare subito debole. Napoletano, alcuni scatti memorabili: Vittorio De Sica nel tunnel a Napoli, Pasolini e mamma. Pasolini con un suo libro e volto allucinato.

Sempre a proposito di Morandi, di grande intensità sono le foto che Luigi Ghirri ha scattato al suo studio nel centenario della nascita dell’artista bolognese. Il fotografo, attraverso quelle foto, ci ha detto moltissimo del pittore. Basti pensare alla foto con il letto di Morandi. Tutta bianca: poesia pura. 
Tu lo hai detto (cit.). Teniamo presente che, morto Morandi – un monumento –, la città di Bologna si disinteressa dell’appartamento. Però gli prude la coscienza e manda alcuni fotografi a documentarlo. Ghirri è tra questi. Poi che fa? Ricostruisce la casa altrove, Palazzo Re Enzo, Museo Morandi. Poi che fa? Si pente e acquista l’appartamento, che nel frattempo è diventato un trilocale anonimo e ha perso per sempre tutta la sua aura…

Mario Dondero, Gastone Novelli, Roma, 1962
Mario Dondero, Gastone Novelli, Roma, 1962

Mario Giacomelli ha fotografato negli Anni Novanta Walter Bastari. Chi era quest’ultimo?
Walter era un pittore naïf di Senigallia. Un po’ matto, forse, o solo estroso. Uno di cui non sappiamo nulla, sennonché Bastari trova un posticino nella storia delle arti per via dei ritratti che gli ha fatto Giacomelli. Se non ci fosse stato Mario, oggi Bastari non ci sarebbe.

E Stefano Becchetti? Le sue foto, rigorosamente in bianco e nero, sono molto belle. Cosa ci racconti di lui?
Era il fratello di Alberto, ragazzaccio di galleria (La Nuova Pesa). Vissuto a Roma, si trasferisce in campagna vicino a Spoleto. Un contadino della fotografia, ma scarpe grosse e cervello fino. Vado a trovarlo lassù, sperduto in un paesino. Mi fa dei ritratti un po’ schizzati. Muore poco dopo il nostro incontro.

In chiusura mi sorge spontanea una domanda: perché nel tuo libro e nella tua collezione non ci sono le foto di Enrico Cattaneo e di Johnny Ricci?
Per distrazione, mancanza di conoscenza, eccesso di partecipazione. Mancano in tanti: Ermete Marzoni, Maria Mulas, Nini Mulas, Fabrizio Garghetti, quell’altro ricciolone di Venezia, che ha fotografato le Biennali, Mario De Biasi… Quando siamo arrivati a sei fotografi (ora nel libro ce ne sono ventuno), uno dei sei mi dice: “Adesso basta neh, non vorrai mica fare una mostra con dieci!”. Io dico quasi sempre di sì, e poi faccio quello che voglio.

Mario Cresci, Eliseo Mattiacci
Mario Cresci, Eliseo Mattiacci

UNA COLLEZIONE UNICA

Se Aby Warburg ha dedicato i suoi ultimi anni a costruire Mnemosyne, un atlante di immagini per comporre un archivio delle rappresentazioni occidentali del pathos dalla Grecia a Donatello e avanti ancora, io ho raccolto inconsapevolmente questa collezione di ritratti con lo stesso criterio. Costruire un archivio, mettere in ordine (sia esso cronologico o altro) è un modo per sistemare, parlando d’altro, la propria esistenza”. Parola di Massimo Minini, che, nel corso degli anni, partendo dalle immagini di Elisabetta Catalano ha messo insieme una straordinaria raccolta di fotografie sull’arte e sugli artisti.
Nel 2008 ha quindi radunato parte della collezione in una mostra e in un libro (edito da Photology) intitolati United Artists of Italy. Sono tutte immagini di artisti italiani scattate da fotografi italiani, una sorta di spaccato della storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni, una storia in cui la sua galleria – fondata a Brescia come Banco nel 1973 e poi diventata Galleria Massimo Minini nel 1981 – è sicuramente una protagonista di primo piano.
Nella raccolta, archiviazione e ordinamento dei materiali in maniera quasi ossessiva, Minini trova un suo simile in un artista della galleria, il tedesco Hans-Peter Feldmann. In quest’avventura non si può dire che non si sia divertito. In fondo, senza nulla togliere alla preziosità dei materiali, è come se ci trovassimo di fronte a un bambino che raccoglie figurine Panini per metterle nel suo album, magari quello dei calciatori.

