L’immaginario di un’artista polacca in bilico tra fiction e realtà in mostra a Roma
Tutto è possibile nella pratica artistica di Aneta Grzeszykowska, che concepisce l’arte come uno spazio di libertà. Così, fotografie, sculture e installazioni confluiscono nell’essenziale retrospettiva romana che, come per evocare un’epifania della visione, si intitola All’Improvviso
È una mostra conturbante che riflette sul tempo quella di Aneta Grzeszykowska (Polonia, 1974) alla Fondazione D’Arc, e lo fa in maniera tanto ironica e dissacrante, quanto impalpabile e silenziosa. Perché il tempo nella ricerca dell’artista polacca abbandona la canonica dimensione lineare per diventare temporalità; concetto che la stessa plasma – in una sua personale ontologia – attraverso il linguaggio cinematografico per analizzare e poi ridisegnare la realtà; un processo che per lei assume un valore esorcizzante, diventando anche un modo per gestire l’ansia propria della quotidianità.

La conturbante ironia di Aneta Grzeszykowska in mostra alla fondazione D’Arc di Roma
Per la Grzeszykowska “l’arte è uno spazio di libertà” e lei questa facoltà se la prende tutta, creando una mostra che presenta molteplici livelli di lettura ma di cui, forse, solo i visitatori più attenti colgono l’amarospirito sarcastico in sottofondo. Una retrospettiva essenziale, a cura di Giuliana Benassi, composta da un’accurata selezione di lavori (due per serie, perché come ben spiegato dalla curatrice l’artista lavora sempre in serie), realizzati tra il 2014 e il 2025, e in cui confluisce il progetto Daughter, realizzato, a luglio 2025, durante il periodo di residenza alla Fondazione D’Arc.
Le opere di Aneta Grzeskykowsa alla Fondazione D’Arc
La realtà messa in scena dall’artista è ambigua, delineando un mondo dove, come lascia presagire il titolo dell’esposizione Out of the Blue, all’Improvviso, potenzialmente tutto può succedere. E, in effetti, attraversando lo spazio, anche a digiuno di informazioni, si viene colti da un sottile senso di inquietudine, di sibillino disagio. Come se, a partire dalle immagini fotografiche della citata serie Daughter, esteticamente godibili ed eseguite a regola d’arte secondo i principi compositivi classici, ci si rendesse conto c’è un qualcosa che non quadra. Sensazione di sinistro coinvolgimento che diventa ancora più esplicita addentrandosi nel percorso; prima di fronte agli Skinformer, 2024 – autoritratti in pose provocanti i cui medium, pelle di maiale e altri materiali, annientano l’allure di seduzione; poi davanti alle opere tratte dalle serie Mama, 2018, in cui la figlia gioca con un suo busto talmente raccapricciante e realistico da ricordare più un cadavere che una persona; e cresce con la serie Selfie with Dog, 2023, dove il suo amato cane sbrana una maschera con le sue sembianze (praticamente il suo volto) e Harbinger, 2025, sculture a grandezza naturale che, pur riprendendo le fattezze della figlia, anche in questo caso, evocano presenzepiù che persone.

Una realtà che dialoga con la morte per esorcizzare lo scorrere del tempo
Nella ricerca di Grzeskykowsa il riferimento alla morte è costante ma, come suggerito dal caustico testo di accompagnamento alla mostra, leggerlo solo in chiave drammatica sarebbe una superficiale banalizzazione. Adottando una visione cinica, disincantata e coraggiosa, l’artista trae ispirazione dalla sua stessa vita – caduca per definizione – e, attingendo a una grande varietà di medium (praticamente atutto ciò che la circonda, persone, oggetti e luoghi), fa dell’ibridazione, intesa come unione di elementi inconciliabili, una strategia per eludere il trascorrere dei giorni. A mo’ di regista, trattando il tempo come uno script cinematografico, in cui andare liberamente avanti e indietro, il procedimento artistico acquista un valore catartico, diventando uno spazio aperto a infinite possibilità, in cui vita e morte si intrecciano tanto che da permetterle di diventare sorella di sua figlia o cibo per il suo cane.

Aneta Grzeskykowsa, un’artista che disorienta consapevolmente
E se attraverso fotografie, sculture e opere installative la Grzeskykowsa si diletta a disorientare i visitatori scardinando lo scorrere lineare del tempo, nella video installazione Clock, 2011, l’ambiguità è suscitata dal suo opposto: un’ossessiva sincronicità. Per dodici ore l’artista, attraverso una moltiplicazione coreografica, si fa lancetta vivente del tempo. Come ha osservato la curatrice: “allo scoccare di ogni ora, la scena si arricchisce di un’ulteriore copia del soggetto, mentre dei rintocchi pervadono lo spazio espositivo, trasformando il passaggio dei minuti in una colonna sonora esistenziale che scandisce il ritmo”. Ed è proprio questo sound, non di un comune orologio ma di una partita a tennis, che determina una fusione tra umano e inumano, oggettivando ulteriormente l’artista che, riprendendo meccanicamente il ritmo, si fa alternativamente lancetta e pallina; trasformando anche un semplice esercizio per l’addome – il lying knee tuck – in un gesto alienante che trascende la realtà.
E in questo percorso, in cui attraverso una ventina di lavori l’artista non cerca di compiacere il pubblico, quanto piuttosto di sollecitarlo, scandalizzarlo o provocarlo se ne può cogliere l’intelligenza; dopo tutto, è risaputo solo le persone veramente sensibili e critiche sanno fare dell’ironia uno strumento per interpretare la realtà.
Ludovica Palmieri
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