Milano. Guido Pajetta, osservatore del Novecento

Milano, Palazzo Reale – fino al 5 settembre 2019. Palazzo Reale commemora l’artista lombardo con un’antologica completa, dal periodo degli studi alle ultime prove. Ritratti, nature morte, paesaggi. Fra stimoli italiani e parigini reinterpretati in maniera eccentrica. Con ironia e tragicità.

Guido Pajetta, Natura morta con maschere, 1978
Guido Pajetta, Natura morta con maschere, 1978

Dal dipinto realizzato come saggio alla fine degli studi a Brera fino alle ultime prove degli anni Ottanta, l’antologica che il Palazzo Reale dedica a Guido Pajetta (Monza, 1898 – Milano, 1987) attraversa tutta la carriera dell’artista.
Il fil rouge di una produzione varia, mutevole e inquieta è un’attenzione da umanista nei confronti dell’uomo novecentesco e dell’ambiente che lo ospita, concreto e mentale. Con ironia, disillusione, inquietudine, ma senza cinismo o nichilismo. “Non ho attraversato il Novecento, è il Novecento che mi ha attraversato, come un treno in corsa, lasciando tracce di sofferenza nel corpo della mia pittura“, è infatti la frase di Pajetta che suo figlio Giorgio sceglie di citare nel catalogo per ricordarlo.

ISPIRAZIONI ED ECCENTRICITÀ

Dopo l’esordio con il Ritratto di signora del 1922, che suggella appunto la fine degli studi, ci si immerge subito nel periodo “sironiano” di Pajetta. Le forme classicheggianti tralasciano l’austerità di molte espressioni simili e coeve, a favore dell’introspezione psicologica e di una trascrizione fedele per quanto non letterale di emozioni e affetti.
Negli Anni Trenta l’artista si muove invece tra stimoli cubisti, Chiarismo e Surrealismo, interpretati in maniera eccentrica. Le sezioni sulla natura morta e sul ritratto, poi, accumulano interpretazioni dei due temi risalenti a diversi decenni, per una suggestiva esplorazione diacronica.
Volti e oggetti hanno vita propria, sono collocati in un luogo ulteriore che però non è privo di concretezza. L’allestimento verticale di svariati autoritratti da vita a una sarabanda di stili e lineamenti: distorti, stirati, sofferenti ma che sussistono, vivono e sono a loro modo gaudenti.

Guido Pajetta, Nudo rosa con cappello, 1944
Guido Pajetta, Nudo rosa con cappello, 1944

DISTORSIONE E CORPORALITÀ

La figura femminile, l’altro grande tema esplorato, è dotata di una leggiadria paradossale, mai immune dalla corporalità e da una componente tattile. Il turbamento giunge attraverso la distorsione, che coinvolge sia i soggetti che la pittura stessa.
La sezione sul paesaggio, infine, rende definitivamente chiaro l’approccio dell’artista da osservatore totale del mondo, che adotta una posizione defilata ma certo non neutrale. C’è allo stesso tempo distanza e partecipazione, nei lavori di Pajetta. Il tragico è filtrato dall’ironia, viene ritardata la sospensione dell’incredulità per poi renderla, quando si innesca, più efficace e assoluta.
I suoi diversi periodi sono, come detto, segnati da svariate derivazioni e ascendenze. Sempre reinterpretate in maniera leggermente laterale, discosta. Pur senza sfociare in uno stile proprio, costante e definitivo, si creano uno sguardo e uno spirito che rimangono percettibili e rintracciabili nei decenni.

– Stefano Castelli

Evento correlato
Nome eventoGuido Pajetta - Miti e figure tra forma e colore
Vernissage04/07/2019 ore 19,30 su invito
Duratadal 04/07/2019 al 05/09/2019
AutoreGuido Pajetta
CuratoriPaolo Biscottini, Giorgio Pajetta, Paolo Campiglio
Generearte moderna
Spazio espositivoPALAZZO REALE
IndirizzoPiazza Del Duomo 12 - Milano - Lombardia
EditoreSKIRA
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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.