I Paesi Bassi festeggiano il centenario di De Stijl con un ricco programma espositivo. Inaugurato dalla mostra ospite del Gemeentemuseum de L’Aia, dedicata a due mostri sacri dell’avanguardia olandese.

In occasione del centenario dalla nascita della rivista – e movimento artistico-culturale – De Stijl, il Gemeentemuseum de L’Aia inaugura un programma annuale di eventi e celebrazioni (dal titolo generale Mondrian to Dutch Design. 100 years of De Stijl) con la mostra dedicata alla collaborazione, negli anni cruciali dell’avanguardia olandese, tra Piet Mondrian (Amersfoort, 1872 – New York, 1944) e Bart Van Der Leck (Utrecht, 1876 – Blaricum, 1958).
Il confronto è utile per molti versi, in primis per cogliere con precisione la grande ricchezza e varietà di idee, opzioni creative e pratiche che danno vita al Neoplasticismo nel periodo dell’elaborazione. La mostra, infatti, molto dettagliata e ben allestita, dà innanzitutto conto dell’evoluzione parallela dei due artisti, nel corso degli Anni Dieci, verso l’astrazione pittorica. Assistiamo dunque alla progressiva, e ormai proverbiale, progressione di Mondrian verso l’Assoluto, partendo sempre dal dato reale – soprattutto attraverso una bellissima sequenza di disegni e schizzi paesaggistici, e anche urbani, dei primi Anni Dieci. Man mano che il decennio trascorre, però, ci accorgiamo della profonda differenza che divide i due artisti: una differenza ideologica, prima ancora che creativa.

Bart Van Der Leck, Composizione n. 4, 1916
Bart Van Der Leck, Composizione n. 4, 1916

DUE ARTISTI A CONFRONTO

Basta guardare i primi risultati compiuti di Van Der Leck, del quale vanno tenuti presenti il lungo apprendistato artigianale nella tecnica del vetro colorato e l’amore, sempre dichiarato, per l’arte egizia. In effetti, a partire da alcuni studi del 1912-13 (Automobile, Il paziente), emerge la sua capacità di catturare la vita contemporanea nel proprio farsi, concentrandosi su figure umane che sembrano estratte a viva forza dalle dimensioni dello spazio e del tempo, e a cui il pittore riesce a conferire in modo molto istintivo una fissità ieratica dotata di grande umanità. Questo approccio, questa disposizione d’animo permane – abbastanza incredibilmente – e addirittura si completa man mano che vengono precisati i criteri della nuova arte che diventerà, di lì a pochissimo, il Neoplasticismo. Allora, mentre Mondrian parte con sicurezza dai risultati del Cubismo conosciuto direttamente a Parigi per portarli successivamente alle estreme conseguenze, Van Der Leck giunge gradualmente a risultati che sembrano simili, seguendo e perseguendo la strada opposta. Il metodo di sua invenzione è il “doorbeelding” (termine di fatto intraducibile, a metà tra “decomposizione”, “decostruzione”, “sottrazione”): a partire da uno schizzo figurativo (personaggi, costruzione, ambiente) riduce gli elementi a forme geometriche, che nella composizione conservano misteriosamente i tratti della scena.

Bart Van Der Leck, 1915
Bart Van Der Leck, 1915

L’ORIGINALITÀ DI VAN DER LECK

Questo processo è evidente in quadri come La tempesta (1916), in cui un tema molto familiare alla pittura nordica e olandese – mogli in ansia sul molo che assistono impotenti alla sorte dei mariti-marinai – viene completamente rielaborato e riconfigurato con i mezzi del nuovissimo stile. Ma soprattutto in opere come Composizione n. 4, dello stesso anno (uno dei suoi capolavori): nel 1916, la compagnia Müller & Co. gli aveva commissionato un viaggio al seguito delle operazioni minerarie in Spagna e in Nord Africa; in Algeria Van Der Leck realizza una serie di studi sul campo – con rocce, scarti e binari – che gli serviranno da base per la costruzione di questo monumentale trittico. Al centro, infatti, è facile distinguere ancora le rotaie che si inoltrano nel tunnel e l’ambiente della miniera, mentre ai due lati si muovono e faticano nello stesso contesto due operai stilizzati.
Questa attitudine si rivela, in maniera ancora più sorprendente, se osserviamo la Composizione n. 4 di un anno dopo, Uscita dalla fabbrica: sulla superficie del quadro, in alto svettano gli edifici “sironiani” con le finestre e il cielo, mentre in basso gli operai raffigurati in gruppo sono ridotti all’essenziale dei loro elementi, ma conservano i propri rispettivi tratti, i riferimenti fondamentali che ce li fanno non solo riconoscere – ma percepire in modo diverso, per la prima volta. Questo movimento continuo tra organico e inorganico, tra segno e rappresentazione è il tratto distintivo, originale e modernissimo, di un artista come Van Der Leck.

Piet Mondrian, Composizione in colore B, 1917
Piet Mondrian, Composizione in colore B, 1917

UN NEOPLASTICISMO UMANO

Naturalmente, un approccio di questo tipo all’astrazione (in particolare, anche se oggi può sembrare strano, l’uso piuttosto disinvolto della linea diagonale) non poteva in alcun modo incontrare il favore del rigoroso Mondrian: infatti, la collaborazione e l’amicizia tra i due si interrompe irreversibilmente appena due anni dopo. Questo tratto distintivo verrà inoltre applicato dall’ex-amico, in maniera molto coerente, a partire dal 1918 nei suoi studi per interni domestici, e in particolare nella decorazione realizzata per la casa della sua mecenate Helene Kröller-Müller (1919 circa): qui davvero i confini tra dimensione creativa e quotidiana vengono definitivamente abbattuti, in maniera sottilmente diversa da quanto avviene nel design di un Rietveld e poi del Bauhaus, e Van Der Leck dà vita, con interventi discreti e minimali ma decisivi, alla sua personale visione di arte totale.
La mostra de L’Aia è dunque un’occasione rara per scoprire una versione “umana”, calorosa, organica del Neoplasticismo: una pittura che scorre parallela alle ricerche più importanti degli Anni Venti e Trenta, mantenendosi però sempre saldamente agganciata al mondo reale e all’esistenza quotidiana, ai volti, agli oggetti e ai momenti concreti.

Christian Caliandro

L’Aia // fino al 21 maggio 2017
Piet Mondrian and Bart Van Der Leck. Inventing a New Art
GEMEENTEMUSEUM
Stadhouderslaan 41
www.gemeentemuseum.nl

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AutorePiet Mondrian
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).