Novembre e la morte. Dal folklore alla fotografia

Il mese che sta per iniziare è il periodo dell’anno in cui si commemorano i defunti e in cui la dimensione della vita e quella della morte paiono mescolarsi. Evocando tutta la forza di rituali antichi, che trovano un riscontro anche nell’ambito della creatività.

Andres Serrano, The Morgue, 1992
Andres Serrano, The Morgue, 1992

“Dov’è quel tenue sorriso
Che cominciò un giorno di maggio
Se non sulla bocca dei morti
Malgrado la pena dei vivi

Dov’è la lettera senza risposta
E la polvere delle parole
Questa fiducia nella vita
Che ad un tratto diviene silenzio

Io nego le lacrime la loro luce
I miei occhi non sono più di questo mondo
Io sono passato tutto è passato
Io sono un’ombra nel buio

Io sono il germe del disordine”.

Paul Éluard, Dorata, da Le temps débordé, 1947

TRA VITA E MORTE
Un’atmosfera inquietante e claustrofobica, di nebbia fitta e gelida contraddistingue il mese di novembre; la stessa foschia messa in scena da Alejandro Amenábar nel film The Others (2001), dove il mondo dei morti si mescola a quello dei viventi.
Tutto si confonde e questo tempo diviene per antonomasia un periodo nuovo in cui, secondo la cultura popolare, i morti ritornano a vagare tenebrosi sulla terra.
La “stagione scura” per gli antichi ha inizio e le popolazioni contadine usavano festeggiare i nuovi cicli nei luoghi in cui erano seppelliti gli antenati mitici, commemorandoli e mascherandosi, in un rapporto stretto e simbiotico con i defunti, convinte, nel loro atavico pensiero, che in quel tempo particolare e luttuoso i morti ritornassero a vagare sulla terra.
In occasione dei solstizi e degli equinozi, in un legame inscindibile tra la vita e la morte, si mettevano in atto riti apotropaici che avevano come efficacia l’appropriazione o l’esclusione delle forze ostili, come, appunto, secondo la cultura popolare, erano portatori di negatività i defunti e le anime diaboliche; entità che circolavano libere nei più complessi momenti di crisi e di passaggio.

Joel-Peter Witkin, Glassman, 1995
Joel-Peter Witkin, Glassman, 1995

STRATEGIE CULTURALI E CREATIVITÀ
Questo terrore primordiale rispetto al dolore della perdita e alla morte, nel corso dei secoli ha portato a forme di strategie culturali, rappresentazioni in cui si ritraevano i defunti.
Nell’età contemporanea, sono le fotografie post-mortem, in voga dall’epoca vittoriana fino al secondo dopoguerra, di cui vasta è la produzione da parte di anonimi fotografi. I defunti sono ritratti come dormienti in un sonno perpetuo o mummificati visivamente con gli occhi aperti e spalancati dalle nere pupille, come fossero in vita nei freddi dagherrotipi, divenuti simulacri gravi che oggi popolano ignote e sbiadite lapidi nelle vie più antiche dei cimiteri europei.
La cultura odierna, che tutto assimila e rimodella, vede in questo rapporto atavico con la morte un confronto in cui la potenza dell’immagine come soggetto ritratto evoca un’assenza: la morte stessa. Le fotografie di Joel-Peter Witkin (New York, 1939), divengono nuove icone post-mortem, architettate in spazi surreali e archetipici d’ispirazione classica, in cui si mostrano i corpi decomposti che divengo nuovi e, leggeri, rivivono perenni in un’enfasi teatrale, macabra ed erotica, perversa e sacrilega, come ha sostenuto Germano Celant.
Allo stesso modo, le immagini di Andres Serrano (New York, 1950), dagli aspri dettagli spaesanti di corpi deposti in obitorio, assumono ora una valenza socio-antropologica forte: si inquadrano particolari anatomici con un punto di vista ravvicinato, tipico da sala operatoria. L’artista indaga il taglio, la ferita, i liquidi corporali, conferendo a questi elementi la drammaticità teatrale delle icone barocche in una sintesi estrema tra antico e moderno.

