Com’è oggi essere un giovane artista a Milano? Risponde Marco Saracino
Milano, tra pittura, radio, poesia e progetti indipendenti, Marco Saracino racconta un percorso costruito attraverso incontri e collaborazioni, sostenuto da un’insaziabile necessità di continuare a fare
In musica, un ostinato è una figura che si ripete. Un breve disegno melodico o ritmico che torna insistentemente mentre tutto il resto gli si muove sopra. Non è un ritornello, quello va e viene, l’ostinato non se ne va mai. Ostinazione non è coraggio, determinazione o sacrificio. Non è la certezza di avere ragione, e non è nemmeno ambizione o strategia. È qualcosa di più cocciuto e meno presentabile. Secondo il vocabolario, ostinato è chi persiste con caparbia tenacia, spesso nonostante l’evidenza contraria. Forse è la parola giusta per raccontare i giovani artisti che oggi scelgono di cominciare da Milano per costruirsi un percorso in quel frammento di mondo del lavoro che ha saputo attribuire valore al camminare, a una crepa nel pavimento, a un salto nel vuoto. Oppure soltanto una necessità. Che la stagione non sia buona lo sanno tutti, e non è una faccenda milanese: il mondo dell’arte lo tiene in piedi il mondo, e il mondo è quello che è. Il punto qui, però, non è la stagione, ma la forma che prende chi la attraversa. Perciò: com’è oggi essere un giovane artista a Milano? Risponde Marco Saracino (Lecce, 1999).

Intervista a Marco Saracino
Sei arrivato a Milano per studiare. Ma è davvero questa la ragione per cui sei qui?
In provincia l’aria è sempre un po’ stagnante, soprattutto quando sei molto piccolo e hai voglia di fare tante cose diverse. Sì, la risposta che potrei dare è che a Milano mi ha portato lo studio; quella che vorrei dare, però, è che qui mi ci hanno portato le amicizie, quando avevo quindici, sedici anni. Ho scoperto una realtà che mi sembrava senza limiti. Poi, al momento dell’università, ho scelto Milano anche perché era una delle città che conoscevo meglio e che mi ispirava di più.
E quando sei arrivato, quanto ci hai messo a sentirti parte di questa realtà?
Durante i primi anni ero molto chiuso, anche per via del Covid e del coprifuoco: non frequentavo tanti ambienti. Per molto tempo chiudermi in studio è stato anche un meccanismo di autodifesa. Inizialmente non ho avuto molti scambi neanche con i miei compagni dell’Accademia. Il confronto è stato una conquista successiva e la possibilità di vivere Milano anche da quel punto di vista è arrivata più tardi.
Milano ti ha avvicinato subito al sistema dell’arte?
Il discorso con le gallerie, per quanto riguarda Milano, è stato sempre abbastanza lontano. Quando frequentavo l’Accademia di Brera, un mio amico in particolare mi ripeteva spesso che, da studenti, avvicinarsi alle residenze attraverso i bandi dovrebbe essere più facile. Nel mio caso, però, frequentare l’ambiente accademico ha giocato un ruolo quasi opposto: mi ha spinto a una certa religiosità nei confronti della mia ricerca e alla necessità, almeno per un primo periodo, di custodirla dagli ambienti commerciali.
È stato fuori dal circuito delle gallerie che hai trovato i contesti più adatti al tuo lavoro?
Non è stata una cosa che ho scelto coscientemente, ma penso che il mio sé superiore l’abbia scelta in automatico. Ho preferito progetti espositivi più sperimentali, che mi permettessero di costruire degli ambienti e di immergermi in realtà più indipendenti, piuttosto che collocare dei lavori in un white cube e sperare che qualcuno entrasse a comprarli.
Anche per quanto riguarda le visite in studio, finora ne ho ricevute molte di più da addetti ai lavori, poeti e collezionisti, ma senza passare dalle gallerie.

Tra questi progetti c’è Saìl, con Francesco Paolo Gassi. Come vi siete incontrati?
Francesco Paolo Gassi è un fotografo della provincia di Bari, che stimo molto. Ci conoscevamo di vista, tramite i social e delle amicizie comuni, ma non ci eravamo mai parlati: tre anni fa è venuto a Milano apposta per incontrarmi e propormi questo progetto. La collaborazione è nata in maniera molto informale. Che la sua visione fosse sperimentale mi è stato chiaro da subito: per la prima mostra promossa da Saìl, una doppia personale, io a parete non ho appeso niente, ho fatto un pavimento di sessanta metri quadri. Guardando a quello che stiamo facendo insieme, posso dire che Francesco ha riconosciuto nel lavoro una certa cifra che vuole portare avanti in maniera molto integra.
Questa relazione vi ha portati anche fuori dall’Italia, fino a Łódź, in Polonia, dove recentemente avete inaugurato The Desire of Form. Come è successo?
Il lavoro che facciamo insieme è legato alla nostra amicizia e a una condivisione quotidiana. Detta così può sembrare una cosa banale, e invece non lo è per niente. In Polonia Saìl è arrivato perché Francesco si trovava lì per l’Erasmus: si è ritrovato dentro i circuiti espositivi del posto e, per questa mostra, ha scelto comunque di proporre me, un artista pugliese del suo progetto.
Molte delle cose che fai nascono a Milano ma poi succedono altrove. Che cosa ti dà questa città?
Sì. Penso che Milano, per me, sia stata un ingresso in qualcosa che volevo vivere per intero, come vita di ricerca: mi ha permesso di conoscere tante persone e tante realtà con cui collaboro ancora oggi.
Una di queste realtà è Radio Tosunian, il progetto che porti avanti con Filippo Caniato. Come lo racconteresti a chi non ne ha mai sentito parlare?
Radio Tosunian è un ambiente in cui un dispositivo radiofonico permette al pubblico di partecipare in prima persona a quello che succede; lo coinvolgiamo con escamotage visivi, riti performativi, cose che cambiano ogni volta in base al posto che ci ospita e al format che scegliamo di portare. Andiamo in onda quasi solo dal vivo; le eccezioni sono le volte in cui qualcun altro ci ospita sulle sue frequenze.
La Radio presto compirà dieci anni. La prima volta che ho partecipato eravamo al Macao… negli hangar all’ultimo piano.

