A Roma c’è una mostra che fa dialogare corpo umano, spazio quotidiano e mondo digitale
Da Studio Orma le opere di Emanuela Moretti creano una rete di sguardi e relazioni per indagare l’interazione tra mondo fisico e digitale, tra l’ambiente privato delle nostre case e la dimensione collettiva degli spazi online
Nel cuore di Monteverde, a Roma, ha aperto di recente Studio Orma, nuovo spazio espositivo al 10 di Via Francesco Amici che si definisce come un “laboratorio umano”: un ambiente ibrido tra galleria, project room e artist-run space, fondato da Edoardo Innaro e Marco Celentani. Al centro della sua ricerca c’è una domanda tanto semplice quanto radicale – “Quali sono i limiti di una stanza?” – intesa non solo in senso architettonico, ma come dispositivo percettivo, sociale e simbolico. A inaugurare il programma è la mostra personale di Emanuela Moretti (Tagliacozzo, 1990), a screen has no edges (uno schermo non ha confini), curata da Gianlorenzo Chiaraluce. Un progetto che trasforma lo spazio in un interno domestico sospeso, attraversato da tensioni tra corporeità e smaterializzazione, tra intimità e sovraesposizione, restituendo una riflessione lucida su come il digitale stia ridefinendo il modo in cui abitiamo il mondo.
La ricerca artistica di Emanuela Moretti
La ricerca di Moretti prende avvio dall’osservazione di processi tipici del presente – flussi di dati, immagini online, esperienze mediate dallo schermo – che normalmente non possiedono una forma fisica. Il suo lavoro consiste nel sottrarli alla loro natura instabile e immateriale per renderli corpo, peso, presenza. Il digitale non viene rappresentato, ma incarnato attraverso materiali, strutture e installazioni che occupano lo spazio reale e ne forzano i confini.

L’interno domestico come soglia nella mostra di Roma
L’ambiente espositivo diventa così una dimora temporanea, quasi un’estensione dello spazio abitativo dell’artista. Oggetti familiari perdono la loro funzione originaria per assumere un ruolo ambiguo e perturbante. Emblematica è la tenda stampata con l’immagine della nuca di una ragazza: non filtra alcuna finestra, ma copre un muro, simulando un’apertura che non esiste. Come sottolinea il curatore Gianlorenzo Chiaraluce, si tratta di una metafora dell’interiorizzazione dei meccanismi di comunicazione tra interno ed esterno, tipici dell’esperienza digitale. Allo stesso modo, specchi e lavabi diventano allegorie della cura di sé e dell’ossessione contemporanea per l’immagine. Le ciglia finte applicate alle superfici riflettenti evocano i residui fisici che il corpo lascia nello spazio – pelle, polvere, tracce – segnali di una presenza carnale che resiste alla smaterializzazione tecnologica.
Il corpo come prima abitazione secondo Emanuela Moretti
Al centro della ricerca di Moretti si colloca il corpo, inteso come la prima casa che abitiamo e come luogo di convergenza tra esperienze fisiche, digitali e immaginative. Le sculture in mostra delineano un corpo femminile frammentato, in continua trasformazione: strutture meccanomorfe leggere e modulari, simili a vertebre o a esoscheletri, si espandono nello spazio come ossature di un organismo ibrido. Su queste strutture si innestano stampe digitali di pelli e frammenti epidermici, immagini a bassa definizione, sgranate, che non imitano la realtà ma la reinterpretano come una nuova epidermide artificiale. Lo schermo emerge così come una seconda pelle, una protesi sensibile che estende il corpo oltre i suoi limiti biologici, permettendogli di abitare simultaneamente più dimensioni.
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Spazio, sguardo e attraversamento da Studio Orma
Il dialogo tra le opere e lo spazio espositivo si costruisce come una relazione di reciproca trasformazione. Le installazioni si innestano nell’architettura, ne seguono o ne forzano i limiti, generando un interno domestico sospeso tra esperienza materiale ed esperienza mediata. Lo spettatore è invitato a entrare in questo spazio intimo assumendo inizialmente il ruolo di intruso, per poi diventare osservatore consapevole. La relazione richiama il modo in cui oggi accediamo agli spazi privati attraverso i social media: stanze, oggetti, dettagli personali resi improvvisamente visibili. L’opera diventa così un luogo di attraversamento, in cui il confine tra pubblico e privato si assottiglia e lo sguardo del visitatore contribuisce ad attivarne il senso.
La mostra di Emanuela Moretti è un discorso aperto
Coerentemente con questa impostazione, anche l’apparato critico della mostra rifiuta una forma chiusa. Il testo che accompagna l’esposizione è concepito come il thread di un forum, accessibile tramite QR code, che invita il pubblico a proseguire la riflessione oltre lo spazio fisico della galleria. Un dispositivo che riflette la natura plurale, instabile e potenzialmente infinita del discorso digitale. In a screen has no edges, la mostra non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa di un percorso in continua evoluzione. Finché le tecnologie continueranno a ridefinire il nostro rapporto con il corpo, con lo spazio intimo e con la realtà stessa, la ricerca di Emanuela Moretti resterà aperta, mobile, attraversabile — come uno schermo, appunto, che non conosce confini.
Luca Vona
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