Saul Leiter. La poesia dell’imperfezione è in mostra a Bologna 

La mostra a Palazzo Pallavicini racconta la doppia identità di Leiter, pittore e fotografo, e una New York fatta di dettagli e margini, dove l’imperfezione diventa poesia. Abbiamo intervistato la curatrice Anne Morin

L’imperfezione è centrale nell’opera di Saul Leiter: da quella fessura nasce tutta la sua poesia”, racconta la curatrice Anne Morin nell’intervista che ci accompagna a scoprire il progetto dedicato al grande fotografo statunitense, in programma a Bologna a Palazzo Pallavicini. Aperta dal 5 marzo al 19 luglio 2026, Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia è realizzata da Vertigo Syndrome in collaborazione con di Chroma photography e la Saul Leiter Foundation, e riunisce 126 fotografie in bianco e nero, 40 a colori, 42 dipinti, riviste d’epoca e un documento filmico, componendo un percorso che restituisce la doppia natura di Leiter, pittore e fotografo, attraverso il dialogo tra immagini di strada, lavori di moda e dipinti intimi. Al centro c’è una New York fatta di dettagli, riflessi e vetri appannati, con l’invito a guardare quei “margini” proprio come faceva lui: un autore antidivo, capace di trasformare il quotidiano e il “quasi nulla” in una poesia visiva memorabile.

L’intervista alla curatrice Anne Morin

Già il titolo “Una finestra punteggiata di gocce di pioggia” introduce a un’atmosfera precisa..
Che la bellezza si nasconde nelle piccole cose, come le gocce d’acqua su un vetro, in ciò che di solito passa inosservato. Tutta l’opera di Leiter ruota attorno a questa idea di quotidiano e di “quasi nulla”, una sorta di haiku visivo in cui il mondo di ogni giorno rivela una bellezza semplice e, forse, più pura.

Come ha messo in relazione fotografie, dipinti e materiali d’archivio per restituire la doppia natura di Leiter, pittore e fotografo?
È stato prima di tutto un pittore: ha iniziato da bambino, nonostante l’opposizione del padre rabbino e il divieto di rappresentazione nella tradizione ebraica. Continuò a dipingere fino all’arrivo a New York nel 1946, quando, per vivere, si avvicinò alla fotografia, diventando in qualche modo un pittore-fotografo. In mostra, pittura e fotografia dialogano costantemente. I suoi dipinti sono piccoli esercizi di forma e colore, vere e proprie “equazioni” visive costruite su punto, linea, piano e colore. Dipinge in formati ridotti, come un monaco chino su piccoli fogli, traducendo in immagini la musica che ascolta alla radio.

Quando esce, invece, diventa fotografo.
È un uomo che cammina, osserva, è in cerca di piccole cose. È a New York, ma non sono gli edifici a interessarlo: sono i dettagli che passano inosservati. Come fotografo è un chirurgo: scosta la pelle della realtà e va a cercare in profondità dettagli nascosti. È una temporalità più incisiva, mentre quella della pittura è più continua.

Ci saranno anche degli “haiku fotografici”…
Questi elementi si riuniscono in un grande collage, una sorta di totalità: piccole tracce di tempo perduto che, messe insieme, diventano una Ricerca del tempo perduto ritrovata, il Tempo ritrovato di Marcel Proust.

La mostra su Saul Leiter a Bologna

Che ruolo ha l’intervento di Ernesto Anderle (Roby il pettirosso)?
L’inserimento di un autore contemporaneo in una mostra di taglio storico è una cifra tipica di Vertigo Syndrome, che trovo particolarmente brillante. Questi accostamenti creano dialoghi intelligenti tra artisti lontani nel tempo, capaci di generare echi e risonanze inattese. Il lavoro di Ernesto Anderle, dal segno nervoso, è fatto di schizzi rapidi e fugaci che ricordano i disegni istantanei di Rodin, quasi delle Polaroid. Questo approccio è particolarmente pertinente, perché entra in risonanza con la dimensione temporale dell’opera di Saul Leiter.

Nel restituire questo tipo di poetica, quali sono i limiti e le potenzialità?
La questione della dimensione immersiva di una mostra dedicata a Saul Leiter è affascinante quanto quella del Merzbau di Kurt Schwitters. Il Merzbau era una sorta di assemblaggio che Schwitters aveva iniziato nel suo studio, ricoprendo progressivamente le pareti e arrivando persino a fuoriuscire dalle finestre: qualcosa di tentacolare, in continua espansione.

