Uno dei più influenti pittori contemporanei è in mostra a Firenze con una retrospettiva. La recensione di Victor Man

Tra maternità, morte e riferimenti alla storia dell’arte, la mostra al Museo Novecento di Firenze, fino al 7 marzo, ripercorre la pittura dell’artista rumeno dal 2008 al 2026, configurandosi come un’indagine sull’indipendenza della figurazione dalla necessità del linguaggio. Tra mistero e manierismo

“La pittura deve mettere a tacere il linguaggio”. I quadri di Victor Man (Cluj, Romania, 1974) sono saturi di memoria: immagini antiche, simboli che sembrano promettere una chiave di lettura per poi non tradursi in una storia. Il punto è allora capire se il rifiuto di significare fino in fondo costituisca una necessità della pittura oppure una cifra ormai riconoscibile.

È questa resistenza il vero oggetto della mostra che Sergio Risaliti dedica all’artista romeno al Museo Novecento di Firenze. L’allestimento dei venticinque dipinti, realizzati dal 2008 al 2026, nelle sale che conservano la memoria della loro antica funzione conventuale, asseconda la dimensione appartata della pittura: le opere sembrano emergere dalla penombra e chiedono uno sguardo lento, quasi rituale. Proprio questa consonanza solleva una questione. Lo spazio accoglie l’enigma dei dipinti e, in qualche misura, lo predispone. Il rischio è che il mistero venga assunto come atmosfera prima ancora di essere verificato nella pittura. Man è più convincente quando l’enigma nasce da un conflitto interno alla superficie.

Maternity with Legend (2024) lo mostra con particolare evidenza. Una donna tiene in grembo un bambino avvolto nel bianco.La scena potrebbe appartenere all’iconografia più elementare della maternità: origine, cura, continuità della vita. Il colore incrina questa lettura.L’incarnato grigio-verde del bambino, gli occhi chiusi, la pelle quasi priva di calore fanno oscillare la figura tra il sonno e qualcosa di molto più definitivo. Thomas McMullan ha individuato proprio in questa ambivalenza uno degli elementi perturbanti del dipinto: il bambino può apparire addormentato oppure morto. È un problema percettivo. Man lascia emergere ciò che vediamo impedendo allo sguardo di stabilizzarlo. La maternità si apre così a una dimensione ulteriore, mentre il bambino rimane sospeso fra due condizioni incompatibili. Il quadro abita precisamente quel passaggio.

Veduta della mostra di Victor Man al Museo Novecento di Firenze
Veduta della mostra di Victor Man al Museo Novecento di Firenze

Vanitas senza morale nella mostra di Victor Man al Museo Novecento

La stessa tensione attraversa Maiden with Skull (2024). Una giovane donna e un teschio condensano in un’unica superficie la tradizione della vanitas. Il riferimento, però, non si trasforma in una lezione morale né inuna narrazione conclusa. È qui che la pittura di Man incontra alcuni nodi della figurazione contemporanea.

I legami di Victor Man con la pittura contemporanea

Con Luc Tuymans condivide l’interesse per un’immagine che sembra ciò che rimane dopo la cancellazione di una storia; con Marlene Dumas, la capacità di fare del corpo e del volto superfici psicologiche instabili. Il confronto più fertile è forse quello con Giorgio de Chirico, per la concezione dell’immagine come enigma. Anche in Man ciò che riconosciamo perde la propria funzione abituale. La figura familiare diventa estranea mentre continua a essere perfettamente leggibile. La differenza decisiva è che in de Chirico l’enigma nasce soprattutto dalla relazione incongrua fra oggetti e spazio; in Man viene prodotto dalla pittura stessa. Sono gli incarnati alterati, la luce trattenuta, i fondi scuri, i passaggi quasi impercettibili fra figura e ambiente a impedire una visione definitiva. Il significato si forma e si disfa sulla superficie.

