“Gli artisti italiani hanno bisogno delle istituzioni”. Intervista alla curatrice delle residenze alla Bevilacqua La Masa di Venezia

’è una nuova generazione in Italia interessata ai grandi temi e in dialogo con la scena internazionale che però ha bisogno di un maggiore sostegno da parte dei musei. Parola della curatrice delle residenze più antiche di Venezia, mentre dal 9 ottobre si inaugura a Palazzetto Tito e Piazza San Marco la mostra conclusiva dell’anno 2025/2026

Qual è il senso di una residenza per artisti oggi? Quale è la nuova scena dell’arte che si sta delineando in Italia? Camilla Mozzato, curatrice degli Atelier 2025/2026 della Fondazione Bevilacqua La Masa in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia, parla di una generazione capace interessata ai grandi temi. Tutto questo mentre, dal 9 ottobre, si inaugura Da cosa nasce cosa la mostra che raccoglie i risultati della residenza. Ventotto giovani artisti del territorio, provenienti dalle scuole locali quali IUAV e Accademia di Venezia, hanno avuto la possibilità di lavorare negli atelier dislocati tra Venezia e Mestre ed esporranno negli spazi della Galleria di Piazza San Marco e di Palazzetto Tito. La mostra si sposta poi da dicembre 2026 alla Casermetta 9 di Forte Marghera, uno degli spazi dedicati al contemporaneo della Fondazione Musei Civici di Venezia.

Gli spazi della Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia
Gli spazi della Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia

Gli Atelier della Fondazione Bevilacqua La Masa e della Fondazione Musei Civici di Venezia

La mostra, che nel titolo richiama a Bruno Munari, è il risultato di un processo durato quasi un anno, con la curatela e il tutoraggio continuativo di Mozzato. Le sedi degli Atelier sono tre, le storiche, dal 1898 di Palazzo Carminati, del Complesso dei SS. Cosma e Damiano alla Giudecca e dal 2024, anche grazie alla collaborazione con Fondazione Musei Civici di Venezia dell’Emeroteca dell’Arte di Mestre. Come è andata e come andrà, e quale sia il valore delle residenze d’artista oggi, ce lo siamo fatti raccontare dalla curatrice Camilla Mozzato.

Intervista alla curatrice Camilla Mozzato

Che cosa vuol dire offrire uno studio ad un giovane artista oggi?
Dare agli artisti la prima possibilità per trasformare un’urgenza artistica in mestiere.

Il fatto di non avere mai avuto uno studio è una clausola contenuta all’interno dell’application?
No, non lo è, ma essendo un bando dedicato ad under30 è abbastanza fisiologico che sia così. Sono artisti appena usciti dai percorsi scolastici universitari e accademici. Generalmente hanno avuto al massimo un piccolo studio in condivisione con altre persone, ma sono casi sporadici. La maggior parte degli applicanti usa questa esperienza come porta d’accesso al mestiere dell’arte.

Quali caratteristiche ha la residenza?
È veramente un unicum. Una residenza così di lungo termine concede il tempo necessario per fare un passaggio di qualità nell’ambito della professione. Abbiamo inoltre organizzato una serie di workshop e di attività tutte orientate al contesto lavorativo. Il primo è stato con AWI – Art Workers Italia. Con loro abbiamo lavorato sul tema dei contratti, su cosa è lecito chiedere, sulle aspettative e sui punti su cui non bisogna scendere a compromessi. Si è orientato tutto l’assetto programmatico in questo senso.

Ad esempio?
Con un workshop molto interessante con Tommaso Speretta su come si fa un libro d’artista e spiegando a cosa serva una pubblicazione nella carriera di un artista, esaminando insieme le possibilità dello strumento libro, che non è solo una raccolta di belle foto. Abbiamo incontrato Lorenzo Mason, lo studio grafico che ha seguito tutta l’identità di quest’anno, che ci ha inoltre coadiuvati in un progetto di comunicazione che ci ha estremamente divertito: ognuno degli artisti ha scritto l’alfabeto e i numeri con la mano più scomoda, quella a cui non siamo abituati – quindi quasi tutti con la sinistra, a parte un paio di casi -. E da questa formulazione di alfabeti scritti male, di queste scritture difficili siamo riusciti a ricavare un alfabeto comune che ha poi guidato la narrazione di tutte le cose che abbiamo fatto. Abbiamo incontrato Marta Papini.

