A Fabriano è spuntata una nuova opera d’arte contemporanea nella sede industriale di Elica
Si intitola “Essere a malapena immaginabili” il nuovo intervento site specific di Numero Cromatico, pensato per Fondazione Ermanno Casoli ed Elica. Qui tutte le interviste
Richiama il volume Il libro degli esseri a malapena immaginabili di Caspar Henderson l’opera site specific di Numero Cromatico, il collettivo fondato a Roma nel 2011, realizzata per Fondazione Ermanno Casoli ed Elica nella sede dell’azienda a Fabriano. Con il titolo Essere a malapena immaginabili, l’opera prende forma dai contenuti emersi durante il workshop condotto dagli artisti con le persone del Gruppo Elica (tra manager e collaboratori), svoltosi il 3 e il 4 marzo 2026, articolato in una prima fase di disegno e in un’altra dedicata all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, intesa come strumento speculativo per analizzare simboli e generare nuove connessioni.
Così una nuova opera entra a far parte della grande collezione dell’azienda, nata grazie a E-straordinario, il progetto di formazione curato da Marcello Smarrelli per la Fondazione Ermanno Casoli.
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L’opera di Numero Cromatico per la sede dell’azienda Elica a Fabriano
Composto da ricercatori provenienti dalle arti visive, neuroscienze, psicologia, filosofia e design, Numero Cromatico opera al confine tra sperimentazione artistica e ricerca scientifica, dando forma a opere dall’approccio transdisciplinare che guardano con attenzione al ruolo dello spettatore.
Un approccio che, nell’azienda di Fabriano, si è concretizzato nella realizzazione di una tenda di grandi dimensioni dove creature ibride di forme e colori diversi aprono il pubblico (e i dipendenti) su nuove connessioni di senso.
A dialogare con la nuova opera della collezione, ci sono anche gli interventi di Claire Fontaine, Elena Mazzi, Fabio Barile e molti altri ancora.

Numero Cromatico per Fondazione Ermanno Casoli ed Elica. L’intervista
Quante e quali sono le potenzialità delle intelligenze artificiali nel campo artistico e come sono state valorizzate durante il workshop?
Siamo in un momento in cui la tecnologia dell’intelligenza artificiale ci mette nella condizione di fare cose con una rapidità e una qualità che prima non avevamo. Pensa che anche tutto il mondo della produzione di immagini è stato messo a dura prova, così come molte professionalità.
Pensa a chi si occupava di fotoritocco, oggi sempre meno necessario. Prima ci volevano ore per modificare una foto; oggi, in una frazione di secondo, l’intelligenza artificiale ti aiuta. Quindi, da un punto di vista tecnico, ci sono molte possibilità.
La questione, in realtà, non è tanto il ruolo dell’intelligenza artificiale nell’ambito artistico, che in qualche modo sta eliminando una serie di professionalità e modalità di vedere l’arte. Molti si chiedono cosa faranno gli artisti domani. Ecco, io non me lo chiedo, perché secondo me gli artisti devono avere prima di tutto una visione del mondo.
Dicci di più.
Nel momento in cui hai una visione del mondo, puoi realizzarla con tutte le tecniche, le tecnologie e gli strumenti disponibili. Siamo fuori da quel mondo in cui necessariamente l’artista deve dipingere. Esiste ancora e ha senso, ma l’intelligenza artificiale, insieme ad altre tecnologie più o meno recenti, è, dal nostro punto di vista, un elemento che deve stare alla base di un pensiero critico.
La questione centrale oggi — che in realtà stiamo perdendo — è: tornerà il pensiero critico nel mondo artistico?

E per ciò che concerne il workshop nell’azienda Elica?
Innanzitutto, l’idea era di mettere i dipendenti nella condizione di ragionare sul ruolo dell’arte: come strumento per aprire mondi o per attivare la creatività, immaginando in modo critico. Cercare di riflettere sulle nostre memorie e convinzioni, sia sull’arte sia sulla realtà, e provare a scardinare ciò che per tradizione consideriamo un canone, sociale o artistico.
L’idea era quindi quella di immaginare qualcosa che non esiste: delle “bestie”, tornando a immagini archetipiche. I bestiari attingono a immagini che fanno parte della nostra storia come specie. In tutte le epoche storiche c’è sempre stata questa attrazione verso le immagini fantastiche.
E poi?
L’obiettivo era capire se queste intelligenze artificiali potessero offrirci spunti di riflessione su ciò che immaginiamo rispetto a ciò che abbiamo creato. Avevamo ideato dei personaggi e, insieme all’intelligenza artificiale, abbiamo costruito dei prompt per definirne il carattere.
È stato un modo per comprendere come funziona lo strumento, ma soprattutto per capire in che modo le nostre storie entrano in collisione o si integrano con l’immaginario prodotto dall’AI generalista, e per individuarne i limiti.

Cosa è emerso da questo confronto con il gruppo aziendale di Elica?
Tra le questioni emerse c’è il fatto che molte storie risultavano standard, mentre noi eravamo riusciti a costruirne di incredibili.
Abbiamo anche compreso che qualsiasi utilizzo dell’intelligenza artificiale, almeno oggi, deve essere mediato e guidato dall’essere umano. In questo modo può diventare uno strumento di supporto.
Paradossalmente, però, la questione su cui ci siamo confrontati di più è stata la parte pratica.
Ovvero?
La parte ritenuta più interessante, coinvolgente e anche più difficile è stata quella manuale, analogica. Probabilmente, passando gran parte del tempo sui dispositivi, si perde sempre più il contatto fisico con la realtà: la pratica del creare, del realizzare, dell’immaginare facendo.
Può sembrare banale, ma non lo è: tendiamo a pensare l’immaginazione come qualcosa di astratto, mentre il nostro cervello immagina attraverso l’azione. Se ci riflettiamo, tutte le memorie che costruiamo nascono dall’esperienza diretta del mondo.
La fisicità del lavoro svolto insieme durante il workshop ha riportato l’attenzione sull’importanza non solo della relazione fisica, ma anche del fare insieme: confrontarsi, unire forme, costruire. E anche sul fatto di essere stati lontani dai dispositivi per alcune ore — un’esperienza che molti avevano quasi dimenticato.

Parola al curatore del progetto a Fabriano, Marcello Smarrelli
“Da queste riflessioni nasce l’idea di creare un bestiario che rappresenti la vita in azienda e quella delle persone che la animano, ognuno con la propria creatura: il bestiario funziona come uno spazio simbolico condiviso in cui i partecipanti possono rinegoziare il proprio posto nel mondo del lavoro e, più in generale, nella contemporaneità”, ci spiega il curatore Marcello Smarrelli. “Il risultato finale non è un’opera conclusa, ma mappe immaginarie: dispositivi che rendono visibile come oggi siamo tutti, in modi diversi, creature ibride che abitano sistemi complessi fatti di persone, macchine, narrazioni e desideri”.
Valentina Muzi
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