Nan Goldin, Gotscho bacia Gills, 1993
Nan Goldin, Gotscho bacia Gills, 1993

LEGAMI ANTICHI
Ma la festa dedicata ai morti di origine medievale, sostituzione di culti primordiali, vede nel legame funebre con il pianto antico un binomio imprescindibile. La ricerca di Ernesto De Martino in Morte e pianto rituale: dal lamento funebre antico al pianto di Maria (1958) è sintesi composita e si rintraccia visivamente nelle istantanee di Josef Koudelka (Boskovice, 1938) che nel 1963 congela, attraverso l’apparecchio fotografico, la veglia funebre per una giovane gitana ceca o nelle fotografie di interesse antropologico di Franco Pinna (La Maddalena, 1925 – Roma, 1978), collaboratore proprio di De Martino che, dalla metà degli Anni Cinquanta in poi, testimoniò attraverso la pellicola le forme rituali nel sud Italia, come nel caso delle veglie funebri di Orgosolo in Sardegna e quelle di Castelsaraceno in Lucania, o ancora in quelle più contemporanee di Francesco Faeta che, nel 1980, realizzò una documentazione fotografica sui rituali della morte in uso nell’Italia meridionale, come quello di banchettare o portare viveri davanti alle tombe.
Negli Anni Ottanta, la fotografa statunitense Nan Goldin (Washington, 1953) realizzò una serie di fotografie intime e private. È un diario visivo autobiografico, dove le istantanee ritraggono molti suoi amici colpiti dall’HIV, documentando le fasi del morbo fino alla morte, come nei celebri scatti della serie dedicata all’amico gallerista Gills. L’esigenza della Goldin è quella di testimoniare i lividi dell’anima e del corpo, di far comprendere e conoscere al pubblico contemporaneo, grazie allo strumento fotografico, gli stralci della vita quotidiana che altrimenti rischierebbero di rimanere nell’anonimato.

Federico Carpani, MAA, 2014
Federico Carpani, MAA, 2014

MEMENTO MORI E PEDAGOGIA
Se fare una fotografia significa partecipare alla vulnerabilità di chi viene ritratto, in una sorta di memento mori della contemporaneità, come ha espresso Susan Sontag, anche le feste e i riti popolari di arcaiche origini, dedicati ai morti, assumono sul piano teorico una valenza pedagogica in una vera e propria interiorizzazione del morto e della morte, che in un determinato orizzonte metastorico è leggibile ed efficace.
Come nelle fotografie di Federico Carpani (Bologna, 1986), tratte dal progetto editoriale MAA, e presentate nell’ambito dei maggiori festival di fotografia contemporanea, in cui si ritraggono le cerimonie millenarie per i morti nella lontana cittadina di Varanasi, in India, dove i defunti sono interamente ricoperti da corone di fiori; così in Messico i riti antichi per i morti vedono nel dia de los muertos  e nell’effige della Santa Muerte una delle principali forme di scambio tra i vivi e i morti, quando si allestiscono in casa veri e propri altari votivi dedicati agli avi o si festeggia con canti e cibi sulla tomba del defunto nei cimiteri dell’America Latina.
Tutte queste forme culturali come la festività antica di Halloween, oggi enfatizzata dalle maschere macabre e dalle stampe pubblicitarie, in fondo non debbono sorprenderci; esse sono residui di un tempo lontano. Mescolate nella contemporaneità, rivivono seppur diversificate rispetto all’origine, in quell’idea complessa che in tutte le culture è il rapporto perturbante con la morte.
In Frammenti di etica, Benedetto Croce, si interrogava su “cosa dobbiamo fare degli estinti, delle creature che un tempo ci furono care e che erano come parte di noi stessi? Dimenticarli! […]. E l’uomo dimentica”.

Fabio Petrelli

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Fabio Petrelli
Nato nel 1984 ad Acquaviva delle Fonti, è uno storico dell’arte. Laureato nel 2006 presso l’Accademia di Belle Arti di Roma con una tesi in storia dell’arte (Storie notturne di donne. La rappresentazione perturbante della donna dal XV secolo ad oggi), nel 2013 si laurea in Storia dell’arte presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata con una tesi in Arti visive del XXI secolo (Imago Mortis. La rappresentazione della morte nell’arte contemporanea). Ha collaborato per diversi musei e gallerie; autore di molteplici saggi a carattere demo-etno-antropologico e storico-artistico, in ambito critico attinge agli studi sull’universo simbolico dei rituali religiosi e di come tali forme culturali si riverberano nell’universo archetipico della storia dell’arte dall’antichità al contemporaneo.