Giancarlo Politi non amava i monumenti, ma le discussioni. Il ricordo di Arianna Rosica
Per anni nell’ufficio pubblicità e nella redazione di Flash Art, Arianna Rosica è stata una stretta collaboratrice di Politi. Lo ricorda in questo articolo dove racconta l’editore, il giornalista e l’uomo
Scrivere di Giancarlo Politi senza trasformarlo in un monumento è forse il modo più onesto per ricordarlo. I monumenti non gli interessavano. Le discussioni sì. Ho lavorato quasi vent’anni a Flash Art. Sono arrivata senza sapere nulla.
Giancarlo Politi in redazione
Non conoscevo il sistema dell’arte, i suoi codici, i suoi protagonisti. Entrai dall’ufficio pubblicità. Se oggi faccio quello che faccio lo devo a lui. Giancarlo mi ha dato una possibilità vera: crescere. Dalla pubblicità alla redazione. Mi ha fatto entrare nelle conversazioni, nelle riunioni, nelle telefonate interminabili. Mi ha messo nelle condizioni di conoscere e frequentare grandi artisti e critici non da spettatrice, ma da parte attiva. Non regalava nulla, ma se vedeva determinazione apriva spazi. Su Flash Art sono passati praticamente tutti. Dall’Arte Povera alla Transavanguardia, da Maurizio Cattelan a Vanessa Beecroft, da Francesco Vezzoli a intere generazioni di artisti internazionali quando ancora non erano “canonici”. La rivista non inseguiva il successo: spesso lo anticipava. E le copertine erano mitiche. Non illustrate, ma dichiarazioni. Una delle più divertenti – e discusse – fu quella con l’immagine di Silvio Berlusconi con la pelle scura e il titolo in inglese We Have a Dream, evidente cortocircuito con lo slogan di Barack Obama. Ci siamo divertiti molto a farla. Sapevamo che avrebbe provocato reazioni. E infatti arrivarono.
Le discussioni con Giancarlo Politi
Per Giancarlo una copertina che non creava attrito era semplicemente una copertina inutile. Con lui si imparava discutendo. E litigando. Le discussioni con Getulio Alviani erano epiche. Ore di confronto serrato, a volte durissimo, sempre lucidissimo. E poi i confronti con i collezionisti, artisti, mercanti, altrettanto intensi. Giancarlo non arretrava facilmente. Poteva essere provocatorio, ma non era mai superficiale. Dietro ogni posizione c’era un’idea precisa. La dimensione internazionale non era una posa. Con Helena Kontova ha costruito qualcosa di reale. La nascita e il consolidamento di Flash Art International hanno trasformato la rivista in un ponte concreto tra l’Italia e il sistema globale dell’arte. Poi la sfida della Biennale di Praga, figlia ideale di quella di Tirana: un progetto ambizioso, non privo di problemi, affrontati sempre a testa alta e con una buona dose di ironia. Era severo. Molto. Con lui ho litigato tante volte, fino allo stremo. Ma il conflitto non rompeva il rapporto: lo teneva vivo. Se valeva la pena discutere, valeva la pena restare.
Chi era Giancarlo Politi
Era curioso. Davvero curioso. Delle persone prima ancora che delle opere. Se aveva tempo – e voglia – poteva passare ore ad ascoltare, a farsi raccontare cosa stava succedendo, chi si muoveva, quali equilibri cambiavano. L’arte per lui era un organismo vivo. In redazione si imparava che una rivista non è un contenitore neutro. È una posizione. Una copertina è una scelta. Un’esclusione è una dichiarazione. Lui decideva. Senza comitati, senza mediazioni infinite. E si assumeva la responsabilità. Molti dei redattori passati da Flash Art sono oggi tra i più importanti critici, curatori, direttori di musei. Non è un caso. Quella redazione era una palestra formativa. Ti obbligava a prendere posizione. Scrivere questo ricordo per Artribune significa riconoscere che molto del mio modo di lavorare nasce da quell’esperienza: decisioni nette, responsabilità diretta, nessuna paura del conflitto. Da Giancarlo ho imparato che il coraggio è una pratica quotidiana. E che non si molla. Non credo avrebbe apprezzato un tono nostalgico. Forse avrebbe preferito una buona discussione. Allora lo ricordo così: curioso, severo, ironico. E sempre, ostinatamente, libero.
Arianna Rosica
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