Dopo tutto questo tempo che cosa vi fa continuare?
Suoniamo spesso in città diverse e tante volte ci appoggiamo ai nostri frequentatori: portiamo in giro il progetto per farlo conoscere a chi vive dentro determinate realtà creative. Poi ci sono i posti del cuore in cui torniamo, come il Fanfulla a Roma, punto di riferimento per la vita notturna della città e anche per una certa idea di autonomia. E ci sono gli affezionati, che a volte viaggiano per l’Italia per venirci a sentire.
Ma quello che ci porta avanti, ed è una risposta che vale sia per la radio sia per il mio lavoro in pittura, è semplicemente uno spirito critico, che è uno spirito creativo per forza di cose, e che in me come in Filippo resta insaziabile. Nel fare, fare, fare. Come ama ricordare Filippo… Qualcuno una volta ha detto che la forma è l’urgenza che viene prima del contenuto.
Se la forma viene prima del contenuto, da dove deve partire allora la pittura?
Qualcuno ha detto anche che non si può fare musica con la musica, così come non si può fare teatro col teatro, cinema col cinema e, in ultimo, vivere con la vita. Per questo, secondo me, è proprio quando non ci si sente pittore che si dovrebbe dipingere.
A Milano ho avuto la fortuna di incontrare più poeti che pittori, e lo scambio molto forte con loro, retroattivamente, mi ha dato moltissimo anche in pittura: in senso compositivo e in senso etico. Poesia e pittura fanno vedere l’indicibile, fanno esistere ciò che non sta al mondo, fanno sentire ciò che è incomprensibile. Con pochissimo possono provocare tantissimo. Tre versi di una poesia di Sandro Penna, e uno può cadere da seduto.
Spesso chi scrive del tuo lavoro racconta di un certo allontanamento dalla figurazione. Succede nel testo che accompagna Il corpo possibile da Cane Studio e succede di nuovo in Polonia, con Saìl. Due autori diversi, due contesti lontani, e la stessa premessa…
All’inizio era quasi una faccenda pudica: una cosa troppo riconoscibile, troppo comprensibile mi spaventava. Anche adesso preferisco qualcosa di più vuoto, che paradossalmente mi fa meno paura.
I ragionamenti di cui parli nascono dalla sfida di trovare qualcosa che si riferisca alla figura anche in un lavoro come il mio, molto vaporoso, che non prevede necessariamente una presenza: è come se la figura si svuotasse. Scherzando, anzi giocando, spesso dico che nei miei quadri ci sono questi ambienti dove non si sa se una figura se n’è appena andata o se sta per arrivare. Più che un’assenza, la vivo come una mancanza.

A cosa stai lavorando in questo momento?
Ultimamente sto lavorando su telaio, dopo anni di tentativi. Probabilmente è arrivato il momento in cui questo tipo di semantica, quella della tela e del supporto fisso, ha trovato una sua camera, anche se continuo a prediligere la carta, per l’immediatezza e per la sua limitatezza.
Mi sto anche concentrando molto sulla figura, su un’etica della figura che contempli anche quello svuotamento di cui parlavamo, ma senza raggiungere i cieli del simbolismo, dove una cosa sta sempre per un’altra. Per me la pittura è un circuito chiuso, e ogni pezzo ha un cortocircuito a sé.
In questo periodo in particolare mi sto dedicando a un’idea di riproducibilità della figura, che mi sta aiutando a venire meno al virtuosismo della mano e a concentrarmi sulla vita del lavoro, più che sulla mia.
Come decidi che un lavoro è finito?
Il problema è proprio questo. Un lavoro non è finito finché la forma non mi trova.
Mi capita spesso di lasciare dei lavori incompiuti, anche perché ho uno studio a Lecce e un altro a Milano: torno nello studio di Lecce dopo mesi, riprendo qualcosa che avevo lasciato lì, ormai dimenticato, e ci trovo una compiutezza che prima non vedevo. Il processo di lavoro mi acceca e mi appaga, e tante volte finisco per smarrirmi lì dentro. La distanza, invece, mi permette di far parlare il quadro, e non solo la tecnica o il momento in cui l’ho fatto.
È rarissimo che io trovi una forma: al massimo provo delle forme, e poi prego che tornino.
Che immagine useresti per raccontare oggi cosa significa essere un giovane artista a Milano?
Di primo acchito, l’Ecce Homo di Antonello da Messina. Ripensandoci, forse Milano non esiste di Tommaso Landolfi.
C’è un episodio, un incontro o una situazione vissuta a Milano che senti abbia lasciato un segno, in positivo o in negativo, nel tuo percorso da artista?
Omissis.
Margherita Filippi
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