Nanda Lanfranco, Giovanni & Ada Anselmo, 2002
Nanda Lanfranco, Giovanni & Ada Anselmo, 2002

PROSPETTIVE DIVERSE

Il gallerista è interessato a guardare lo stesso artista visto da prospettive, da obiettivi diversi. “Il Twombly di Mario Dondero nell’ombra di un portico o quello di spalle nell’immagine di Mussat Sartor dicono del personaggio ciò che anche in Autobiografia di Carla Lonzi si diceva di lui e del suo silenzioso negarsi, ma aggiungono un quid di suspense da film giallo: quell’impermeabile bianco da detective, la mendicante accovacciata…”.
Molti dei fotografi che colleziona Minini sono stati protagonisti delle nostre interviste, ma altri sono vere e proprie scoperte, come il Gabriele Basilico che fotografa Joseph Beuys o Daniel Buren, inseriti nell’architettura.
Alcune fotografie di Sandro Becchetti sono evocative, i personaggi si riconoscono di rado, appaiono come piccole sagome che emergono dal buio, così Mario Ceroli o Sol LeWitt. Altri, invece, sono ritratti intensi, profondi, in cui i personaggi sono indagati da un punto di vista psicologico: Corrado Cagli, nel 1975 davanti ai suoi pennelli, posti in maniera maniacalmente ordinata, ma anche Vincenzo Agnetti con il suo inseparabile cappello a visiera.
La raccolta ci presenta alcune sfaccettature inedite di personaggi del mondo dell’arte: lo storico dell’arte Giuseppe Marchiori che cammina nel 1971 in Laguna, o la dolce immagine dell’ormai vecchio Gio Ponti abbracciato dalla moglie, immortalati da Gianni Berengo Gardin. Sempre il noto fotografo ha ritratto Federico Zeri in una posa tipica, mentre si accende un sigaro toscano. Qui siamo di fronte a immagini rubate, in cui i personaggi non sono certo in posa.
Di Elisabetta Catalano, scomparsa nel 2015, Minini ha raccolto ritratti di grande forza, come quello di Mario Merz del 1973, o quello di Domenico e Yannick Gnoli, in barca, del 1968. Quelle della fotografa romana sono tutte immagini in posa, perfettamente costruite da un punto di vista della luce e della composizione.
Interessanti le sequenze agli artisti mentre lavorano di Mario Cresci, che si tratti di Eliseo Mattiacci, di Alighiero Boetti, di Giovanni Anselmo o di Giulio Paolini. Opere, le sue, fortemente segnate dal tempo in cui sono state realizzate, tra la fine dei Sessanta e la metà dei Settanta.
Di Mario Dondero Minini ha alcune immagini straordinarie, come quella con Gastone Novelli seduto sul prato. In secondo piano ci sono tre bambini appoggiati a una sua grande tela che attende di essere dipinta. Quello con lui è stato, per Minini, un rapporto intenso: ha imparato molte cose in particolare su Ugo Mulas, con cui Dondero ha condiviso parte del cammino.
Numerose sono anche le foto dello stesso Mulas, che fanno parte della collezione del gallerista. Tra di esse una serie fondamentale, alla quale Mulas teneva particolarmente, quella che mostra Lucio Fontana mentre lavora. Sono immagini forti ed essenziali al tempo stesso, testimonianza dell’intensità di un rapporto fra l’artista e il suo fotografo, del quale si fida, al quale si apre, di fronte al quale si spoglia. “Ugo Mulas è riuscito con una sensibilità tutta personale a generare un vero corpo a corpo intellettuale con l’arte e gli artisti”. Un rapporto che ricorda tanto, mutatis mutandi, quello di Massimo Minini.

Angela Madesani
con la collaborazione di Silvia Gazzola

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #37

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Angela Madesani
Storica dell’arte e curatrice indipendente, è autrice, fra le altre cose, del volume “Le icone fluttuanti. Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia”, di “Storia della fotografia” per i tipi di Bruno Mondadori e di “Le intelligenze dell’arte” (Nomos edizioni). Ha curato numerose mostre presso istituzioni pubbliche e private italiane e straniere. È autrice di numerosi volumi di prestigiosi autori fra i quali: Gabriele Basilico, Giuseppe Cavalli, Franco Vaccari, Vincenzo Castella, Francesco Jodice, Elisabeth Scherffig, Anne e Patrick Poirier, Luigi Ghirri. Ha recentemente curato un volume sugli scritti d’arte di Giuseppe Ungaretti. Insegna all’Accademia di Brera e all’Istituto Europeo del Design di Milano.

2 COMMENTS

  1. Un articolo molto interessante su una operazione importante nel panorama dell’arte e, soprattutto, degli artisti, visti con gli occhi di altrettanti importanti fotografi, che hanno saputo valorizzare e diffondere questo mondo.

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