Tutte figure veneziane o impegnate professionalmente a Venezia.
Sì, perché l’obiettivo è inquadrare quali sono le possibilità di un artista che vive in questa città, e dare continuità tra la nostra esperienza e la città e la comunità che la abita. Venezia è ricca di stupende istituzioni che però a volte rischiano un po’ l’effetto astronave. Ovviamente molto meglio un’istituzione culturale che l’ennesimo impianto turistico, però dobbiamo riconoscere che spesso queste istituzioni non fanno parte del tessuto cittadino.

Sono davvero tante ormai le istituzioni dedicate all’arte sul territorio veneziano.
Dobbiamo chiederci quanto le istituzioni riescono davvero a mettersi al servizio di una comunità senza usarla come vetrina, che ovviamente è lecito, ma poi non si crea una vera rete, come ad esempio invece avviene con musei come i Musei Civici, che creano una abitudine e una frequentazione, o la BLM che ospita dal 1898 gli artisti veneziani.

Poi c’è la Biennale, durante la quale tutto il mondo dell’arte viene in Laguna.
Infatti. Ci siamo chiesti quali sono i lati positivi e quali le criticità. Ci sono ad esempio artisti che pur avendo partecipato alla mostra e ai Padiglioni non hanno avuto fortuna, altri invece che grazie alla Biennale sono esplosi. Anche artisti provenienti dai nostri atelier.

Ci fai qualche nome?
Per citarne alcuni, Chiara Enzo o Giorgio Andreotta Calò.

Tornando ai 28 residenti, come è cambiata l’esperienza tra gli studi veneziani e quelli di Mestre?
Direi che in soldoni è stata la stessa, anche se le sedi sono diverse. Lo spazio di Carminati è molto affascinante e ha ospitato tanti importanti artisti del passato, ma richiede un po’ di fatica, anche fisica, gli studi di Mestre sono chiaramente più moderni e hanno diversi servizi intorno. Ma tutto sommato, a prescindere dalle esigenze personali dei residenti, la loro esperienza qui non cambia molto. La differenza la fa la vita quotidiana dell’artista.

Hai riscontrato temi ed esigenze comuni? Come sono i giovani artisti oggi? Qual è la nuova scena che secondo te si sta delineando?
L’attenzione alla resa tecnica è sicuramente un aspetto molto importante agli esordi.
È normale e giusto che ci sia all’uscita da una scuola d’arte, perché l’esercizio è quello.
Il tempo della residenza, mi sento di dire per quasi tutti loro, è stato però il tempo in cui ci si è un pochino spogliati dell’aspetto della bravura per ragionare sulla storia che si decide di raccontare, sui contenuti verso i quali si desidera volgere lo sguardo. Sicuramente tra i temi che possiamo mappare maggiormente ci sono sicuramente quelli legati all’ambiente, all’identità e al corpo. Direi che sono questi i grandi temi. E se ci pensi in realtà sono i temi della scena artistica mondiale e che mappano alla perfezione una generazione di artisti.

28 è un numero rilevante che riesce già a farti tracciare una scena.
È un numero che dà la possibilità di avere una casistica ben definita. La questione ambientale è forse quella più sentita. E non significa necessariamente ecologia, è un tema molto esteso in questo momento, che viene affrontato con pratiche tra l’altro diversissime tra loro.

C’è qualcosa che avresti voluto fare meglio o diversamente? Qualcosa che ti è mancato?
Forse avrei voluto lavorare ancora un po’ di più sull’aspetto formativo e sul programma dei workshop. Mi dispiace inoltre concludere quest’esperienza perché c’è anche molto affetto, ma sono sicura che ci sarà una nuova curatrice o un nuovo curatore bravissimo che arriverà dopo di me. Mi piace molto lavorare con le nuove generazioni, hanno una freschezza nello sguardo sul mondo importante. Svolgere un incarico del genere richiede un esercizio di umiltà e capacità di mettersi a servizio, a disposizione, di aiutare. Ritengo che sia importantissimo darsi una mano. Perché penso che alla fine il mio lavoro all’interno di questo contesto fosse anche questo e mi sento un po’ la zia di tutti questi ragazzi.

