I taccuini di viaggio d’artista che portano il Giappone in mostra a Racconigi. Intervista a Stefano Faravelli
L’artista torinese Stefano Faravelli ha fatto del carnet de voyage un modo privilegiato di espressione. Ne parliamo in questa intervista, in occasione della sua mostra al Castello di Racconigi, visitabile fino al 1° novembre
La mostra Specchi del Giappone al Castello di Racconigi è l’occasione per conoscere Stefano Faravelli (Torino, 1959), l’autore che ha di fatto introdotto con successo in Italia il genere del carnet de voyage. Lo incontriamo nel suo studio sulla collina torinese. Un piccolo spazio con il verde degli alberi che riempie le finestre, pieno di quadri, taccuini, cornici, ricordi di viaggio, piccoli oggetti “inutili”, automates costruiti da Faravelli assieme al padre scomparso 97enne a inizio anno. “Sono otto mesi che non torno qui, questa è la prima volta. Con mio padre avevo un rapporto molto intenso, quotidiano. Questo è un distillatore di lacrime di coccodrillo che abbiamo costruito assieme”, e mi indica un carrettino con un mini-alambicco. “È lui che mi ha iniziato alla passione per l’arte regalandomi la prima scatola di acquerelli a 7 anni. In fondo, come dice un proverbio arabo il figlio è il segreto del padre”.

La mostra al Castello di Racconigi
Specchi del Giappone costituisce la prima volta in cui i taccuini originali, gli album, gli strumenti di viaggio e i materiali di lavoro dell’artista sono riuniti in una mostra. Le opere di Faravelli sono accolte in un ambiente settecentesco caratterizzato dalle antiche carte dipinte provenienti dalla Cina, espressione di quel gusto per l’Oriente diffuso nelle residenze europee. Nel 1909 le stanze furono scelte per ospitare lo zar Nicola II durante il suo soggiorno a Racconigi e, già dai primi anni del Novecento, in pieno clima di japonisme, l’ambiente destinato a Foresteria reale venne ribattezzato “Appartamento Giapponese” e rinnovato negli arredi, realizzati dal laboratorio di Michele Dellera o acquistati presso la ditta torinese Tognacca & Giglio Tos, specializzata in mobili e oggetti orientali.
Intervista a Stefano Faravelli
Faravelli, pittore, scrittore, viaggiatore, orientalista … come possiamo definirla?
All’Accademia di Belle Arti i miei maestri sono stati Giacomo Soffiantino e Piero Ruggeri che venivano dall’Informale, poi anche Sergio Saroni, grande disegnatore, passato dall’Informale al figurativo. Era il momento in cui a Torino era in gran voga l’arte povera: ho conosciuto Paolini, Merz, sono anche stato protagonista in un’opera di Zorio. È stato poi un incontro fra Gianni Vattimo e Mario Merz a cui ho assistito che mi ha svelato il lato parodistico, velleitario dell’arte concettuale.
È stata una svolta?
Sì, ho abbandonato l’Accademia e mi sono iscritto alla Facoltà di Filosofia dove dominava il cosiddetto “pensiero debole”. Studiavo Heidegger, Nietzsche e mi sono reso conto che il problema non era solo nell’arte ma più in generale della modernità, fondata sul nichilismo. Gli studi di orientalistica mi hanno aperto nuove prospettive, ho imparato a leggere e scrivere in arabo, e ho cominciato a dipingere in studio, anche ispirato dalla spiritualità islamica. Arrivavo all’immagine attraverso il pensiero. In questo senso anche i sette anni di collaborazione con Guido Ceronetti al Teatro dei Sensibili mi sono stati molto utili.
I viaggi e i carnet sono un’altra chiave per interpretare il mondo?
Certi Paesi mi chiamano, provo un’attrazione indefinibile ma spesso passano anni prima che io ci metta piede. Mi sento un viaggiatore mimetico, come Richard Burton, lo scopritore delle sorgenti del Nilo, che padroneggiava una ventina di lingue ed è arrivato fino alla Mecca travestito da musulmano. E anche i viaggi di Rimbaud e di Lefcadio Hearn sono stati fonte di ispirazione. In fondo, i taccuini, i carnet de voyage sono solo un effetto collaterale del viaggio che per me è bisogno esistenziale, spirituale, gnoseologico.
