L’impossibilità contemporanea della narrazione è al centro di una mostra a Roma 

John Cascone ha recuperato una serie tv perduta e partendo da questa inesistenza indaga il collasso contemporaneo del racconto. Negli spazi di Studio Drang sopravvivono solo frammenti, colori e suoni isolati

La mostra di John Cascone (Cheltenham, 1976) si apre come un campo di rovine che non appartengono a una storia conclusa, ma a una narrazione mai realmente avviata. Il fil rouge che attraversa i diversi spazi è la serie televisiva perduta I Decoderiani, che sopravvive unicamente attraverso alcuni elementi della sua puntata pilota, significativamente intitolata Il collasso. Non viene raccontata una vicenda: ciò che si manifesta è la sua implosione, la caduta della possibilità stessa di costruire un racconto. La trama non si è spezzata lungo il percorso; è collassata prima ancora di potersi articolare. 

La mostra di John Cascone a Roma 

Questo stato di frammentarietà non riguarda soltanto la dimensione narrativa, ma investe direttamente la possibilità stessa di una scrittura espositiva univoca. Un vecchio schermo a tubo catodico, un poster, un lampadario caduto: elementi che appaiono come indizi di qualcosa che è già accaduto, come se il visitatore arrivasse sempre in ritardo, privato di una chiave narrativa capace di tenere insieme i segni. La mostra mette così in evidenza una condizione profondamente attuale: l’estrema difficoltà, oggi, di costruire, anche sul piano storico e culturale, un dispositivo espositivo in grado di connettere visione, senso e relazione. 

I Decoderiani, John Cascone, Studio Drang, Roma, 2025
I Decoderiani, John Cascone, Studio Drang, Roma, 2025

La frantumazione dell’esperienza secondo Cascone 

L’esperienza non si organizza più come un discorso coerente, ma come una sequenza discontinua di stimoli, interruzioni, segnali che non convergono. La visione è segmentata, frantumata da un immaginario condiviso che abita ormai la contemporaneità e che, proprio perché condiviso, tende a diventare invisibile. Non si presenta come un linguaggio esplicito, ma come un dato acquisito, una grammatica implicita che orienta lo sguardo senza mai dichiararsi. 

La centralità del colore verde nella mostra 

È questo immaginario, fatto di codici digitali, estetiche algoritmiche, residui di cultura visiva seriale, a operare come un filtro costante attraverso cui leggiamo il presente, spesso senza rendercene conto. Non è più un semplice sfondo, ma una struttura che condiziona la percezione e determina ciò che può essere visto e ciò che resta escluso. La mostra non tenta di sottrarsi a questo filtro, né di decostruirlo apertamente; piuttosto lo espone nella sua opacità, mostrandone gli effetti. In questo senso il verde, la traccia cromatica 00FF00, attraversa il paesaggio espositivo come un segnale ossessivo. Non è semplicemente un colore, ma un codice che si auto-riproduce, una presenza che prolifera senza origine né fine. Il verde digitale si impone come un fantasma, un segno che insiste nel voler affermare la propria esistenza visiva nella realtà. È l’emblema di un immaginario che si rigenera continuamente, indipendentemente da ogni intenzione narrativa o comunicativa: promette una visione comune, ma produce isolamento; moltiplica i segni senza riuscire a trasformarli in esperienza condivisa. 

La mostra “I Decoderiani” come luogo di sospensione 

In questo contesto, la narrazione non procede, ma lampeggia. Sopravvive come interferenza, come residuo instabile che affiora e si ritrae. Non c’è nulla da ricomporre né da interpretare in senso tradizionale; ciò che viene richiesto allo spettatore è una forma di sosta tra i resti, un abitare temporaneo l’impossibilità di una sintesi. La mostra diventa così il luogo di una sospensione, in cui la scrittura espositiva rinuncia alla linearità e si confronta apertamente con il proprio limite. 

L’impossibilità di una narrazione continua 

L’intelligenza artificiale agisce in questo scenario non come strumento creativo consapevole, ma come agente parassitario. Replica, distorce, introduce variazioni minime che alterano le immagini dall’interno. Le figure risultano attraversate da un’alterità sottile, ma irreversibile, da un rumore che le devia e le rende instabili. Ne nasce un’immagine liminale, sospesa tra umano e macchina, che non riesce a stabilire una relazione piena né con chi la guarda né con il contesto che la circonda. È proprio in questa impossibilità di relazione che la mostra rivela il suo nucleo più critico: la perdita quindi non solo della narrazione, ma della capacità di trasformare l’esperienza in un orizzonte condiviso. Le opere non costruiscono un dialogo, non generano un campo comune; restano presenze isolate, frammenti di un presente che non riesce più a farsi racconto. Come scrive Maurice Merleau-Ponty, “il visibile non è ciò che si vede, ma ciò che ci guarda”: qui, tuttavia, lo sguardo sembra non riuscire più a restituire uno spazio di reciprocità, lasciando il visitatore di fronte a immagini che esistono senza davvero incontrarlo. 

Lo scontro tra suono e visione in mostra a Roma 

In questo scenario di collasso visivo e narrativo, il suono emerge come unica dimensione di continuità. Non accompagna l’immagine, ma la eccede; non la spiega, ma la attraversa. Il suono sopravvive alle interruzioni del visibile, continua a vibrare quando l’immagine si arresta. È il residuo emotivo del collasso, ma anche lo spazio in cui l’artista individua una possibilità di affermazione propria. Qui, infatti, la presenza che domina la prima stanza è una poltrona con una grande cassa appoggiata sopra. L’artista si manifesta come presenza-assenza, seduto idealmente a guardare il visitatore, instaurando una relazione che non passa più attraverso l’immagine ma attraverso il suono. A differenza della visione, il suono non è completamente catturato dall’immaginario condiviso: resta instabile, immersivo, difficilmente segmentabile. 
Nel suono si apre così uno spazio altro, non del tutto colonizzato dai codici dominanti, un territorio in cui è ancora possibile abitare una soggettività, una presenza, una relazione sensibile con lo spazio. Se la visione appare compromessa, filtrata e frammentata, il suono diventa il luogo di una possibile resistenza: non una soluzione al collasso, ma una soglia attraverso cui continuare a sentire e forse a immaginare ciò che resta dopo la perdita del racconto.

Benedetta Carpi De Resmini

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Benedetta Carpi De Resmini

Benedetta Carpi De Resmini

Benedetta Carpi De Resmini è curatrice e critica d’arte. Si interessa alle contaminazioni tra artisti del XX secolo e artisti emergenti. È docente alla Business School del Sole24ore per il Master di Management dei Beni Culturali e alla Giunti Academy per…

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