Da bene confiscato alle mafie a centro di riabilitazione. Il fotografo Mario Spada lo racconta

Una villa di un camorrista di Casal di Principe, somigliante a quella di Scarface nel film, diventa la sede di una mostra che racconta la storia della trasformazione di questa triste architettura. A tracciarla gli scatti del fotografo di Gomorra Mario Spada.

Gomorra secondo Mario Spada
Gomorra secondo Mario Spada

Il primo segno identificativo di Casal di Principe è, prima ancora della segnaletica stradale, lo stadio comunale, divenuto tra gli anni 80-90 giocattolo dalle camorre, ora dedicato a Don Peppe Diana. Grandi luminarie ne riportano il nome sulle mura di cinta. Mura di cinta che avvolgono tutta la città, delimitando ogni singolo spazio privato dal resto. Quattro metri abbondanti di cemento armato si palesano in prossimità di ogni abitazione, ogni villa o rimessa. Le strade di questo paese dell’Alto Casertano si ripetono, quasi ossessivamente, in moduli similari. La villa di Walter Schiavone, sequestrata dopo l’arresto di quest’ultimo, si presenta alla fine di via Tasso, a chiusura della strada, completamente sbiancata dai colori pastello che un tempo la decoravano. È la villa più famosa di tutta Casal di Principe, di tutto il sud Italia probabilmente, ed è soprannominata Hollywood per l’estrema somiglianza con la villa del gangster Tony Montana. Walter, per intenderci, era il fratello del famoso boss Francesco Schiavone – detto Sandokan – e suo braccio destro nella “camorra imprenditrice” per la quale gestiva i traffici europei del cemento. Si racconta che all’architetto a cui commissionò il progetto di costruzione consegnò direttamente il VHS di Scarface, con la richiesta di nessun’altra aggiunta.

LA VILLA DI SCARFACE DIVENTA CENTRO RIABILITATIVO

Oggi il verde acqua delle pareti esterne è stato lavato via così come sono scomparsi timpani e gradinate che componevano il plateale ingresso scenografico. Agrorinasce, l’agenzia per l’innovazione, lo sviluppo e la sicurezza sul territorio che nel casertano rileva e dà nuova vita ai beni confiscati alla camorra, ha preferito eliminare tutto lo sfarzo e l’impronta camorristica, cercando di disassociare il nome di Scarface dal nuovo centro di riabilitazione psico-fisica che è sorto tra queste stesse mura. Come una fenice rinasce dalle sue stesse ceneri, qui, da una villa incendiata è sorto un centro riabilitativo. (La pratica dello svuotamento con annesso incendio da parte degli stessi proprietari espropriati è prassi nei casi di sequestro di beni provenienti dalla camorra. È, appunto, l’arroganza del potere criminale che intende sottolineare il persistere di un controllo territoriale ancora in atto). Ma, a ricordarne il volto annerito dal fumo, segno di disprezzo e disappunto dei malavitosi, è il lavoro di Mario Spada, che negli anni, tra il 2005 e il 2006, ha immortalato questo monumento del presente. Osservando le fotografie di Spada, attualmente esposte in questo stesso luogo per accentuare il contrasto di senso fra passato e presente, lo spiazzamento è forte. Sulle pareti bianche spiccano le immagini scure di quegli stessi ambienti prima dell’intervento dell’associazione, quando ancora gli interni erano arricchiti di scaloni monumentali e colonnati dorici. In un gioco prospettico volto alla ricreazione dell’immaginario spaziale, le immagini poste al piano terra creano un focus sull’architettura del salone che, a sua volta, rispecchia l’architettura mentale di chi ne commissionò la costruzione.

LE FOTO DI GOMORRA

Le prime quattro fotografie fanno parte del ciclo di lavoro fatto con Garrone durante le riprese del film Gomorra, dove Spada era fotografo ufficiale. L’operazione di comprensione è facilitata dalle figure del film non lontane dai personaggi che in precedenza hanno abitato realmente questi spazi. Salendo al secondo piano il viaggio visivo riparte dagli esterni della villa, dove i colori chiari degli intonaci e la vegetazione incolta accompagnano la perlustrazione suggestiva di uno spazio violato (da chi poi, da noi, dal fotografo, dalla camorra?), fino ad arrivare intimamente alle immagini degli interni ed ai segni di vita che li hanno attraversati. Una parete completamente nera ospita ritagli di giornale: “L’Albanova affila le armi” (l’Albanova era la squadra calcistica di Casal di Principe e San Cipriano d’Aversa, sciolta dall’Antimafia nel 1997, costruita con i soldi del clan) in quella che doveva essere la stanza del figlio di Schiavone. Un altro tassello per comporre le architetture mentali, i linguaggi, l’impronta. Un’ultima fotografia sovrasta un’enorme vasca da bagno piena di ciclamini bianchi, alla fine del percorso espositivo. È la fotografia di quella stessa vasca durante il sopralluogo del 2005 per il servizio che Spada preparò per L’Espresso. La vasca, unico elemento lasciato nonostante lo sventramento avvenuto dopo il sequestro, traccia della potenza di costruttore e di camorrista del vecchio padrone di casa. Spada la ritrovò, tra i materiali di risulta dove gli operai che hanno rigenerato la villa l’avevano lasciata, e decise di ricollocarla al suo posto, nell’ex camera da letto del boss, per poi riempirla di ciclamini bianchi, simbolo di delicatezza e resistenza. Un ulteriore segno questo specchio visivo, che riflette la tenacia con cui una comunità ed uno Stato hanno lavorato.

Lucrezia Longobardi

Mario Spada, “C’era una volta…Hollywood”
Fino al 15 aprile 2017

Università per la legalità e lo sviluppo del territorio
C.so Umberto I, 882 – 81033 Casal di Principe (CE)
[email protected]

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Lucrezia Longobardi
Lucrezia Longobardi è nata nella provincia di Napoli nel 1991. Laureata presso il corso di Grafica d’Arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli con una tesi sul concetto di spazio esistenziale e una ricerca storico-artistica su Gregor Schneider, Renata Lucas, Gian Maria Tosatti e Francesca Woodman, amplia i suoi interessi al campo della curatela e della critica d’arte, ponendo le basi della sua indagine sul binomio uomo-luogo. Volgendo lo sguardo alla contemporanea scena dell’arte, ha curato una serie di talk sul significato dell’arte oggi e sul valore e la reciprocità dei ruoli all’interno del sistema culturale di una società. Ha lavorato in atelier d’artista e avuto collaborazioni tecniche con Fondazioni e Musei.