È l’iraniano Asghar Khamseh il miglior fotografo dell’anno 2016. Primo ai Sony World Photography Awards con queste scioccanti immagini

Sono vivi, ma la loro esistenza non sarà più la stessa. In alcuni casi, a svelare il loro passato non c’è che uno sguardo, perché gli occhi sono l’unico retaggio della loro precedente esistenza a non essere stato toccato. Bruciato, letteralmente: i soggetti ritratti dall’iraniano Asghar Khamseh, eletto Photographer of the Year ai Sony World […]

Asghar Khamseh, Il fuoco dell'odio (© Asghar Khamseh, Iran, Photographer of the Year, 2016 Sony World Photography Awards)

Sono vivi, ma la loro esistenza non sarà più la stessa. In alcuni casi, a svelare il loro passato non c’è che uno sguardo, perché gli occhi sono l’unico retaggio della loro precedente esistenza a non essere stato toccato. Bruciato, letteralmente: i soggetti ritratti dall’iraniano Asghar Khamseh, eletto Photographer of the Year ai Sony World Photography Awards 2016, sono stati sfigurati dall’acido; secondo una pratica – le cui vittime sono in gran parte donne e bambini – che, oltre all’aggressione fisica di inaudita violenza, mira appunto a cancellare la vita sociale di chi ha osato rifiutare una proposta di matrimonio, chiedere il divorzio o esprimere il suo dissenso, che fosse all’interno delle mura di casa o sul lavoro. Il fuoco dell’odio – Fire of Hatred, così si chiama la serie con la quale il fotografo si è aggiudicato l’Iris d’Or – lascia segni permanenti non soltanto nel corpo e nella psiche, ma in tutto il tessuto della collettività, che alle vittime non perdona un “nuovo” aspetto che è un costante atto di accusa.

DENUNCE DELLE VIOLENZE SUBITE
I ritratti di Asghar Khamseh, allora, diventano denuncia della violenza subita e dello stesso stigma sociale. Un atto di coraggio – quello di mostrarsi all’obiettivo, come di puntare l’obiettivo sulle cicatrici senza con questo eccedere nella morbosità – che si contrappone precisamente all’aggressione: affermando la propria presenza, la propria identità di cui non si deve provare vergogna, come vorrebbero invece gli aguzzini. Dimostrare loro che non sono riusciti a cancellare la vittima, anzi: è lì, guarda negli occhi il pubblico internazionale, a farsi guardare da questo. In un confronto visivo che lega i soggetti a una società addirittura più ampia di quella d’appartenenza, invece di relegarli in un “comodo” oblio.

Caterina Porcellini

 

 

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Caterina Porcellini
Caterina Porcellini è nata a Taranto, si è formata al DAMS di Bologna e professionalmente a Milano. Già durante l'università sviluppa un interesse per l'influenza esercitata dalla tecnologia su pensiero e società, attraverso le tesi di Marshall McLuhan, Walter J. Ong e Lev Manovich. Da allora si mantiene sempre aggiornata sui nuovi media, lavorando come web editor, social media manager e consulente SEO. Dal 2007 ha collaborato con testate specialistiche e non, Exibart e alcuni siti del Gruppo 24 ORE tra gli altri. Continua ad avere un occhio di riguardo per quelle forme d'espressione che hanno una relazione diretta con il pubblico: architettura e design, fotogiornalismo, performance e installazioni. Grazie alla recente collaborazione con Plain Ink Onlus, sta approfondendo l'utilizzo con finalità sociali dei mezzi di comunicazione popolari, come fumetti e storytelling.