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Che genere di lavoro è quello di preparare un carnet de voyage? Immagino che lei arrivi in casa editrice con una mole importante ed eterogenea di materiale.
La costruzione di un carnet è sostanzialmente tripartita: c’è la parte visiva con le immagini, gli acquerelli; la parte di scrittura che possono essere interviste, poesie, piccoli testi scientifici, appunti storici o filosofici, descrizione di quello che sto vivendo nel preciso momento che disegno o dipingo. E poi ci sono quelli che io chiamo “apporti” per usare un termine caro allo spiritismo: oggetti che entrano nel taccuino con l’energia del genius loci. Possono essere i biglietti di un museo, le foglie di un albero che mi è piaciuto, un pezzo di tessuto. Ognuno di questi linguaggi è a sua volta polifonico: spunti che nascono a volte mesi dopo il ritorno da un viaggio: il ritratto di un gatto, ma anche la ricetta per preparare il pesce gatto nel caso del Giappone. Un’immagine – quella di un airone – può ispirare una poesia. In sintesi, si tratta di trasferire l’energia di un luogo in un taccuino.
Il suo ultimo carnet, che è anche la fonte per la mostra di Racconigi, è stato pubblicato dalla casa editrice EDT per celebrare i suoi 50 anni di attività. Un rapporto che inizia nel 2004 ed è arrivato al settimo titolo, con qualche parentesi presso Adelphi. Dopo Cina, Mali, India e Madagascar e altri luoghi, il Giappone era una meta che la attraeva da tempo?
Credo nella predestinazione, un tema molto presente nei carnet. Nello specifico si tratta del ritrovamento nell’archivio di famiglia delle fotografie della prozia Irma vestita da geisha. Siamo ad inizio Novecento, è l’epoca di Madama Butterfly e Sada Yakko, una geisha giapponese che a quel tempo faceva conoscere con i suoi spettacoli il Giappone agli occidentali, passò nel 1902 anche da Torino dove la ditta Tognacca & Giglio Tos era specializzata in mobili e oggetti orientali. Quelli presenti nell’Appartamento cinese, poi ribattezzato Giapponese per il mutare delle mode, che accoglie la mostra.
Il suo rapporto con il Giappone?
Non sono amico della modernità. Il viaggio sette-ottocentesco è il mio modello di viaggio antiquariale. Penso di essere un pellegrino e i miei viaggi sono in fondo dei pellegrinaggi. In particolare, la mia fascinazione per il Giappone è nata quando a 8 anni mio padre mi ha portato a vedere Rashomon, il capolavoro di Akira Kurosawa, poi cresciuta leggendo i racconti del Genji monogatari. Ma il Giappone contemporaneo non è più quello classico, è fatto da “città modernastre”, definizione di Fosco Maraini: una modernità che mi ha sconvolto e che ha abiurato una raffinatezza secolare. Ho dovuto elaborare un’esperienza come quella vissuta a Tokyo, città che mi è parsa brutta.
Il carnet è allora un modo di sublimare l’esperienza?
Per i giapponesi, l’Airone cinerino che ho dipinto in una delle mie tavole è il messaggero fra l’invisibile e il visibile. Vorrei essere proprio questo. È la mia chiave di lettura spirituale: salvare il bello che sta scomparendo ovunque, la diversità che viene appiattita dalla modernità. Trattenere qualcosa che mi è apparso, mi ha stupito e conservarlo nei taccuini. Può essere l’incontro con un monaco buddista, una bambina che disegna assieme a me, la possibilità di cogliere l’istante irripetibile.
Dario Bragaglia
Racconigi // fino al 1° novembre 2026
Stefano Faravelli. Specchi del Giappone
CASTELLO DI RACCONIGI – Via Francesco Morosini, 3
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