Ferite, colori e amanti d’argilla. Dentro la scultura di Leoncillo a Milano, la recensione 

Fino al 14 novembre 2026 la galleria Thaddaeus Ropac ospita le opere di Leoncillo, con anche un lavoro inedito. Dagli esordi agli ultimi anni, nell’evoluzione della sua ricerca c’è sempre un punto fermo: il corpo

Nel 1949 Roberto Longhi definì Leoncillo (Spoleto, 1915 – Roma, 1968) “l’unico fatto aperto della giovane scultura italiana” ed è un fatto che oggi continua a non essersi chiuso, ancora portatore della stessa forza e della stessa novità di allora, con un punto fermo al centro di tutto: l’attenzione verso il corpo umano. Integro, celebrato, dissezionato, dilaniato, spezzettato, ma pur sempre corpo. Tutto questo trova un evidente riscontro nella mostra che Thaddaeus Ropac dedica allo scultore e che è solo la prima in una serie di tre, progettate in collaborazione con la Fondazione Leoncillo che è ora rappresentata dalla galleria.

Leoncillo. Perché più bruci, Thaddaeus Ropac di Milano, Installation View, Ph Roberto Marossi
Leoncillo. Perché più bruci,
Thaddaeus Ropac di Milano, Installation View, Ph Roberto Marossi

Leoncillo in mostra alla galleria Thaddaeus Ropac di Milano

Curata da Lorenzo Fiorucci, Alberto Salvadori e Azalea Seratoni, la mostra copre 40 anni di produzione dello scultore spoletino: dagli esordi prettamente figurativi si passa per le scomposizioni d’influenza cubista e i celeberrimi Tagli, arrivando fino alle ultime opere di una stagione interrotta dalla morte improvvisa di Leoncillo a 52 anni. Ai lavori plastici si affiancano lavori su carta, come Ulivo, disegno del 1933-34: esposto nella prima sala, il tronco spaccato, chiasmatico e spoglio dell’albero sembra già prefigurare certe soluzioni che Taglio rosso e Taglio nero della metà degli Anni Sessanta, affiancati nel salone successivo, portano a pieno compimento. Sempre nel primo ambiente, i Suonatori (1938-39) e il Trofeo (1941) sono fantasiosi trionfi di policromia, con i colori (accesissimi) che delineano corpi chiaramente riconoscibili e figli di un barocchismo romano-centroitaliano da cui Leoncillo era circondato.

L’evoluzione del corpo nell’opera di Leoncillo

Al Dopoguerra, un momento in cui il dibattito sul valore sociale dell’arte e degli artisti era al culmine, risale Centralinista (1949-51). Le forme sinuose dei primi lavori fanno qui spazio a un corpo di donna post-cubista che si prende la scena in modo monolitico, rivendicando istanze sociali e politiche legate al mondo del lavoro femminile. Nella scomposizione di piani e forme, i blocchi di colore sono così espressivi, ed espressionisti, da diventare imprevedibilmente pop: visto con occhi di oggi, il rosa è quello di una BigBabol, il giallo è quello di una fetta di cheddar dentro a un hamburger, entrambi pastosi e collosi come sono. Eppure, reggono perfettamente nel restituire l’idea di un corpo forte e deciso, testimone della storia con le sue lotte, i suoi trionfi e le sue brutture. Leoncillo era d’altronde stato partigiano.

C’è anche un’opera inedita in mostra a Milano

Appesa in una piccola saletta di snodo se ne sta la capitale Colomba (1952-53) che obbliga a una visione ravvicinata e quasi straniante del pezzo, pensato in origine per gli spazi all’aperto del Getsemani di Casale Corte Cerro. È un’opera capitale perché è con questa – di fatto rifiutata dalla committenza che la disinstallò poco dopo l’arrivo, giudicandola troppo complicata – che Leoncillo arriva a un punto di svolta. E la visione in sequenza di Centralinista e Colomba spiega, senza bisogno di parole, perché: i colori si liquefanno; i piani non sono più contrapposti, ma in fusione; la circolarità dà un senso di completezza. Come scrisse lo scultore a Longhi, Colomba è una forma compiuta, che esiste in sé.

La stagione d’oro di Leoncillo

Per un artista che da sempre era stato sinceramente vicino alla politica, la decisione di uscire dal Partito Comunista nel 1957 segnò una frattura umana e, di conseguenza, artistica. Tra la fine degli Anni Cinquanta e i primi Anni Sessanta le serie di Leoncillo sono Tagli, Mutilazioni e San Sebastiano, santo il cui corpo è tradizionalmente crivellato di frecce. Queste opere – rappresentate in mostra, tra le varie, dai due Tagli già citati sopra – sono realizzate scavando nell’argilla, utilizzando coltelli e fili di ferro per tagliare la materia. Rimossi i riferimenti strettamente figurativi ai corpi, la carne e le viscere diventano più impattanti che mai: per Leoncillo l’argilla “sa tradurre i moti più inattesi e sottili di uno stato d’animo”. C’è come un rigurgito della materia in e su di sé, che è insieme il rigurgito dell’emotività e del dolore dell’artista.

Tornare a costruire dopo la distruzione

Negli ultimi anni di vita di Leoncillo i tagli e le ferite dei primissimi Anni Sessanta sembrano ricomporsi in corpi che, benché statuari, sono caratterizzati da un’essenzialità assoluta, come un Golem che avanza pesante quando evocato, riconoscibile anche se impreciso. Risale a questa stagione una delle opere più grandi (sicuramente per dimensione, forse anche per significato e forma) di Leoncillo: è Amanti antichi (1965), già passata da Milano lo scorso anno nella mostra che la Fondazione Rovati aveva dedicato al rapporto tra gli Etruschi e il Novecento. I due amanti – come, appunto, nell’etrusco Sarcofago degli sposi – si sciolgono, adagiandosi uno sull’altro, lasciando che del corpo umano sopravviva “soltanto” il fuoco che gli arde dentro e non una forma esterna definita.

Vittoria Caprotti

Milano // Fino al 14 novembre 2026
Leoncillo. Perché più bruci
THADDAEUS ROPAC – Piazza Belgioioso, 2
Scopri di più

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo aver frequentato il triennio di Valorizzazione dei Beni Culturali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Fa parte della redazione di…

Scopri di più