La luce come forma di resistenza nella pittura di Victor Man

Sarebbe riduttivo leggere Man come un pittore dell’ombra. Dalle profondità delle superfici emergono improvvise accensioni cromatiche: rossi saturi, incarnati rosati, bianchi lattiginosi, verdi e azzurri che sembrano trattenere una luce interna. È particolarmente evidente nei lavori della serie Luminary Petals on a Wet, Black Bough, dove il contrasto fra i fondi scuri e le zone cromaticamente più intense produce una pittura insieme austera e sensuale. Queste accensioni hanno una funzione strutturale. Un rosso che affiora dall’ombra, un volto più chiaro del fondo, alterano la temperatura emotiva della scena. La pittura oscilla fra due movimenti contrari: l’immagine sprofonda nell’oscurità mentre il colore cerca di riemergere. La luce, in Man, diventa così una forma di resistenza.

Victor Man e la storia dell’arte come memoria

Anche il rapporto con la storia dell’arte funziona secondo questa logica. I dipinti della serie Luminary Petals on a Wet, Black Bough prendono avvio da Sassetta, Giovanni di Pietro, Domenico Veneziano, Michelangelo, Ambrogio Lorenzetti. La citazione sopravvive come memoria, privata della funzione di modello. Man lascia riaffiorare il passato dentro una pittura che ne conserva le tracce senza restituirne integralmente la forma. La storia dell’arte diventa materia pittorica, che continua ad agire nell’immagine anche quando la fonte originaria non è più immediatamente riconoscibile.

La notte e la trasfigurazione

In questo senso Noapte Transfigurata (2020–2025) condensa al meglio il problema della mostra. La grande tela non rende accessibile la visione, dilatandone l’opacità. L’oscurità di Man, tuttavia, non è uniforme. Dentro i toni profondi affiorano variazioni cromatiche che interrompono la compattezza del buio: accensioni calde, passaggi rosati, zone di luce che sembrano emergere dalla materia anziché cadere su di essa. La notte diventa una condizione di trasformazione. La luce emerge senza assumere una funzione pienamente rivelatrice. Le forme si lasciano intravedere, restando sospese. È qui che la frase di Man sul linguaggio assume il suo peso. La pittura tace perché nessuna delle parole disponibili è sufficiente a esaurirla. Alessandro Rabottini ha individuato nelle opere dell’artista la possibilità per un’immagine di conservare il proprio mistero senza perdere la propria dimensione umana.

Quando il mistero diventa maniera

Proprio questa definizione contiene il problema critico della mostra. Quanto può durare il mistero prima di diventare una maniera? La domanda riguarda direttamente Man. La sua pittura è più convincente quando l’enigma nasce da un attrito concreto: un bambino che potrebbe dormire o essere morto, una giovane donna accanto a un teschio. L’indeterminatezza perde forza quando appare già inscritta nel progetto dell’immagine, come se il dipinto dovesse custodire un segreto.

La forza della mostra fiorentina sta nella possibilità di osservare questa tensione senza risolverla. Da una parte c’è una pittura di grande controllo, capace di trasformare la storia dell’arte in materia viva e di far convivere nascita e morte senza ridurle a simboli. Dall’altra emerge il pericolo che quella stessa capacità di sottrazione diventi una grammatica riconoscibile. Man è interessante quando riesce a far dimenticare che questi elementi costituiscono ormai un linguaggio. Quando invece li riconosciamo prima ancora di aver guardato davvero il dipinto, il mistero rischia di trasformarsi in formula. È una distinzione sottile, decisiva. La pittura non mette davvero a tacere il linguaggio: lo porta fino al limite della propria efficacia.Se oltre quel limite rimane qualcosa che non sappiamo nominare, il mistero conserva una necessità nell’immagine. Se invece riconosciamo già il modo in cui viene costruito, la domanda cambia. Non è più che cosa nasconda il quadro, ma se abbia ancora qualcosa da nascondere.

Margherita Artoni

Firenze // fino al 7 marzo 2027
Victor Man
MUSEO NOVECENTO – Piazza Santa Maria Novella, 10
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