Anche il mondo di Saul Leiter è un mondo di “spazio”.
La sua forza nasce dall’ossimoro tra il minuscolo frammento che raccoglie e la grandezza spaziale che finisce per sopraffarlo. Questa espansione traboccava anche dal suo appartamento sulla Tenth Street a New York, una sorta di accumulo continuo che cresceva, si gonfiava, debordava. È questo che rende così affascinante la dimensione immersiva.

Il mondo di Saul Leiter a Bologna

Come dialogano l’estetica dell’imperfezione di Leiter e il nostro sguardo “algoritmico”?
L’imperfezione è centrale nella sua opera: è da quella fessura che nasce la poesia. Macchie, segni e ombre rendono le immagini non immediate, ma percorsi visivi che richiedono tempo e attenzione. In un’epoca di immagini rapide e trasparenti, il suo lavoro oppone resistenza e propone uno sguardo reversibile, capace di scambiare alto e basso, destra e sinistra. Una visione espansa, nutrita anche dalla sua formazione ebraica, che genera un’ambidestria visiva oggi sempre più rara, in un mondo che privilegia il punto rispetto all’insieme.

C’è un collegamento tra le fotografie a colori e i suoi dipinti?
Le sue immagini a colori possono essere viste come veri e propri “dipinti meccanici”, in cui riaffiora la sua formazione di pittore. Per questo, intorno al 1965, è stato riconosciuto come pioniere della fotografia a colori, anche se lavorava già con il colore dal 1946, molto prima del riconoscimento istituzionale. In lui è sempre il pittore a parlare, come accade anche in Jacques-Henri Lartigue: una sensibilità affine, quasi una complicità, che ha permesso a Leiter di entrare nella storia della fotografia.

Come ha dato equilibrio nell’allestimento, partendo da un archivio così vasto?
È noto soprattutto come fotografo a colori, mentre il suo lavoro in bianco e nero, altrettanto straordinario, è stato a lungo trascurato. Ho scelto di dare maggiore spazio al bianco e nero per mostrare che non aveva bisogno del colore per affermare la propria singolarità. In queste immagini emerge una forza diversa, più misurata, che era importante riportare al centro della sua pratica.

La sua essenza da “antidivo”, arriva?
Nella scenografia si percepisce un forte senso di umiltà, che deriva direttamente da Saul Leiter. Non ha mai cercato di mettersi in primo piano né inseguito la monumentalità: non ha mai voluto dipingere in grande formato, nemmeno quando Franz Kline lo invitava a farlo per “entrare nel gruppo”. Per lui tutto risiedeva nel piccolo, nell’umile, nel piacere silenzioso e nella gioia discreta delle cose, in un’idea di essenza che non ha bisogno di essere grandiosa per risultare potente.

L’abbandono del percorso religioso e il trasferimento a New York nel 1946 hanno influito sulla costruzione del suo sguardo libero?
Quando si libera dell’autorità del padre rabbino e, con il sostegno della madre, si emancipa, nel 1946 parte per New York. Per un periodo vive per strada e diventa uno spirito libero, vicino alle idee della Beat Generation. Rimase povero, non inseguì mai carriera o riconoscimento e visse in modo essenziale: pochi viaggi, poche mostre, pochissime pubblicazioni. Un autore silenzioso che ha scelto di vivere secondo le proprie regole.

Qual era il suo rapporto con la fotografia di moda e perché se ne è allontanato?
La fotografia di moda fu soprattutto un mezzo di sostentamento. Diceva: “Voglio che le mie fotografie di moda assomiglino alle mie altre fotografie”. Se ne allontanò quando le direttive editoriali ridussero il suo lavoro a una semplice esecuzione, preferendo farsi da parte – anche a costo di una vita più povera – piuttosto che accettare vincoli creativi. Per questo le immagini di moda entrano nel corpus generale della sua opera: in molte si avverte una forte resistenza al controllo esterno e uno stile così personale da renderle talvolta difficili da riconoscere come fotografie per riviste.

Come ha messo in relazione il lavoro pubblicato e quello rimasto a lungo nei negativi?
Quando ho selezionato le opere di Saul Leiter a New York, ho avuto accesso anche a materiali poco o mai esplorati dall’archivio e ho lavorato sul suo corpus come un insieme, senza distinguere tra opere note e inedite. Era importante costruire una selezione coerente, non ridondante, capace di alternare densità e aperture, e di restituire il ritratto di un autore elusivo, che emerge con forza attraverso fotografie, dipinti e, talvolta, piccoli appunti manoscritti. Come scriveva lui stesso: “Che mondo imperfetto sarebbe, se fosse troppo perfetto”.

Ginevra Barbetti

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

Scopri di più