Quando Maria Lai legò con un unico nastro di 27 km un intero paese dell’Ogliastra. Succedeva 35 anni fa

L’8 settembre del 1981, l’artista sarda coinvolse l’intera comunità di Ulassai nella realizzazione di un’opera d’arte partecipata, legando con un unico nastro di 27 km tutto il paese. Un invito a riflettere sul valore delle relazioni

Era l’8 settembre del 1981. Tutta la comunità di Ulassai, meno di 1.500 abitanti nella provincia sarda dall’Ogliastra, la più spigolosa e riservata dell’isola, partecipavano alla performance collettiva ideata da Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013). All’epoca, l’artista sarda – che a Roma era cresciuta professionalmente respirando le correnti emergenti degli Anni Sessanta, senza mai dimenticare le tradizioni della sua terra – aveva già superato i 60 anni. E nel suo paese natale scelse di mettere in scena un evento mai visto prima.

Legarsi alla montagna: la performance di Maria Lai a Ulassai

L’operazione Legarsi alla montagna durò, in realtà, tre giorni, documentata dagli scatti di Piero Berengo Gardin. Obiettivo: legare insieme, con la collaborazione dell’intera comunità, tutte le porte, le vie e le case del paese, con un solo nastro di stoffa celeste, lungo circa 27 km. Il primo giorno il nastro venne tagliato, il secondo fu distribuito, il terzo legato tra porte, finestre e terrazze delle abitazioni, disegnando così nuove relazioni tra chi lo abitava. Il progetto era infatti frutto di una riflessione su una commissione rifiutata: il sindaco dell’epoca, Antioco Podda, aveva chiesto a Maria Lai, allora già artista affermata sulla scena nazionale e internazionale (al ’78 risale la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia), di realizzare un monumento ai Caduti in Guerra di Ulassai. Lai rifiutò, decidendo di ripensare l’incarico come un’opportunità per creare qualcosa di cui potessero beneficiare i vivi, anziché limitarsi a celebrare i morti. L’ispirazione arrivò da un’antica leggenda del paese, a Rutta de is’Antigus (La grotta degli Antichi), a propria volta alimentata da un fatto realmente accaduto ad Ulassai nel 1861. Un giorno di quell’anno, un costone della montagna che circonda il paese era crollato, travolgendo un’abitazione e provocando la morte di tre bambine: una quarta, che aveva in mano un nastro celeste, riuscì a salvarsi, e l’avvenimento fu interpretato come un miracolo divino, tramandato di generazione in generazione.

L’interesse per la performance di Maria Lai. Tra fascinazione e incompresioni

Non a caso, la performance del 1981, accompagnata dalla musica del flautista Angelo Persichilli, e vissuta dalla comunità come un momento di festa e riconciliazione (“Lasciai a ciascuno la scelta di come legarsi al proprio vicino. E così dove non c’era amicizia il nastro passava teso e dritto nel rispetto delle parti, dove l’amicizia c’era invece si faceva un nodo simbolico. Dove c’era un legame d’amore veniva fatto un fiocco e al nastro legati anche dei pani tipici detti su pani pintau”, avrebbe ricordato in seguito l’artista), si concludeva sul Monte Gedili, con il nastro affidato a scalatori esperti perché lo assicurassero alle rocce, chiudendo così le manovre.

Alle origini dell’arte relazionale

A riprendere la performance fu anche l’artista Tonino Casula, che realizzò un cortometraggio (attualmente visibile al MADRE di Napoli, per la retrospettiva Essere è tessere dedicata a Maria Lai, fino al 21 settembre 2026). Ma l’iniziativa attirò persino l’attenzione della televisione nazionale, con le telecamere Rai presenti a raccontare l’evento. Il servizio, realizzato dal giornalista ulassese Romano Cannas, andò in onda nella rubrica d’informazione Cronache italiane, supplemento del telegiornale quotidiano. E ve lo riproponiamo qui a 35 anni dalla performance, che allora fu giudicata dai più alla stregua di una festa folcloristica – solo il critico Filiberto Menna ne intuì, anzitempo, la portata innovativa e il valore artistico.
Con diversi anni di ritardo, ormai alle soglie degli Anni Duemila, Legarsi alla montagna sarebbe stata letta univocamente come la prima operazione di arte relazionale, con il pubblico chiamato in prima persona a costruire l’opera e l’arte condivisa per il suo valore terapeutico.

Livia Montagnoli

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