L’eredità di Rothko nella grande mostra aperta a Palazzo Strozzi a Firenze
Palazzo Strozzi apre il sipario su una delle mostre più attese degli ultimi anni, con un marcato accento all’aspetto spirituale della pittura del maestro americano, capace di promuovere resilienza in questi tempi foschi e cupi
Non c’è artista, storico, insegnante o semplice appassionato d’arte che possa prescindere dal trovarsi faccia a faccia almeno una (meglio due, tre e più…) volta nella vita con la pittura di Mark Rothko (Daugavpils, 1903 – New York, 1970). Il peso specifico della retrospettiva organizzata da Palazzo Strozzi di Firenze riveste proprio nell’offerta generosa e sostanzialmente rara per l’Italia – doveroso ricordare, a ritroso, la grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 2007, la mostra-omaggio a Ca’ Pesaro nel 1970, anno della XXXV Biennale d’Arte di Venezia e della tragica scomparsa dell’artista, e l’unica mostra in vita di Rothko nel 1962 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma – di offrire uno sguardo attento verso uno dei maestri dell’arte del Novecento. Rothko a Firenze, a cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna, ha dunque creato un’elevata aspettativa, specialmente dopo la mostra best-seller dedicata al Beato Angelico, cui il pittore russo naturalizzato americano sembra raccogliere metaforicamente il testimone, sia per lo sviluppo del suo percorso artistico, sia per la continuità della Fondazione Palazzo Strozzi di voler diffondere il corpus espositivo in altre sedi istituzionali fiorentine: il Museo di San Marco, che riapre l’intero percorso museale e la Sala del Beato Angelico riallestita, con cinque opere esposte in altrettante celle affrescate dall’Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, con due opere in dialogo con lo spazio progettato da Michelangelo.

La mostra su Rothko a Palazzo Strozzi
La cautela della progressione cronologica non è affatto improba per questa ricca retrospettiva, perché la conoscenza di Rothko in Italia, come detto, non è così scontata, viste le poche occasioni. Pertanto, dalle esperienze ritrattistiche e architettoniche maturate dopo gli studi alla Yale University (1921-23) e agli studi newyorkesi sotto la guida di Max Weber presso la Art Students League (1925), la mostra fiorentina accelera verso i ben noti Multiforms della seconda metà degli Anni Quaranta, opere informali con larghe campiture di colore che determineranno la svolta lirica del pittore da uno sperimentale surrealismo ad una piena e assidua ricerca spirituale del colore.

Rothko e il viaggio in Italia
Peculiare per raggiungere la maturità artistica sono stati proprio i viaggi in Italia intorno al 1950; lo studio del colorenella pittura veneziana, la classicità di Roma e Pompei e, in particolare, la plasticità visiva appresa dalla visione, in Firenze, del Beato Angelico e dell’architettura michelangiolesca del Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, sono stati elementi rilevanti per rendere l’astrazione pittorica un discorso non esclusivamente formale, bensì un processo esperienziale atto ad elevare la coscienza: la fruizione, per Mark Rothko, è un aspetto fondamentale dell’arte, puro quanto il momento creativo.

Le sedi espositive a Firenze
Al percorso cronologico del piano nobile di Palazzo Strozzi, si aggiungono i dialoghi francamente interessanti tra Rothko e due pilastri dell’arte Rinascimentale: il Beato Angelico e Michelangelo.
Va notato in questi due momenti, il primo al Museo di San Marco ed il secondo nel Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, l’uso della luce in qualità di elemento scenico; la “teatralità” degli spot puntati sia sugli affreschi quattrocenteschi sia sui quadri di Rothko allestiti in alcune celle del Convento, certamente favorisce una declinazione spirituale e trascendente dell’opera pittorica. Invece, nel contesto della biblioteca, l’assenza di fari puntati, o meglio, la sola presenza di luce naturale estremizza l’adesione delle tele allestite con lo spazio limitrofo, in una completa immersione nella “griglia” architettonica.
Questo puntuale dosaggio dell’elemento luminoso è fondamentale nell’esperire l’arte di Rothko.
Una punta di criticità, invero, la si nota proprio nell’illuminazione delle sale di Palazzo Strozzi, dove la costante penombra non sembra essere efficace in ogni circostanza, per quanto sia apprezzabile che alla dinamica odierna di immortalare fotograficamente qualsiasi esperienza, si prediliga la meditazione contemplativa e reale della pittura.
Luca Sposato
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