C’è invece qualcosa di cui vai proprio fiera?
Alcuni artisti sono veramente cresciuti tanto. E ovviamente non è merito mio, ma credo che l’esperienza agli atelier li abbia veramente formati e che resterà per loro un momento fondativo. Se penso a come li ho conosciuti e a dove sono arrivati sento che il lavoro svolto insieme abbia veramente avuto un senso. E quando le cose hanno un senso e un principio di utilità, per quanto mi riguarda vanno sempre bene. E ne sono orgogliosa.

Ci sono tantissime residenze in Italia e le residenze contribuiscono in maniera importante alla sostenibilità economica degli artisti. Ci sono delle esperienze analoghe, dei gemelli, a quella che portate avanti voi?
Faccio fatica a identificare un gemello, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto temporale che non è secondario. È vero che oggi ci sono tantissime possibilità, però nella stragrande maggioranza dei casi hanno durata molto limitata e quindi inevitabilmente si concentrano sul progetto finale della residenza. L’unicità degli atelier di Venezia è proprio questo essere totalmente svincolati dall’aspetto produttivo e questa capacità delle istituzioni di mettersi a servizio degli artisti.

In generale, il sistema delle residenze funziona a tuo parere?
Se devo fare una critica al sistema delle residenze non posso non guardare ad alcune esperienze olandesi, che magari non sarebbero replicabili con egual successo in Italia, anche perché non credo che ci sia una ricetta che funziona in ogni luogo. Allo stesso tempo però mi sento di dire che proprio per rimarcare questo aspetto professionalizzante, riterrei veramente importante riuscire un giorno a dare uno stipendio di un anno agli artisti residenti, perché c’è tanto bisogno di professionalità e di trasformare quell’urgenza artistica, la capacità acquisita nelle scuole, in una dimensione lavorativa e di ricerca, che però sia sostenibile. Un aspetto che potremmo declinare in tutti i mestieri dell’arte. È un grande tema.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare qui rispetto alla tua precedente esperienza all’interno di un museo?
Ho lavorato a lungo al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, che è un’istituzione molto strutturata. Nel mio incarico agli atelier ho avuto una libertà di azione veramente importante e una capacità di ascolto dalle istituzioni in un dialogo estremamente attivo. Inoltre, ho avuto l’opportunità di lavorare sul serio a disposizione degli artisti, una cosa che nel mio precedente lavoro non c’era. È chiaro che è una dimensione molto diversa rispetto all’essere curatrice in un ambito museale, però credo, in linea generale, che dobbiamo veramente iniziare ad occuparci degli artisti in maniera più concreta. E penso che questo sia un ruolo che le istituzioni dovrebbero cominciare ad assumere su di sé in maniera più prepotente. La scena artistica italiana ha bisogno di un sostegno che deve andare al di là dei grandi nomi, dei grandi pubblici e dei grandi numeri, tornando a un senso di utilità delle cose oltre l’esigenza di trasformare i luoghi di cultura in poli attrattivi. Non ci serve un museo per trascorrere il tempo libero, ma per riattivare la dimensione del pensiero critico, per spiegare a cosa serve l’arte. Se non torniamo a questo, francamente la vedo dura.

In che senso?
Sia per la scena artistica, per i giovani, ma anche per le comunità che vivono intorno a questi musei, che si vedono continuamente presentare delle mostre che poi parlano poco alle persone.

Quali saranno i tuoi prossimi progetti?
Continuo ad avere una finestra sulla scena più giovane grazie alla pratica dell’insegnamento allo IED di Firenze. Inoltre, sto lavorando ad una ricerca importante, legata ad una mia esperienza personale, che vorrei realizzare. Il tema per me è di importanza fondamentale: come la malattia trasforma i corpi e come le persone reagiscono a questa trasformazione. Questa ricerca evolverà in una mostra e vorrei quanto prima trovare una casa per ospitarla.

Santa Nastro

Venezia // dal 9 ottobre al 22 novembre 2026
Forte Marghera // dal 3 dicembre 2026 al 9 maggio 2027
DA COSA NASCE COSA. Atelier 2025-2026
FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA – Galleria di Piazza San Marco e Palazzetto Tito
CASERMETTA 9 – Forte Marghera
Scopri di più

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

Scopri di più